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Morgan parla di "Non al denaro, non all'amore né al cielo" a Radio1 il 23 maggio 2005

 

Di Antonio Ranalli

Esce oggi in tutti i negozi la rilettura di Morgan dell'album "Non al denaro non all'amore nè al cielo" di Fabrizio De Andrè, basato su 9 epitaffi dell'"Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters. E l'artista annuncia il ritorno dei Bluvertigo.

Non è un disco di cover, ma la cover di un disco, anzi, a essere più precisi, "Non al denaro non all'amore nè al cielo" di Morgan è quasi una ricostruzione filologica dell'album originale, il vinile che Fabrizio De Andrè pubblicò nel 1971, interpretando e musicando, insieme a Nicola Piovani, 9 dei 244 epitaffi contenuti nell'"Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters. L'operazione del cantante dei Bluvertigo, subito sposata dalla Fondazione De Andrè, è talmente originale che è difficile classificarla: restauro, reinterpretazione fedele, omaggio a un grande della musica e a uno dei suoi album migliori. Ma soprattutto per Morgan costituisce l'"upgrade" di un patrimonio collettivo".

"Quest'opera ha carattere sociale è di tutti", ha spiegato Marco "Morgan" Castoldi, incontrando la stampa nella sede della Fondazione De Andrè, affiancato da Dori Ghezzi, assolutamente non elitaria, anzi, è estremamente popolare, nel senso più profondo del termine, perchè rappresenta la società stessa". Per questo Morgan, compagno di Asia Argento, già sogna che il testimone passi ancora di mano, da Lee Masters alla sua prima traduzione italiana, da De Andrè al suo disco, fino al teatro o al cinema: "vorrei che qualcuno scrivesse una sceneggiatura per rappresentare visivamente quest'opera partendo dalla musica, magari aggiungendo altri personaggi oltre al Giudice, il matto, il blasfemo, il malato di cuore, il medico, il chimico, l'ottico e il suonatore... in fondo c'è ancora così tanto materiale". Come De Andrè aggiunse del suo a Lee Masters, scegliendo una manciata di epitaffi e trasformandoli in ballate, suite, popolate da personaggi vibranti eppur morti, così Morgan ha lavorato più per addizione che per sottrazione per "Non al denaro non all'amore nè al cielo", tanto che la sua versione dura dodici minuti e qualcosa più dell'originale. "Ma non ho inventato nulla", prosegue l'artista, "ho solo rallentato, allargato, diluito i pezzi, che erano contratti, concitati, tipicamente anni 70, ma che nascondevano una natura più lenta.

In qualche caso c'erano dei dettagli che volevo allargare, in altri ho scritto ex novo dei raccordi musicali che in De Andrè non c'erano, come il finale del Giudice". Proprio di "Un Giudice", oltre alla suoneria per telefonino (la Tre per la cronaca), l'autore di "Le canzoni dell'appartamento" ha mixato addirittura una versione da discoteca: "il disco l'ho registrato in presa diretta, come
negli anni 60, ma poi l'ho mixato in digitale, a casa mia, mi sembra normale", prosegue, "usare le tecnologie della propria epoca, sennò per eccesso di fedeltà avrei potuto fare un vinile e non un cd, supporto che nel'71 non circolava ancora". All'allargamento musicale non corrisponde quello dei testi: "il mio è un lavoro su De Andrè, non su Masters: non mi sentivo pronto per aggiungere altri personaggi, ma se avessi potuto farlo avrei messo un suicida, visto che in questo album si parla di morte in modo così profondo e vero, tanto che "morte" è la parola più ripetuta in assoluto nel disco: 20 occasioni contro le 14 di "loro", "gente" e altri". Il progetto di recupero e "upgrade" del concept album continuerà dal vivo, quest'estate, con uno spettacolo musical-teatrale, che forse sarà arricchito da letture di altri epitaffi dell'antologia. Intanto, buone notizie per i Bluvertigo che come ha spiegato Morgan "si stanno sbrinando" e forse produrranno qualcosa entro la fine dell'anno "ma vige un finto scioglimento: ci si riunisce solo se si ha qualcosa da dire, come fanno i King Crimson". Dal canto suo, la fondazione De Andrè è invece impegnata nel montaggio del film "A correggere la fortuna", una pellicola sull'infanzia negata girata sia a Salvador De Bahia sia a Firenze, con la partecipazione d Gilberto Gil.

Fonte: musicalnews.com

L'artista presenta a Tgcom il nuovo cd

Ex frontman di Bluvertigo, Morgan torna con un nuovo progetto solista che vuole essere un omaggio a Fabrizio De Andrè. "Ricanto tutti i brani di Non al denaro non all'amore né al cielo - dice Morgan a Tgcom - e l'ho fatto in modo filologico". Poi ha aggiunto: "Ho inciso il disco a casa e mia figlia Ana Lou è rimasta affascinata da alcuni epitaffi. Per lei ho dovuto censurare un verso di Un giudice".

Morgan, De André (2005)Morgan (al secolo Marco Castoldi) ci tiene a raccontare di sua figlia Ana Lou, nata dalla storia d'amore con Asia Argento. "Ho avuto qualche problema con Ana Lou perché ho registrato il disco a casa - dice - e lei ascolta le canzoni che incido. Quindi inevitabilmente le ha imparate a memoria. Di De Andrè le piacciono molto "Il malato di cuore" e "Il giudice". In quest'ultimo pezzo c'è un verso che dice 'perché ha il cuore troppo troppo vicino al buco del culo'. Così per lei ho cambiato la frase e ho inciso 'vicino al cuore del mulo'. Non potevo fare altrimenti. Del brano Il malato di cuore ad Ana piace molto il verso 'da ragazzo spiare i ragazzi giocare al ritmo balordo del tuo cuore malato'.

Com'è nata l'idea di incidere questo album?
Nel settembre scorso, Dori Ghezzi mi ha proposto di inaugurare il centro studi intitolato a De Andrè, proponendomi un'esecuzione dell'album di Spoon River. Ho accettato l'incarico, ma ho lanciato una controproposta chiedendole di poter re-incidere tutto il disco di Fabrizio.

Questo non è un disco, ma l'hai definito una "dis-cover"...
E' un'idea sui generis. Cover è una trasformazione, una manipolazione e una personalizzazione di testi classici. Io, invece, sono stato fedele - filologicamente parlando - e aderente alla formula originale delle canzoni. Le ho conosciute entrandoci dentro e trasformandole come fossero un'opera classica. Ho apportato delle microchirurgie, grazie anche all'aiuto del pc. Mi sono tolto la libidine di maneggiare questa musica, un po' come ha fatto Gus Van Sant con il remake di "Psycho". Lui ha detto 'voglio fare le stesse inquadrature di Alfred Hitchcock, ma con i mezzi tecnologici di oggi".


Morgan, De André (2005)Cosa ti affascina più di "Non al denaro non all'amore nè al cielo"?
Ha un fortissimo messaggio etico con aspetti di varia umanità. Attualissimi. Poi è anche un disco sociale. Tocca persone più diverse e affascinanti, tutti lì a dormire "sulla collina", come dice il primo brano del disco.

La Fondazione De Andrè ha incaricato alcuni dei Conservatori più famosi di ri-scrivere il repertorio di De Andrè con partiture di musica classica...
E' quello che ho già fatto con la collaborazione dell'Università di Siena. Ho avuto tra le mani le partiture originali delle musiche di "Non al denaro...", cose che neanche Piovani aveva. Questo è un disco complesso e ho sfruttato le mie conoscenze accademiche suonando anche il clavicembalo (che avevo studiato a 16 anni).

Hai coordinato anche due orchestre "Le sagome" e "L'orchestra scomposta". Come ci sei riuscito?
Ho registrato le loro esecuzioni in session separate e ho diviso l'apparato 'leggero' del disco con la parte 'sinfonica'. Poi una volta creato lo scheletro di ognuna di queste due parti le ho messe insieme in un secondo momento. Era complesso mettere insieme l'anima classica di Piovani con quella pop di De Andrè.

E' un caso che degli otto epitaffi, il "suonatore Jones" sia l'unico ad essere in pace con il mondo?
No. Il suonatore segue sempre la sua inclinazione artistica, per tutta la vita. Quindi è appagato dall'arte. Gli artisti sono "persone espresse" o come dice De Andrè nella canzone "un ridere rauco ricordi tanti/ e nemmeno un rimpianto". Insomma il suonatore ha condotto sempre una vita piena ed appagante. Immagino anche che nel suo tempo abbia avuto un ruolo determinante perché narrava la storia degli altri personaggi del disco. Ne ha cantato le gesta, ha fatto il giullare di corte e la canzone del giudice magari l'avrà cantata davanti al giudice stesso.

Morgan, De André (2005)Come definiresti questo album?
Barocco. E' stato giusto riproporre questa musica dopo il minimalismo che ha contrassegnato gli anni '90. Ne "Il malato di cuore" ho inserito un arrangiamento libero su un tema tratto dall' "Inverno" di Vivaldi. Poi in "Un medico" c'è il tema regio de "L'arte della fuga" di Bach, "Un chimico" è impreziosito dalle note del "Canone" di Pachelbel. Infine "Il suonatore Jones" è stato arricchito da quattro note dal tema di "Dormono sulla collina". Ho reiterato solo alcuni momenti musicali del brano di apertura, allungando l'intero disco di 13 minuti.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Sicuramente un tour con il gruppo "Le Sagome", in estate. Con i Bluvertigo stiamo mettendo assieme un po' di idee per il nuovo album. E con i Lombroso mi sto divertendo molto, facendo serate con loro. Un ritorno alle origini quando bisognava andare in giro con la stessa macchina, scaricare e caricare gli strumenti e montare le luci del palco. Pubblicherò anche un libro edito dalla Isbn Edizioni.

I Lombroso sono Dario Ciffo e Agostino Nascimbeni. Come li hai conosciuti?
Dario (violinista degli Afterhours; ndr.) è stato quasi mio cognato perché fidanzato con mia sorella. Mentre con Agostino suonavamo anni fa a Brera con la chitarra in mano le canzoni rock and roll dai Beastie Boys ad Elvis. E' un ottimo musicista e polistrumentista.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Andrea Conti

Curiosità - Alcune differenze con il disco di De Andrè: la versione di Morgan ha un totale di 17 brani per un durata compessiva di 43': 22''. Mentre l'album di De Andrè conta 9 brani e 31': 15'' di durata. Tra i componenti dell'orchestra scomposta, suona il violoncello secondo Roberta Castoldi, sorella di Morgan.

Fonte: TgCom

Morgan
Intervista Fuori dall'Appartamento…

13-04-2005

Incontriamo Morgan poco prima della sua data romana al Circolo degli Artisti, ci accoglie poco prima del soundcheck…
Rocklab: Prima domanda, questo nuovo tour, come va, cosa ci proporrai? ho visto anche un set molto particolare sul palco (N.B. un piano, un divano, un rhodes, synth, drummachine, theremin.. ecc…)
Morgan: Si il set da un pò di mesi a questa parte, è un set un pò variabile, nel senso che io ho un’esigenza di cambiare spesso l’assetto dei concerti, per proprio una mia pulsione a fare cose sempre un pò diverse e in qualche modo essere impreparato alle situazioni, cioè nel senso di avere quel margine di sorpresa, novità, imprevisto che secondo me determina l’originalità del concerto, infondo se uno vuole una cosa sempre uguale a se stessa si ascolta il disco, se invece vuole vedere qualcosa di speciale che ogni volta è nuovo, viene a vedere un mio concerto, e in effetti chi ha modo di vedere più concerti miei vede sempre concerti differenti.

R: Quindi anche la scaletta è sempre differente?
M: Si, la scaletta, i musicisti stessi, io convoco musicisti differenti ogni volta, e non li preparo più di tanto rispetto a quello che succederà durante la serata, cioè noi siamo pronti a suonare una serie di cose, diciamo un repertorio molto più vasto di quello che puoi suoneremo, a volte si decide la scaletta prima, che poi verrà modificata, alle volte non la si decide neanche, ci sono state serate in cui ho messo dei bigliettini in un cappello, dove non c’erano scritte le canzoni, ma c’erano delle parole, dei titoli di romanzi, degli eventi di cronaca, delle cose che determinavano un pò l’andamento della serata, quindi direi che è un pò un atteggiamento anche di auto-sabotaggio.

R: Stasera ci proporrai anche pezzi di De Andrè?
M: Per esempio c’è questa possibilità… chi lo sa? (ride)

R: Il capello coi bigliettini anche stasera?
M: Il cappello coi bigliettini no, perchè non c’è il cappello… (ride)….

R: Rimanendo su De Andrè, il nuovo album, com’è nato?
M: Il nuovo album è un remake, il primo remake di un’album, italiano almeno. Conosco altri remake che sono stati fatti… per esempio i Laibach hanno fatto Let it Be che però è più una trasformazione, quasi con sarcasmo, poi c’è “The Dub Side of the Moon” ma che è un’adattamento, uno spostamento di genere, i Pink Floyd trasformati in Reggae… No nel mio caso è un vero e proprio remake che si attiene all’originale…

R: Quindi cerchi di mantenere le stesse atmosfere….
M: Si perchè è un’oggetto di studio, è sempre stato uno dei miei punti di riferimento…

R: Perchè hai scelto proprio questo album di De Andrè, che è un’album un pò atipico nella produzione del Faber
M: Perchè quel disco è per me il concept album per eccellenza, si è un disco atipico per De Andrè ed è anche un’album auto-referenziale, a me piace procedere per auto-referenzialità, ad esempio una parola auto-referenziale è esasillabico perchè ha sei sillabe, cioè una parola auto-referenziale è breve, perchè vuol dir breve ed è breve, ecco questo è un disco auto-referenziale perchè è un disco che De Andrè ha sepolto, lo stesso De Andrè non ha mai suonato dal vivo, proposto in compilation, è un disco di anime sepolte, di personaggi sepolti, che è stato sepolto da De Andrè, quindi io adesso non faccio una cover, ma una dis-cover, un’anti-cover, perchè normalmente le cover coprono, sono degli occultamenti. Il lavoro che c’è dietro questo disco per me è interessante, è stato il lavoro musicalmente più complesso e articolato per come è fatto, perchè inizialmente ho pensato: approccierò questa esecuzione come se prendessi in mano un’opera, che ne so, il Don Giovanni di Mozart, quindi mi faccio dare le partiture, ma le partiture non c’erano, erano sepolte pure queste, e allora ho dovuto trascriverle come sotto dettatura, cioè mi son messo la con una specie di microscopio autoditivo e ho cercato di decifrare…. come si dice in gergo “tirate giù”, mentre le trascrivevo ho operato degli interventi di microchirurgia musicale, che non sono molto udibili, uno ha la sensazione che siano le parti originali, ma qua e là ci sono delle variazioni, delle correzioni armoniche, invece da un punto di vista della struttura l’ho allungato molto… innanzitutto la durata, confrontando la durata: 31 minuti l’originale e 43 il mio, quindi ci sono 12 minuti in più, questi 12 minuti vengono fuori perchè ho rallentato tutti i brani, per esempio, e poi anche esteso delle parti, e ho fatto riaffiorare le citazioni di Vivaldi. Quindi quando c’è la citazione di Vivaldi che Piovani aveva fatto per rendere il disco barocco, che già era barocco, io l’ho resa ancora più barocco mettendola per esteso tutta la citazione, quindi l’Inverno di Vivaldi alla fine del “Malato di Cuore” c’è tutta, poi ho aggiunto un’introduzione che Piovani aveva messo alla fine, io l’ho messa sia alla fine che all’inizio in moto tale da rendere circolare tutta la struttura, poi le parti strumentali dei singoli brani come ad esempio nel Blasfemo o nell’Ottico, o nel Matto, comunque in parecchi brani ho raddoppiato, triplicato o quadruplicato a volte i riff strumentali, per una sorta di feticismo musicale, cioè ci sono della parti che a me piace ascoltare e quindi le vorrei ascoltare più volte… Non mi sono permesso aggiunte testuali o modifiche alle strutture dei brani nel senso lirico, magari aggiungere delle strofe, la struttura delle canzoni è rimasta quella, semplicemente ho dilatato. Secondo me è avvenuta una specie di dilatazione del lavoro che in effetti mi sembrava un pò contratto… era nervosamente contratto, paradossalmente si pensa che negli anni 70 la musica era polissa, invece questo disco era molto sintetico, era molto stringato…

R: Aveva paura di dir troppo…
M: Secondo me De Andrè non aveva voglia di perdersi in troppe divagazioni strumentali perchè dava molta importanza alle parole, io invece che dò importanza anche alla musica, ho ampliato le parti musicali anche per un gusto mio personale, nel lavorare a questo disco, nel suonarlo, nell’eseguirlo, nell’orchestrarlo… è stato un lavoro abbastanza complesso, e secondo me è venuto fuori il mio miglior disco, lo posso dire anche perchè non è mio… (ride)

R: Il disco da chi è suonato?
M: Il disco è suonato dal mio ensamble, siamo in 14, è un’ensamble composto da due organici, uno è “Le Sagome” che sarebbe il mio gruppo pop, e l’altro è “L’Orchestra Scomposta” che è il mio gruppo classico, il quintetto d’archi più i fiati… che poi “Le Sagome” sarebbero gli stessi che hanno suonato ne “Le Canzoni dall’Appartamento” che si chiamavano “I Giaguari” nel disco precedente, e si chiamano “Le Sagome” adesso…. (ride)

R: Perchè “Le Sagome”?
M: Le Sagome perchè mi piace l’idea delle ombre degli spettri, cioè proprio nel panorama di “Spoon River”, nell’idea che stiamo facendo qualcosa che ha a che fare con la morte, con gli spiriti, con le anime… “Le Sagome” perchè è come se fossero dei musicisti da vedere in controluce, delle silouette…. questa è una band che ha quaranta nomi… ogni giorno ne cambia uno nel disco c’è scritto “Le Sagome” magari oggi ci chiamiamo “I Malandrini” (ride)

R: Abbiamo intervistato Bugo poco fa e ci ha detto che il suo prossimo disco sarà prodotto da te, come mai la scelta di Bugo?
M: Penso per affinità nella pazzia, lui crede che io possa essere uno che razionalizza i suoi percorsi creativi, e io invece penso che non sarà così, che invece sarà una specie di scontro atomico, tra due menti del tutto incontrollabili come la mia e la sua. Penso che amplificheremo le reciproche follie, e penso che verrà fuori qualcosa di paradossalmente forse normale… sperando che si annullino… (ride). Comunque a me Bugo piace molto, è nata questa cosa perchè in alcune interviste ho dichiarato che era l’artista italiano più interessante, e probabilmente era reciproca questa cosa, ci siamo incontrati ad un concerto, io mi sono scritto con la matita per gli occhi sul braccio “Osso Bugo”, lui è rimasto molto colpito dalla cosa… e mi ha chiesto di suonare dal vivo con l’organo in quella serata a Padova i pezzi che io non conoscevo, lui è rimasto stupito di come io non conoscendo i pezzi avessi azzeccato tutti gli accordi e gli ho detto: bè certo c’erano tre accordi non era molto difficile… (ride)

R: Allora vorrei chiederti qualcosa su “Canzoni dall’Appartamento”, innanzitutto ti faccio i complimenti miei perchè è un disco che ho consumato, è molto bello, volevo sapere innanzitutto se è nato inizialmente attorno ai contenuti o intorno alla musica, cioè avevi necessita di esprimere i contenuti inizialmente, o la musica e poi i contenuti?
M: Sono nate tutte le cose parallelamente, cioè nel senso nel momento in cui ho avuto l’illuminazione di come avrei dovuto procedere per fare questo disco sono arrivate insieme tutte le idee, evidentemente era arrivato il momento di farlo… si è un pò fatto da se questo disco. Diciamo che regna sovrano il vincolo su questo album, che è l’idea del luogo, lo spazio e il tempo, un paradigma spazio-temporale che è alla base di tutto il lavoro, dopodichè, quando ci si pone un vincolo creativo, come nel dogma cinematografico, uno decide dieci regole con cui procedere e poi quello che ci metti dentro viene fuori con più facilità e in qualche modo poi decidi se ancorarlo al vincolo o se magari discostarti.. però in qualche modo hai la strada già tracciata, è come avere dei binari sui quali procedere e a quel punto avendo deciso la forma di questo disco, poi dopo i contenuti ce li ho messi dentro in modo molto spontaneo e poco meccanico… in qualche modo sono riuscito a comunicare i contenuti, una volta che avevo deciso la forma che dovevano avere. E’ come in certa architettura, perchè la metafora architettonica c’è pesante nel disco dell’Appartamento, non nel titolo soltanto, ma proprio nell’estetica e nel riferimento con certi stili architettonici, sia con quella organica, sia con quella razionalista, sono stati un modello per questo vincolo che mi sono posto, e c’è un particolare tipo di architettura razionalista che determina l’esterno in base all’interno, cioè le esigenze dell’Appartamento come spazio abitabile della casa che determinerà la forma esterna, e non viceversa, questa è un pò una cosa che ho fatto lavorando alle “Canzoni dall’Appartamento”, poi tutte queste mie metafore, capisco che possano sembrare un pò intellettualistiche o incomprensibili alle volte, però a me mi aiutano a procedere, tant’è vero che prima di fare il disco Zero dei Bluvertigo, io avevo proposto ai Bluvertigo un lavoro che avrebbe dovuto chiamarsi “La Musica del Principio”, per principio io intendo questo vincolo: Laddove in ogni canzone doveva essere teorizzata a priori un vincolo e avevamo già scritto tutti i vincoli da adoperare, poi dopo non li abbiamo utilizzati, forse l’unico è stato il brano “Zero” che è stato costruito in base al vincolo del rumore digitale, cioè nel senso che i suoni di quel brano sono stati ricavati da delle session dove noi tiravamo fuori i rumori dagli strumenti, e non i suoni per qui erano stati costruiti, il jack che entra e esce dall’amplificatore, l’accensione del campionatore… tutti questi rumori che gli strumenti possono generare sono stati campionati e poi ri-intonati e utilizzati per creare l’archivio dei suoni che poi abbiamo utilizzato per il brano “Zero”, questo era il vincolo alla base di questa canzone, poi le altre canzoni sono state fatte molto liberamente. Forse “Numero” è stata composta tenendo presente un vincolo numerico, cioè andando a scomporre in modo abbastanza cerebrale la struttura del brano procedendo con, niente popò di meno che, la catena numerica di Fibonacci, cioè quella che si usava nel cinquecento, che è una struttura di numeri primi per cui il numero successivo è costituito dalla somma dei due precedenti. Quindi il porsi un vincolo… era una cosa che anche per Bach aveva un senso, ad esempio “La Fuga” come forma è una forma vincolante… io appartengo alla categoria di quelle persone che pensa che aver dei vincoli è la libertà, l’esser vincolati che ti permette di creare. Ad esempio, provate ad immaginare un mondo ideale dove non ci siano persone fuorchè te, non c’è nessuno spazio per poter parlare o per poterti relazionare, quindi all’interno di quello che è un vincolo di una relazione uno può agire la sua esistenza, se non ci fossero gli altri quale tipo di esistenza potresti avere?

R: Visto che si parlava di Bluvertigo, ho sentito che state lavorando al nuovo album, a che punto siete?
M: Si ci stiamo lavorando, io sto già scrivendo delle cose, siamo in fase compositiva e di telefonate, dove appunto si parla di vincoli e io regolarmente faccio la parte di quello un pò da domare, perchè se si seguisse quello che io prospetto probabilmente si andrebbe in direzioni un pò fumose, un pò poco concrete e molto fatte di immaginazione e di progettualità e poco di messa in pratica, gli altri che hanno invece un modo di fare un pò più concreto, più pragmatico del mio, tendono sempre ad abbassare i miei voli pindarici, anche il vincolo stesso che ci siano loro fa bene, io infatti pretendo che gli altri mi critichino, però ciò non toglie che è proprio per questo che io posso volare in alto.

R: Ma trovi molto difficile domare questa tua concettualità? Trovi difficile calarla in una cosa più concreta?
M: No, cioè in effetti lo trovo normale, è quello che infondo faccio, poi molto spesso capita di lavorare anche in una condizioni priva di apriori, cioè mi metto li con gli strumenti sotto mano e creo delle cose, dei giri, degli accordi, degli arrangiamenti, dei pattern di batteria, delle cose che non hanno per forza un’idea concettuale che le origina. Però trovo molto divertente il fatto di pensare prima le cose che si fanno, per esempio quando scrivi un libro puoi pensare già come andrà a finire, e di conseguenza scriverlo, oppure iniziare senza sapere dove andrai e poi trovarti a pensare il finale al momento in cui ci arrivi. Sono due modi diversi, l’importante è mettersi li e lavorare, spendere ore e tempo dietro le proprie idee, io sono uno molto teorico, però questo non vuol dire che nel momento in cui mi metto con le macchine sotto mano non tiri fuori delle cose, anzi sono uno abbastanza strumentista, mi piace suonare gli strumenti, diciamo che ho tutti e due gli aspetti, alle volte prevale uno. Nel mio disco ha prevalso l’aspetto concettuale che era: la metafora architettonica, il tempo e lo spazio, nello spazio son stato delimitato dall’idea che tutto quello che ho fatto è stato fatto in quell’Appartamento che ne ha determinato i suoni, l’estetica, mi son fatto guidare da quello che io potevo ascoltare acusticamente all’interno di questo ambiente che era, apparte i suoni che potevo produrre io, erano i suoni dell’esterno che entravano dentro di me, il rumore della città, il rumore dei vicini, il calpestio di passi, il rumore delle tende quando c’era il vento, i fruscii, le telefonate degli altri, il rumore del cellulare, e poi c’era il vincolo del tempo, cioè del fatto che tutto questo avveniva in un’epoca mai esistita, soprattutto in un’epoca sicuramente mai esista nel passato e non nel futuro.

R: Cosa significa un’epoca mai esistita?
M: Significa un’epoca non vissuta, cioè un’epoca in cui io non sono mai esistito, quindi il riferimento ad un’epoca che non mi apparteneva, non era la mia epoca, che non era il suono contemporaneo, il suono degli anni 80, era piuttosto il suono che c’era quando io addirittura ero o semplicemente pensato, o nel grembo di mia madre, in quegli anni la. Addirittura la musica che ascoltava mia mamma o mio papà, prima che io venissi al mondo che in qualche modo mi ha generato, la musica dalla quale io derivo senza averne avuto un’esperienza diretta, ma solo indiretta, allora ho provato a ipotizzare una musica che viene prima di me ma è tutta una cosa inventata che poi infondo non è che veramente queste canzoni c’erano negli anni 60, hanno una parvenza di anni 60, ma sono come io me li figuro ma poi non sono quelli. E’ come se io avessi magicamente trovato questo disco nella soffitta ed era un disco che era uscito nel 62 ma non ha avuto successo, queste canzoni non sono mai state conosciute, sono rimaste là ancora chiuse, ho provato a scrivere in modo non mio, come a scrivere delle finte cover, e mi son molto divertito ad estraniarmi completamente, al mettermi al di fuori da me stesso, in una posizione compositiva che non seguiva le logiche del mio essere autore di canzoni, negli accordi, nell’uso della melodia, per me cantare un pezzo come Altrove è come cantare una cover, come se non l’avessi scritta io, cioè io spontaneamente non scriverei quello, ponendomi quel vincolo sono riuscito a scrivere una canzone così che però mi piace, ma è come se non l’avessi scritta io, fare tutto questi esercizi di estraniamento poi alla fine secondo me produce di fatto, un percorso personale.

R: Quindi è un disco tuo, ma non tuo?
M: Si, esatto è un finto disco di cover, mentre quello che ho fatto adesso non è un disco di cover, ma la cover di un disco, una dis-cover…. (ride)

R: Un’ultima domanda, cosa ne pensi della produzione italiana di adesso?
M: Penso che ci siano cose interessanti, per esempio Bugo mi piace, mi è sempre piaciuto Gazzè, Nicolo Fabbi, certe cose di Tiromancino, ci sono molte cose che mi piacciono, però se posso fare una critica alla musica italiana, che è veramente poco audace, manca di slanci coraggiosi, di fantasia estrema, è come se non trasgredisse mai nessuna regola, fosse sempre troppo conforme e adatta, trovo che le musiche che piacciono a me sono musiche che hanno qualcosa di inadatto….

R: Cosa sta nel tuo lettore CD adesso?
M: Bè apparte il mio disco che sto ascoltando per capirne i difetti, ma ormai è troppo tardi perchè già è stato masterizzato, nel mio lettore CD stanno gli LCD Soundsystem, Peaches, anche se è un disco che è uscito un pò di anni fa, mi piace quel tipo di elettroclash la batteria elettronica usata in un modo un pò assurdo, ecco vedi in questo caso i ritmi di batteria elettronica di questo disco sono davvero poco prevedibili, il rullante sta al posto della cassa, c’è una sovversione continua dei ruoli che è quello che io chiamo audacia, coraggio, un pò ribaltamento delle visioni, è un espressionismo sonoro. In Italia siamo un pò perbenino, troppo contenuti, dentro delle certezze che fanno fare dei prodotti gradevoli ma a volte la gradevolezza non è tutto, mi piace anche l’invenzione, la stravaganza, la difficoltà nell’ascolto, a me piace ascoltare cose che ascolto con difficoltà, non delle cose facili da sentire, io ascolto molta musica contemporanea, che ne so Stockhausen che sono cose ostiche all’orecchio, non carezzevoli, stranamente io preferisco le cose che non capisco alle cose che capisco.

R: Per dire, siamo stati a vedere Megahertz dal vivo qui a Roma che ha un set molto particolare, bè eravamo 15 persone più o meno…
M: Si direi che Megahertz è abbastanza strano, anche se il suo disco non è abbastanza strano come dovrebbe essere, io non sono intervenuto nel suo disco, l’ho lasciato fare, mi piace la ricerca sonora che fa lui perchè è completamente analogica, è un pò una sfida tecnica, una cosa un pò fuori dal tempo diciamo, non si fa più così, è un pò un folle con le tecniche che ci sono ora digitali, potrebbe fare in un giorno le cose che fa in una settimana. Però mi piace il fatto che lui ha questa linea che probabilmente gli complica un pò la vita, ma che alla fine lo rende più originale.

R: Morgan produttore: continua tu…
M: Morgan produttore ultimamente non ha fatto molto, Morgan è sempre produttore di se stesso, mi sono anche un pò stancato di questo, mi piacerebbe essere un pò gestito da qualcun’altro che sia un pò più fuori di testa di me, perchè se quel qualcun’altro è più limitato di me allora è inutile. Io procedo per espansione voglio che le cose e le visioni siano sempre più larghe, gli orizzonti più lunghi, mi piacerebbe un produttore che mi tiri fuori delle cose, non che le lascia dentro, quindi continuerò ad essere produtto di me stesso finchè non arriva qualcuno…

R: Non hai voglia di produrre qualcun’altro, di tirare fuori le cose da qualcun’altro?
M: Io si ho voglia di farlo, adesso ho molta voglia di produrre Bugo, poi ho voglia di produrre un gruppo garage, cioè una specie di power trio…

R: A questo punto la cassetta finisce e dobbiamo salutare Morgan che va a fare il soundcheck… Un grazie particolare ad Emilio Zucca per il supporto nell'intervista.

Fonte: rocklab.it

Dal rock alla poesia, Morgan rilegge De Andrè pubblicando il suo nuovo album "Non al denaro, non all'amore, nè al cielo" un omaggio personale dell’artista a Fabrizio De Andrè. Un lavoro che arriva dopo la pubblicazione di “Le canzoni dell’appartamento” (debutto solista di Morgan, vero nome Marco Castoldi) e la colonna sonora “Il suono della vanità”.

Un’ operazione unica nel suo genere: il primo re-make discografico della musica italiana. Quasi fedelmente basato sull' omonimo album di Fabrizio De Andrè, a sua volta liberamente tratto dall' Antologia di Spoon River del poeta americano Edgar Lee Masters. Ri-arrangiato e Ri-prodotto da Morgan. Non è un disco di cover…

Alcuni cenni storici: “Non al denaro non all’amore né al cielo” fu pubblicato per la prima volta nel 1971 e subito definito “concept album” sia perché i testi provenivano tutti da un’unica fonte, sia perché il corpo musicale era un tutt’uno finito e autosufficiente, costruito “come una colonna sonora”. Le musiche, firmate Fabrizio De Andrè / Nicola Piovani, componevano una sequenza di piccole storie musicali connesse tra loro, alcune delle quali strutturate a mo’ di suite, non si trattava quindi d’una qualunque raccolta di canzoni ma di un’opera con i temi ricorrenti, armonie e melodie condivise, continui rimandi, citazioni barocche, passaggi psichedelici. Gli arrangiamenti erano di Nicola Piovani (allora ventiduenne) e affidati al suono di una grande orchestra classica supportata qua e là da un organico ‘leggero’, pop.
I testi, scritti da De Andrè con Giuseppe Bentivoglio, erano l’adattamento di nove dei 244 epitaffi che compongono l’intera Antologia di Spoon River. Poesie che diventano canzoni, ciascuna delle quali rappresenta un personaggio che ci racconta la sua vita, in forma di ballata o di mini-suite

Per conoscere le varie fasi del progetto abbiamo incontrato Morgan, accompagnato da Dori Ghezzi:

Da chi è partita l’idea di realizzare questo disco?

Morgan “ Prima di tutto non è album di cover , ma con questa operazione apro ufficialmente l’era del remake discografico, un’operazione logica accostandola al remake cinematografico considerata ormai una consuetudine. Come un direttore d’orchestra esegue un’opera classica io ho eseguito l’opera di De Andrè. Ho agito nel rispetto dell’originale, operando una sorta di ricostruzione filologica, soltanto filtrata inevitabilmente dai miei gusti, mezzi e possibilità…".

Ghezzi “Siamo noi che abbiamo deciso di affidare a Morgan questa operazione. Sentivo l’esigenza di tenere vivo questo lavoro per i giovani. Lui ha sempre adottato un atteggiamento diverso nell’interpretare la musica Pop attuale. Io volevo che Morgan facesse la sua personale interpretazione di Spoon River, ma lui ha deciso per il remake” . “Un desiderio che diventa realtà. I Miei genitori ascoltavano questo disco quando ero bambino, quindi lo conosco a memoria. De Andrè è uno dei miei artisti preferiti, un ammirazione che non ho mai negato” ha replicato Morgan.


Come hai operato il tuo remake ?

“Ho agito sulla materia in maniera rispettosa, ho eseguito un’opera senza alterare le note. Un’esecuzione con la partitura quasi originale, ho trascritto tutto il disco con quel margine d’errore minimo, con l’idea che avevo nella mente, con il ricordo della memoria…Ho operato onorando la Partitura di Piovani, sempre aggiungendo qualche elemento, mai eliminando. Ho integrato l’affresco dipinto da De Andrè. Di per se il disco era barocco, ora lo è ancora di più, con altri orpelli del ‘600…” “Su alcune parti ho dovuto effettuare un’azione di restauro, soprattutto i finali delle canzoni, realizzando, ma mai inventando, dei raccordi tra i vari pezzi. Era necessario mantenere integro un concetto, quello circolare tra vita e morte…"

Che rapporto hai avuto con i vari personaggi del disco?

“Ho trovato elementi di riconoscimento e autobiografici in ogni personaggio dell’album. Ad esempio mi ritrovo perfettamente nell’analisi della religione del Blasfemo (un ateo intelligente); o con il ‘matto’ e il ‘suonatore Jones’, due intellettuali uno il paroliere (matto) l’altro il musicista (Jones), due persone che hanno seguito la loro attitudine e sono felici…Un insegnamento che ho fatto mio: ho seguito la musica e sono felice..”

Come definiresti questo album e cosa ti aspetti da questo progetto ?

“E’ un disco Barocco. De Andrè è stato poeta nell’adattare la poesia (arte e valore universale) in Musica. Un lavoro che affronta l’aspetto sociale di una civiltà organizzata. Una materia cangiante da conservare e tramandare. La musica di questo set è come una colonna sonora di un film che non c’è. Per questo motivo ho deciso anche di realizzare l’intera opera in lingua inglese. La mia è stata una scelta contro tendenza. Oggi tutto è frammentario, mentre questo è un concept. Desidero che i giovani ascoltino ‘Non al denaro, non all'amore, nè al cielo’ senza pregiudizi, ovvero evitando il confronto con l’originale. La canzone personaggio è il modello predominate del CD, uno schema che ho sempre amato, che ho affrontato con “The Baby” nel mio debutto solista , ma anche con i Bluvertigo".

Ci sarà un’esecuzione live del disco?

“Si. Un tour estivo. Ci sarà l’esecuzione completa dell’opera senza interruzioni con l’aggiunta di poesie di Lee Masters, come per “The Wall” dei Pink Floyd. Un’operazione assolutamente inedita".

Progetti per il futuro?

“Oltre alla traduzione di ‘Non al denaro, non all'amore, nè al cielo’ in inglese, ho in mente una cosa molto originale, diversa, qualcosa di nuovo, che mi stimola. Una sfida personale, un progetto ambizioso che mi piacerebbe realizzare con i Bluvertigo. Quello che posso dirvi è che sarà una ‘scatola che suona’ , con strumenti auto-costruiti…la musica è solo uno degli elementi di questa proposta…”

Con la versione in Inglese potrai esportare il tuo lavoro?

“La versione in inglese è un mio desiderio e spero di trovare qualcuno che la pubblichi. Andare all’estero non è un mio limite , ma di chi mi gestisce. La discografia italiana non è competitiva. Io faccio parte della generazione di MTV, conosco la musica inglese come la conoscono i britannici, ho una preparazione adeguata e il mio operato è forse meglio collocabile oltre Manica. Questa iniziativa potrebbe rappresentare l'occasione giusta perché sono poesie di Lee Master e musiche di Piovani…".


Le differenze:

De Andrè
durata complessiva: 31’15"
numero brani: 9

Morgan
durata complessiva: 43’22”
numero brani: 17 (Nelle canzoni-suite c’è un ID all’inizio di ogni sezione)

Alcuni interventi
[di seguito elencati gli elementi di novità –aggiuntivi rispetto agli arrangiamenti originali]

inizio: tema de ‘il suonatore Jones’ eseguito da clavicembalo, organo e quintetto d’archi

Dormono sulla collina: pianoforte, sintetizzatore Moog, coda finale e collegamento al brano successivo

Un matto: struttura inizio, ripetizione temi (riff), clarinetto, arrangiamento cori polifonici su quarta strofa, bisbiglio delle ‘voci in sordina’

Un giudice: (arrangiamento ampiamente rivisitato), batteria e Rhodes Piano Bass, ocarina solista sostituita con flauto a coulisse, tema eseguito ogni volta con diverso strumento e nel finale dalla somma di tutti, ripetizione temi e ripresa finale con coda


Un blasfemo: tempo allargato, tema strumentale duplicato con variazioni armoniche, verso conclusivo 3volte reiterato invece di 2 , nuovo finale

Un malato di cuore: tempo molto allargato, sostituzione della voce soprano con theremin, variazioni armoniche nel ponte e nella sezione strumentale arrangiamento libero su un tema tratto dall’inverno di Vivaldi, in origine accennato con chitarra

Un medico: pianoforte, clarinetto basso, sintetizzatori, mellotron, voci processate con effetti nel ponte, nella terza strofa il clavicembalo espone il tema regio dell’Arte della Fuga di J.S.Bach.

Un chimico: tempo allargato; piano elettrico, contrabbasso, chitarra elettrica; dopo la terza strofa inserto di sedici misure del celebre Canone di Pachelbel eseguite dal quintetto d’archi (O.S.), dopo un’improvvisazione strumentale la tonalità modula alzandosi di un tono e mezzo.

Un ottico: (suite composta di cinque sezioni denominate ‘clienti’) pianoforte e clarinetto, voce con megafono nella seconda strofa e nel finale, riff di ottoni riassegnato a moog+clarino+archi, rielaborazione delle voci dei clienti, improvvisazione ‘free-funk’ del gruppo ‘le sagome’ che si conclude con cluster politonale psichedelico

Il suonatore Jones: il flauto è sostituito dal violino (cfr E.L.Masters, ‘Fiddler Jones’), pianoforte, batteria e basso dalla terza strofa, voce soprano nel finale sostituita dal Theremin, il finale è ripetuto una volta in un crescendo con variazioni armoniche.

Concludono quattro note dal tema di ‘Dormono sulla collina’, nel segno della circolarità.

Canta:
Morgan


Suonano:
il gruppo “le sagome” (Sergio Carnevale [bluvertigo] - batteria / Enrico Gabrielli - clarinetto / Giovanni Ferrario -chitarra e basso / Marco Causino - chitarra / Daniele” Megahertz” Dupuis - organo e theremin / Morgan – voce, clavicembalo, pianoforte, sintetizzatori, basso / Alessandro “Pacho” Rossi –percussioni)

orchestra scomposta
(Violino primo - Valentino Corvino / Violino secondo - Zita Petho / Viola - Sandro Di Paolo / Violoncello primo - Piero Salvatori / Violoncello secondo - Roberta Castaldi sorella di Morgan)

 


Carlo Cassani

(10 maggio 2005)

 

Fonte: newsic.it

Patrizio LONGO: “Contraddizioni” è il singolo che interpreti un questa raccolta, a cosa si riferisci il titolo di questa canzone?
MORGAN: L’idea della canzone nasce da Luca Urbani che è l’autore-motore di questa operazione. Le sue contraddizioni, alle quali mi associo, sono le naturali contraddizioni che ci sono nella mente umana che non spaventano ma che anzi sono vitali, che sono il continuo incontro scontro oppure il dubbio; dubito quindi sono. La prova dell’esistenza e più che altro dell’intelligenza è che ci si possa contraddire che si possa cambiare opinione, si possano avere opinioni in evoluzione. Io penso che sia una cosa di questo tipo. Contraddizioni che non sono spaventose e non sono paralizzanti, ma sono contraddizioni vitali e biologiche alla mente, al lavoro dell’intelligenza delle sinapsi del cervello.
Patrizio LONGO: Sei definito il cantante Dandy italiano, ci parli del tuo rapporto con la musica di Fabrizio De André e di quanto ti rispecchi nella sua personalità?
MORGAN: Io penso di essere profondamente diverso da Fabrizio De Andrè, ma, in virtù del discorso fatto prima anche in qualche modo simile. Ultimamente ho stretto un’amicizia con Dori Ghezzi, la moglie di Fabrizio De Andrè, e mi ha raccontato com’era Fabrizio nel privato, ed è stata lei a dirmi che ci sono dei tratti di somiglianza tra noi. Ad esempio il fatto che lui componesse di notte, che in qualche modo fosse attratto dalla notte e in respingesse il sole, un nemico della luce; in questo mi sento abbastanza simile a lui. A volte mi sento abbastanza simile anche per quanto riguarda una certa poetica sociale, cioè nel senso di incarnare le voci dei più deboli, le voci di quelli che non hanno voce. De Andrè in modo più amplificato del mio sia il portavoce degli individui che nella società subiscono il potere gli abusi e le prevaricazioni degli altri, dei prepotenti. In questo mi identifico molto, almeno un giorno vorrei essere così.
Patrizio LONGO: Nel tuo primo album da solista “Canzoni dell’appartamento” avevi pensato di inserire il singolo “Il cantico dei drogati” Come mai la scelta ricade su questa canzone differente come struttura dalla altre di De André?
MORGAN: Perché mi emozionava molto questa canzone, il fatto che il ritornello dicesse, “come farò a dire a mia madre che ho paura”. In effetti non è molto associabile agli altri pezzi di De Andrè, ma è altrettanto profonda l’idea del “Canto dei drogati”, perché normalmente per drogati intendiamo persone chiuse, che per riuscire a reggere l’impatto con l’esistenza si devono drogare, e difficilmente riescono ad esprimere la sofferenza ma se la tengono dentro. E quindi un canto dei drogati è un tentativo di liberazione, di una confessione di una risoluzione che è già un primo passo verso la risoluzione dei propri problemi. Mi era piaciuta molto e mi identificavo in questa canzone, l’ho registrata ma non l’ho inclusa nell’album, ma ce l’ho, diciamo esiste, prima o poi la farò uscire postuma.
Patrizio LONGO: Adesso una domanda sull’album “Il suono delle vanità” in realtà una sound tracks molto bella risulta l’ultima traccia del disco “Storia d'amore e vanità” quanto le tue canzoni sono autobiografiche?
MORGAN: Questa è una diversità che ho con De Andrè. Pare che lui facesse canzoni costruendo un poco le storie sugli altri, ci sono pochissime canzoni di De Andrè che invece sono autobiografiche, forse una delle poche è “Valzer per un amore” che addirittura parla in prima persona. Invece normalmente le canzoni di De Andrè andavano proprio a descrivere storie altrui quindi storie di personaggi. Le mie canzoni partono nella maggior partono da considerazioni inerenti alla mia vita personale, alle mie esperienze, a quello che il mio io sente di fronte al mondo, di fronte alle cose e alle situazioni. In questo caso la storia di “Amore e di vanità” è proprio una canzone che definirei terapeutica, catartica, perché in quel periodo venivo da mesi di musica strumentale innanzi tutto, per il film andava fatta una musica di commento, fatta di puri esperimenti sonori elettronici, sonorizzazioni di sound designing, un lavoro di elettronica abbastanza pesante e approfondito, di manipolazione, di sintesi digitale e analogica; un lavoro di suono. Mi andava di scrivere una canzone che tirasse un poco le somme della vanità, e ho letto le metamorfosi di Ovidio dove appunto si parla della storia di Eco-Narciso, e così come ci viene tramandata, e sappiamo cos’è il narcisismo basandoci anche grazie al terzo libro delle metamorfosi. Io partendo da una corretta descrizione o parafrasi del testo in latino, ho sovrapposto questa alla mia vita personale, riferendomi ad una mia relazione amorosa dove le parti di Eco e Narciso vengono invertite, io sono Eco e lei è Narciso e ho parlato di me. Quindi dopo mesi di musica strumentale ho tirato questa voce, ma è la voce di Eco che poi non è altro che un’inutile tentativo di un canto servito forse a me, ma non certo a recuperare le fila della vicenda.
Patrizio LONGO: Se parliamo di maestri della sperimentazione come consideri Brian Eno e Philips Glass?
MORGAN: Personalmente rispetto al mio gusto mi piace di più Brian Eno, anche se di Philip Glass apprezzo molto il lavoro fatto con il film di Koyaanisqatsi un film di immagini e musica, diciamo un lunghissimo videoclip dove la musica di Philip Glass è veramente eccellente, per il resto non sono un super fan di Glass perché è come se il suo minimalismo si esaurisse in poche cose, e poi diventasse ripetitivo e un poco noioso. Invece Brian Eno è un altro tipo di musicista, anche perché si è sempre definito un non musicista, probabilmente anche con un poco di modestia o di finta tale; ma è un grande organizzatore di suoni, fa dei ragionamenti sui suoni è una specie di matematico della musica. Quello che mi piace è il suo lavoro nel pop, con gli U2 con gli Ultravox con i Talkin Heads, e anche come tastierista, come uomo del sintetizzatore con i Roxy Music e soprattutto con David Bowie. L’apporto di Brian Eno è sempre molto riconoscibile e fondamentale, è come se la manata la zampata di Brian Eno determinasse il genere musicale, cioè uno prende un gruppo come gli AC/DC però c’è lui che fa delle manipolazioni o qualcosa di misterioso con i sintetizzatori e automaticamente la musica diventa musica elettronica ai massimi livelli. È un poco come se il suo tocco fosse come quello di REMIDA, trasforma tutto in oro.
Patrizio LONGO:Che rapporto hai con internet ?
MORGAN: Ho un rapporto ossessivo con internet, lo utilizzo fondamentalmente quando devo fare delle ricerche, e quando inizio non la smetto più e mi ritrovo alla sette del mattino, avendo iniziato a mezzanotte che sono ancora sullo stesso argomento a cercare, finisco esausto e devo prendere un sonnifero.
Patrizio LONGO:Grazie per esser stato con noi a raccontare la tua idea di fare musica.
MORGAN: Grazie a te !!!!

di Patrizio Longo
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www.patriziolongo.com

Fonte coolclub.it




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