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comunicati

di Carlo Moretti

Il musicista e leader dei Bluvertigo commenta la scomparsa di uno dei suoi eroi musicali: "Il suo suono è inimitabile"

 

Morgan è in una pausa di lavoro ad Amici, il talent di Canale 5. Ha appena finito di rivedere la lezione che ha tenuto su Piero Ciampi e gli altri cantautori, montata per ildaytime del programma. I commenti su Facebook dei ragazzi sono tutti positivi: "Mancava uno come te nel talent, stai portando la poesia in un contesto in cui questi autori non sono poi così noti". Lui è soddisfatto del ruolo: "Qui sono il jolly, di volta in volta faccio ciò in cui mi sento di poter competere, non sono un coach, sono Morgan".

Da musicista e artista sensibile qual è, Morgan accetta di commentare la morte di Prince, uno dei suoi eroi musicali: "Stranamente avevo messo in programma una canzone di Prince per la prossima prova che avevo definito la "prova funky", che faremo però slittare di una settimana: i ragazzi dovevano competere sull'accompagnamento mio di grandi classici della musica soul e funky, una sorta di "vince chi ha più groove"".

Poi è arrivata la notizia della morte di Prince, cos'ha pensato?  
"Soprattutto trovo sia sbagliato che lo si definisca pop, come ho letto in tanti giornali: il grande artista che ha reinventato il pop. Non sono d'accordo: Prince è un artista funk, non pop, questo non vuol dire che non abbia saputo fare tutti gli altri generi. Pop è Madonna, Prince è un'altra cosa, è figlio di James Brown non dei Beatles, anche se ha saputo dimostrare che era molto eclettico. E dal punto di vista della black e della soul music, è stato l'unico che ha saputo sfondare tutti i confini".

Un artista che ha portato Sly Stone e George Clinton dentro il mondo del rock, insomma.
"Direi che ha portato se stesso nel mondo rock, perché se anche suonava la chitarra come un Jimi Hendrix era comunque il più grande chitarrista del mondo, dal punto di vista del frontman con la chitarra. Vorrei sapere chi pensa di poter competere con lui dal punto di vista strumentale. E di più: non era solo cantante e frontman, era il produttore dei suoi dischi. E la cosa fondamentale, quella che ha fatto successo dei suoi dischi negli anni Ottanta, era il modo in cui suonavano, tutti facevano riferimento al suono di Prince. Era considerato d'avanguardia ma come tutte le cose passate alla storia del rock e del pop, ciò che è d'avanguardia diventa punto di riferimento, significa riuscire ad accontentare il gusto del pubblico e allo stesso tempo quello delle menti più raffinate. Era pop nel senso di popolare, capace di essere largo, come si dice con linguaggio televisivo. Molti suoi successi sono stati successi commerciali, da juke box. Nonostante questo era sperimentale, d'avanguardia, un innovatore, un futurista, il suo suono era sempre avanti: si ascoltava il rullante di Prince, famoso per essere il più strano, tutti volevano imitarlo ma era irriproducibile, si facevano dei giri di effettistica pazzeschi senza mai riuscire ad imitarlo bene".

Quanto era avanti rispetto agli altri? Forse quasi venti anni come suggerì il titolo dell'album 1999 dell'82?
"Prince ha lasciato qualcosa profondo come un buco nero. Il suo periodo post-successo, quello che viene definito del declino, non era vero declino ma pazzia inventiva. Quando un genio come lui si mette in testa delle idee sono uniche, innovative e poco condivise. Impiegheremo anni per capire quel suo periodo buio. Il suo disco più bello per me non è il più famoso ma proprio quello che segna la porta verso il declino,Diamonds and pearls, l'ultimo della grandeur. Come i grandi della musica e del romanzo, come il Principe che si era immaginato di essere, Prince si è disegnato la parabola ascendente e discendente. Proprio come fece Bowie, the rise and fall, si merita di aver fatto Prince. E in quell'album della caduta c'è una delle sue più belle canzoni, Come".

E poi c'erano i suoi mitici live.
"Non aveva paragoni. Senza esagerazioni credo che Prince sia stato il più grande performer live di tutta la musica. Io non ho mai visto un musicista suonare la chitarra elettrica così bene dal vivo, da vero guitar hero, rendendo nulla gente come Slash, suonando come un Jimi Hendrix, o il pianoforte come un Jerry Lee Lewis e un Keith Jarrett messi assieme. Mi sembra che sia qualcosa di magico che ha a che fare con l'essere una star. Poi un giorno l'ho visto al basso, il mio strumento, e allora ho detto addio, suonava come Stanley Clark".

Era anche un grande selezionatore di nuovi talenti
"Come tutti i grandi leader, come Elvis, sono grandi personalità non solo per il pubblico ma anche per i musicisti. A Elvis bastavano i suoi gesti, il movimento delle sue braccia, per dirigere il suo batterista e gli altri musicisti. I musicisti che suonavano per Prince suonavano in modo diverso, suonavano per lui".

Il palco sembrava quasi chiamarlo, i 21 concerti di fila a Londra e nell'ultimo periodo i concerti annunciati a sorpresa, il giorno prima.
"Dal vivo non cercava il rapporto con il pubblico ma con la propria musica, perché era la sua quotidianità. Tenere un concerto come qualcosa che si mette all'ordine del giorno, non una cosa strana da fare o da imparare, da fare con prove, impegno, difficoltà. Per Prince la quotidianità della musica è suonarla, non andarla ad ascoltare perché la fanno altri, la musica viene fuori come acqua da un rubinetto, basta decidere di aprire il rubinetto. Una necessità quotidiana come un bisogno fisiologico".

C'era questa facilità ma anche una sofferenza profonda, la sua morte appare in queste ultime ore simile a quella di Michael Jackson.
"Ce l'abbiamo tutti questa sofferenza profonda, la capisco molto bene. E' abbastanza inspiegabile, però la comprendo. E' il risultato della sensibilità estrema, di chi si rende conto delle cose. Le persone particolarmente sensibili sono creativamente molto generose ma trasmettono su loro stessi tutto il negativo che colgono dell'esistenza. La sensibilità per loro diventa un'arma a doppio taglio, può produrre autolesionismo e spesso anche autodistruzione. E' qualcosa di commovente. Ma voglio sperare nel grande sogno che Prince sia talmente geniale che si sia finto morto. E che il mistero si concluda con un punto di domanda".  

 

Fonte: repubblica.it/spettacoli/musica/2016/04/22/news/morgan_ricorda_prince-138221576/

 

ARANCIA MECCANICA

scritto da Anthony Burgess

regia Gabriele Russo

musiche Morgan

scene Roberto Crea

Costumi Chiara Aversano

Luci Salvatore Palladino

 

 

Prossime date:

- Dal 26 aprile al 15 maggio 2016 al Teatro Eliseo di Roma (clicca qui per info)

 

Arancia Meccanica

   

«Ho deciso di fare il delinquente

e odiare gli oziosi passatempi di questa nostra età.»

Riccardo III


Arancia meccanica rappresenta uno dei romanzi distopici meglio rappresentativi nel suo genere, non meno visionario e lungimirante di un altro classico come 1984 di Orwell, con cui, in modo non casuale, esistono diverse convergenze.

A distanza di 51 anni dalla prima pubblicazione del romanzo ci si rende conto di quanto Burgess avesse saputo guardare anche oltre il suo tempo,
presagendo, attraverso la storia di Alex e dei suoi amici Drughi, una società sempre più incline al controllo delle coscienze ed all'indottrinamento di un "pensiero unico". Se negli anni sessanta quei temi stavano appena
cominciando a diventare materia di argomento e riflessione oggi siamo tutti molto più consapevoli del tentativo di controllo delle coscienze a cui noi tutti siamo sottoposti.
L'opera ha favorito delle domande, la libertà di scelta è davvero così importante? E a questo proposito, l'uomo è davvero capace di scegliere? E ancora: la parola libeltà significa qualcosa di preciso? Ed in particolare, è meglio essere malvagi per propria scelta o essere retti ed onesti grazie ad un lavaggio scientifico del cervello?
Il film di Kubrick del 1971, ha saputo tradurre perfettamente il mondo descritto da Burgess, facendo della versione cinematografica di Arancia Meccanica un caposaldo della cinematografia di tutti i tempi. Un film che ha lasciato un segno tale da scoraggiare l'idea di una messinscena.
Tuttavia, quando ho letto l'adattamento che lo stesso Burgess ha elaborato a suo tempo per il teatro, sono rimasto sorpreso e coinvolto dalla sua completa autonomia drammaturgica.
Nella prima parte al linguaggio originale e caratterizzante dei 4 drughi, si alternano canzoni in versi corredate di libretto e spartito scritto dallo stesso Burgess, aspetto che almeno nella struttura se non nel contenuto mi ha fatto pensare ad un testo brechtiano.
Trovando nella parte musicale uno degli elementi distintivi dell'opera, è stato naturale pensare ad un musicista fuori dagli schemi, prorompente ed originale, un musicista che in qualche modo somigliasse ad Arancia Meccanica, Marco Castoldi in arte Morgan.


Così come nel romanzo la storia viene raccontata in prima persona da Alex, il capo carismatico dei Drughi, nella messinscena tutto sarà vissuto come se ci trovassimo in un suo incubo.
Ragion per cui, visioni, musiche, ritmo saranno scanditi dal sentire del protagonista.
La scena sarà una scatola nera al cui interno si materializzeranno le visioni di Alex, installazioni di arte contemporanea che si autodistruggeranno nella scena successiva. Un mondo rarefatto e onirico in cui però avvengono cose reali. In cui ad una causa corrisponde sempre un effetto.
In tal senso sarà interessante indagare e chiedersi quanto sia possibile l'idea del male assoluto, del male come fine a se stesso, come puro godimento. Non a caso lo stesso Burgess descrivendo Alex lo paragona a Riccardo III.
Questo sta a significare che non ci sono cause reali a giustificare la violenza perpetrata da Alex, e Kubrick stesso ha scelto questa strada.
I costumi dei drughi non guarderanno ad un possibile futuro, ma saranno più vicini all'immagine ed i simboli dei ragazzi di oggi, così da cercare un rapporto empatico più immediato ed inquietante con lo spettatore.

Con Tommaso Spinelli abbiamo curato la tradizione del testo rimanendo fedeli il più possibile alle originarie intenzioni di Burgess.
Il lavoro più duro ha riguardato la trasposizione del linguaggio dei drughi, il Nadsat inventato dallo stesso autore, uno slang inglese con influenze russe.
Per non perdere lo straniamento oltre che la violenza che questa parlata ha il potere di trasmettere abbiamo lavorato sui singoli termini con attenzione scrupolosa, in qualche caso confrontandoci con la generazione dei nostri 18enni avvezza all'utilizzo di un linguaggio che crei identità.

La sottile linea di confine fra bene e male, il rapporto fra vittima e carnefice, la connessione fra la violenza del singolo individuo e quella della società saranno i temi che vorrò portare in evidenza.


Gabriele Russo

 

 


 

 

Scene di Roberto Crea

Arancia Meccanica - Teatro Bellini di Napoli

 

Arancia Meccanica - Teatro Bellini di Napoli

 

Arancia Meccanica - Teatro Bellini di Napoli

 

Arancia Meccanica - Teatro Bellini di Napoli

 

 

Arancia Meccanica - Teatro Bellini di Napoli

 


 

Costumi di Chiara Aversano

  Arancia Meccanica - Teatro Bellini di Napoli

 

Arancia Meccanica - Teatro Bellini di Napoli

   


 

Arancia meccanica, pubblicato anche come Un'arancia ad orologeria (A Clockwork Orange), è un romanzo fantapolitico di Anthony Burgess del 1962. Riadattato per il grande schermo, Stanley Kubrick trasse la celeberrima versione cinematografica Arancia meccanica che uscì negli Usa nel 1971 e nel resto del mondo nel 1972.

È il protagonista medesimo, in prima persona, a narrare la propria storia, fornendone un'apparente prospettiva assimilabile ad una fonte erronea ed inaffidabile. Alex non tenta mai di avanzare giustificazioni per le proprie azioni, trasmettendo un'istintiva idea della propria (supposta) buona fede. Un narratore tanto "improbabile", dovrebbe evocare nel lettore un senso di pietà per il ciclo infinito di sofferenze, che egli descrive come fossero "ingiuste" disgrazie che lo colpiscono. La sua tecnica è efficace in quanto riferisce in modo facile situazioni che facili certo non sono.
Ambientato in un futuro distopico, il romanzo si apre con la presentazione del protagonista Alex, che con i membri della sua banda, Pete, Georgie e Bamba, vagabonda per le strade di notte, compiendo delitti per divertimento. Alex è intelligente e sa esprimersi in modo appropriato, ama la musica classica (soprattutto Ludwig Van Beethoven) ed è sicuramente più colto della media dei quindicenni. Solo, come abbiamo visto, si diletta nel delinquere e nel commettere atti di violenza sessuale, offrendone al lettore una descrizione sconcertante per la sua apparente "innocenza".
Dopo svariate malefatte (tra cui lo stupro della moglie di uno scrittore) ed in seguito catturato a seguito dell'omicidio di una vecchia signora, Alex riporta una condanna a 14 anni di reclusione per omicidio. Il carcere non cambia di certo la natura di Alex, il quale punta sulla buona condotta per tentare di migliorare la sua situazione (e magari farsi ridurre la pena); a tal proposito frequenta la biblioteca del carcere e si ingrazia il cappellano del carcere. Durante questo periodo viene a conoscenza di un trattamento sperimentale (la cura Ludovico) per la "redenzione" dei malfattori abituali "per tendenza innata". Sebbene il cappellano ed il direttore del carcere siano contrari a questo metodo, la situazione politica viene incontro ad Alex che riesce ad ottenere l'appoggio di un politico senza scrupoli per proporsi quale cavia per il trattamento, allettato dalla promessa di acquisire, a seguito della "cura", la libertà personale perduta a causa della condanna...

Il giudice a richiesta dell’edizione quindici del talent di Canale 5 lancia un nuovo guanto di sfida. Morgan destruttura Stelle di Stelle e testa il talento di Lele e Chiara.

di Francesca Verde

 

Morgan ad Amici di Maria De Filippi

 

Si sono appena spenti i riflettori sulla prima di Amici di Maria De Filippi, ma l’illustre jolly della nuova edizione torna alla carica con una nuova prova da brivido. Morgan, da sempre noto per il suo estro artistico e poliedrico, vuole insistere sulla capacità di essere delle vere star e lo fa in un modo tutto suo. Con un lungo e articolato messaggio vocale, il Marco Castoldi dei BluVertigo chiama a raccolta Lele e Chiara, disvelando tutti gli obiettivi che il vincitore della prova dovrebbe raggiungere.

Blu da una parte e Bianchi dall’altra, con un insolito Morgan a rompere il ghiaccio che, per l’occasione, apre il palco a due giovani cantanti chiamati a dimostrare di essere delle vere star. La prova si baserà su uno capolavori contenuti nell’album Oltre di Claudio Baglioni, il duetto con Mia Martini Stelle di Stelle.

La canzone sarà divisa in tre parti – annuncia Morgan – inizierò io, per poi lasciare spazio a voi. La prova si svilupperà su tre livelli di difficoltà, con un primo livello basato sulla comprensione del testo, un secondo sulle doti tecniche e un terzo che riguarda la capacità di esprimere il proprio talento artistico. Il duetto-non duetto che Chiara e Lele dovranno interpretare s’incentra sulla capacità di essere espressivi, intonati e sincronizzati su due melodie diverse.

Al primo ascolto, è tutto uno scompigliarsi i capelli sia per Chiara che per Lele. Secondo Lele Esposito si tratta di una prova tostissima, mentre Chiara sembra esprimere qualche remora a confrontarsi con la grande Mia Martini. Entusiasta, invece, Elodie, che vorrebbe essere al posto di Chiara e dividere il palco con Emanuele.

[...]

La seconda puntata serale di Amici di Maria De Filippi andrà in onda sabato 9 aprile, alle 21,10, su Canale 5.

 

Fonte: optimaitalia.com/blog/2016/04/05/sperimentazioni-di-morgan-ad-amici-di-maria-de-filippi-primo-duetto-non-duetto-per-lele-e-chiara/261876

Il libro di Morgan dal vivo è uno spettacolo teatrale modulato in cinque atti che ripercorre la vita dell’artista tra parole, immagini e perfomance. La sceneggiatura curata da Roberta Castoldi è tratta dall’omonimo libro pubblicato da Einaudi. Lo spettacolo è il risultato di un atto creativo all’insegna del sincretismo, dove stili e linguaggi artistici diversi si fondono. 

Il 22 marzo è stata la volta di Milano nel celebre Teatro Alessandro Manzoni.
Morgan non ha nulla da nascondere, né maschere da indossare prima di entrare in scena. Il suo ingresso sul palco del Manzoni ne è una prova: a nulla serve il rito di apertura del sipario perché il palco è svelato allo spettatore prima ancora che lo spettacolo possa cominciare. Nulla è per caso, tutto è pensato. Non c’è distinzione di ruolo alcuno tra il protagonista e lo spettatore, quest’ultimo viene calato in medias res nella performance.
Complici di questa serata sono stati Mauro Pagani, produttore e musicista che con Morgan ha condiviso gran parte della sua carriera, soprattutto nel periodo di “Canzoni dell’Appartamento” (2003), Dario Ciffo e Agostino Nascimbeni (in arte Lombroso) musicisti e amici e, non per ultimo Megahertz, poliedrico musicista e compagno di viaggio musicale.  Non è un caso che il palco sia per Morgan la sua casa – come egli stesso ha affermato - è il posto dove si sente che tutto è come deve essere, un luogo perfetto che gli dà pienezza e appagamento.
Il viaggio dentro la vita di Morgan inizia quando l’artista incalza parlando di sé, naturalmente, senza artifici. Morgan non vive, vola, infatti è sempre in alta quota come afferma più volte, la sensazione è quella di non avere i piedi per terra dove ricompensa è il fatto di avere una buona dose di senso pratico.
Si susseguono immagini della vita privata, affetti e momenti intimi su cui Morgan intona "Destino Cattivo". Una tra queste immagini ritrae la famiglia Castoldi in Villa Reale. Morgan, veniva portato regolarmente ai concerti fin da quando era in grembo; racconta allora di uno dei ricordi più vividi della sua infanzia: un concerto di Roberto Vecchioni.  Ciò che attirò la sua attenzione fu la particolarità del cantautore di parlare piuttosto che cantare. Vecchioni – afferma Morgan - emanava gioia, come se nell’aria ci fosse un benessere collettivo. Non c’era dispersione, solo unità. Morgan e Roberto Vecchioni Ed è proprio da quella sera che Morgan ha cercato di ricreare quella situazione di armonia, di filantropia e di amore durante i suoi concerti – per tutta la vita non ho fatto altro che inseguire quella scintilla: io a quattro anni in quel grande prato al concerto di Vecchioni. Ogni volta che canto mi sento Vecchioni, è come se parlassi a me bambino -. Ed è in quell’istante che in sala entra l’ospite atteso: Roberto Vecchioni. Dal pianoforte iniziano a risuonare le prime note della celebre “Luci a San Siro” in cui Morgan accompagna con musica e voce il professore. L’atmosfera è magica, sembra quasi di immergersi nella Milano e in quella storia autobiografica di gioventù e nostalgia. Vecchioni si dice sorpreso, racconta di essersi commosso telefonicamente quando Morgan gli lesse la parte a lui dedicata nel suo libro, affermando che ciò che più apprezza di lui è che non sia mai scontato. Morgan dal suo canto lo ringrazia, perché onorato dalla presenza sul palco e nella sua vita. E’ la volta poi di “Samarcanda” con cui il Professore saluta gli spettatori.
Morgan riprende senza sosta, è un fiume in piena, alterna brani di genere diverso negli atti successivi: a partire da “Amore Caro, Amore Bello” (Lucio Battisti) in cui è accompagnato da Agostino Nascimbeni (alla batteria) e Dario Ciffo (alla chitarra) a “La notte” (Adamo), non può poi mancare l’omaggio a Milano che è il simbolo del capoluogo lombardo stesso “O mia Bela Madunina” (Giovanni D’Anzi).
Entra in scena il produttore e musicista Mauro Pagani che accompagna Morgan dapprima al flauto traverso in “Cieli Neri”, brano successivo è “Parole a caso” testo e musica co-prodotto contenuto nell’album “Domani” di Mauro Pagani.
Con i Lombroso e Megahertz “Sunday Morning” (Velvet Underground), “Something” (The Beatles) e l’immancabile omaggio al Duca Bianco con “Space Oddity”.
Complessivamente è stata una serata ricca di emozioni, sensazioni e armonia. Due ore di condivisione e magia, interazione tra artista e pubblico. Morgan è ogni volta la conferma che al vuoto culturale si risponde con la Poesia, con la condivisione, e con l’amore.



“Sento che qualcuno al mondo c'è

che capisce e reagisce perché ancora si stupisce.

Libertà non è per nascita

ma si conquista col talento, l'invenzione, lo studio e la fatica

Perdersi dentro gli altri nelle storie nelle idee

rintracciarsi è il contrario di sentirsi persi,

ci fa disperare non vedere quel che ci assomiglia.”

                                (Morgan – “Destino Cattivo”

 

 

 

 

 

di Giusy Lazzarano 

(ANSA) - ROMA, 24 MAR - "Se non fosse per Maria, la musica in tv sarebbe relegata chissà dove. Mi ha chiamato ad Amici e mi ha dato uno spazio molto libero che cercherò di gestire al meglio, considerando che questa è una scuola e qui si studia.

Contribuirò nei miei limiti che sono molto limitati". Morgan è il nuovo acquisto di Maria De Filippi nella squadra della scuola tv più famosa d'Italia, che torna dal 2 aprile con l'edizione serale su Canale 5.

Il musicista, che in passato è stato giudice di X Factor, non perde l'occasione per attaccare il programma concorrente: "Nelle ultime edizioni non sapevo neanche come si chiamassero i ragazzi. Tutto finto. Ma il problema è il format, blindato dall'estero. Ad Amici c'è più libertà". Morgan affonda anche contro le case discografiche che "hanno responsabilità nella gestione dei ragazzi che escono dai talent".

 

Morgan ad Amici

 

Fonte: ansa.it

L'artista torna in scena al teatro Manzoni, con la rappresentazione della sua autobiografia. "La città offre tanto, ha un'anima e spaventa chi vuole solo il suo tornaconto"

di ANTONIO DIPOLLINA

 

Tutti dovrebbero passare un paio d'ore accanto a un pianoforte verticale. Ma vale solo se accanto all'oggetto c'è Morgan, il Marco Castoldi della Brianza e proprio lì, in Brianza, tra i suoi collaboratori efficienti e simpatici, totalmente a suo agio: a quel punto dopo mezz'ora hai vissuto in realtà quattro o cinque ore almeno, a vederlo balzare sui tasti al solo accenno di una cosa di musica di cui si parla, sfidarti a riconoscere una Variazione Goldberg (sconfitta totale) ma anche a suonarti la Voce del Silenzio. Martedì sera Morgan torna in scena, al teatro Manzoni, con l'idea vagamente stravolta di rappresentare via parole e musiche la sua autobiografia, "Il Libro di Morgan" - che aveva un sottotitolo impegnativo, "Io, l'amore, la musica, gli stronzi e Dio" - in un crescendo chissà quanto studiato e riscritto e rifatto oppure venuto così, di getto.

Per l'occasione ci sarà Mauro Pagani e la coppia garantisce in partenza la copertura pressoché totale dell'intero scibile musicale (suoneranno anche i Lombroso e Megahertz, tipi che si trincerano dietro nomi simili e poi squadernano meraviglie di complicità con l'Artista). Lo show è in realtà un happening in cui si può cambiare tutto ogni volta, Morgan ne sogna una sorta di edizione prolungata nel tempo e ogni volta diversa, invitando via via sul palco altri artisti sempre nuovi.

Avere di fronte il pubblico milanese è una storia che impegna o si porta con tutto?
"C'è una sana paura e un rispetto superiore: lo stesso che i milanesi riservano a te chiedendoti al tempo stesso parecchio. Vengono davvero per lo spettacolo, a Milano, non per esserci e raccontarlo dopo. Ci riconosci la natura della città, in realtà fatta soprattutto da individui, singoli. Ti ci puoi specchiare ma devi essere alla loro altezza. E sentendo Milano come la mia città, sempre e comunque, la paura di cui parlo è di quelle importanti".

Com'era la cosa del disco chiuso in casa in via Sismondi per mesi?
"Era il 2002, prendo e affitto un appartamento lì, a Città Studi. Mi barrico. Ascolto cose, metto microfoni sul balcone per captare i rumori là fuori, suono: il disco si chiamava proprio Canzoni dell'appartamento. In copertina una foto pazzesca di via Cermenate, le case popolari. Milano è incredibile".

Ovvero.
"Bombardata, vilipesa sempre come obiettivo primo, e i milanesi sempre lì, a ricostruire con un senso vero. Il fascismo che nasconde le foto della città aperta e coi canali, il tentativo bieco di nascondere il passato per mettere le mani sul futuro. Ma qui non funziona. Milano ha un'anima imprescindibile che fa paura a chi vuole metterci mano per proprio tornaconto".

Sintetizzandola per sensazioni?
"Milano per me è rispetto e rimpianto. È l'unica città del mondo che abbiamo: vengono pochi turisti, non la capiscono? Meglio così. A me piace il suo essere pianura, tutta, senti la pianura arrivandoci e non ti perdi mai. Ci sono i cerchi concentrici e non ti puoi sbagliare: se vedi la strada dritta davanti a te, sei su un raggio. Se vedi una curva, sei su un cerchio".

Quella volta dell'appartamento che le dicevano i vicini di casa?
"Lasciavano vivere. Lo so che vuole tirarmi dentro il luogo comune: a Milano non conosci i vicini. Bene così: non è freddezza, è lasciar vivere, te e gli altri. E che non ci sia freddezza lo dimostra questo: è la città che offre di più come occasioni fuori casa, la musica, la cultura in genere. E non ci vai per gozzovigliare, ma anzi lì conosci la gente, la frequenti, in nome di qualcosa che hai in comune. A me sembra perfetto così".

Ma non è edulcorato tutto?
"Non sto parlando del paradiso. Intendo le proporzioni: l'Italia, il Paese tutto, per dire, ha completamente smarrito il senso civico: a Milano un barlume lo ritrovi. Quanto meno una speranza di".

Ma lei non dovrebbe essere trasgressivo oltre ogni convenzione?
"Io sono estremamente dotato di senso civico".

Milano l'ha vissuta soprattutto negli anni 90, il boom dei locali di Musica, la prima scena indie, la nascita di gruppi importanti... 
"Un posto come Le Scimmie ha segnato una generazione. Soprattutto per il senso che dava a quello che c'era intorno. Ricordo un Ferragosto, caldo atroce, a Milano erano rimasti in duemila, per dire. E alla sera tutti e duemila andavano alle Scimmie. Ricordo una serata a fare musica fino al mattino con un effetto pazzesco".

Suonando cosa?
"Modugno. Per quattro ore".

Sì?
"Bello, eh?"

In quel disco, sempre l'Appartamento, c'era anche Non arrossire, di Gaber. Questo feticismo, condiviso con il suo amico Battiato, delle piccole e clamorose canzoni di un tempo è una gran cosa.
"La canzone intesa in quel senso è un gioiello inestimabile, non esiste nulla di simile nell'arte di creare, pochi minuti e c'è tutto, il vero punto di incontro tra cultura alta e bassa: peggio per chi si sente troppo colto e non lo capisce. Un disco dell'epoca era uno scrigno. Con Battiato ci siamo trovati subito su cose simili: ricordo uno dei primi incontri, una cena al Buon Convento in corso Italia, io, lui e Manlio Sgalambro".

Bel gruppetto.
"Io avevo i capelli tinti, un colore strano, vai a sapere. Il filosofo mi guardava un po' così. Franco si divertiva assai. Alla fine Sgalambro ordina un semifreddo e spiega che lo fa perché rappresenta l'armonia degli opposti. Magnifico".

Battiato ha una storia molto milanese.
"Scherza? Quasi per intero. All'epoca di Aries e Clic non se ne sapeva nulla in giro, molti lo immaginavano sperduto in qualche dimensione eterea: invece era fisso a Milano a divertirsi e produrre. Ma perché, la scuola genovese dei cantautori? Mettiamo anche che andassero a ispirarsi nei monolocali a Boccadasse, poi quando dovevano fare sul serio, incidere i dischi, trovare gente concreta partivano per Milano e qui restavano fino alla fine del lavoro".

Qui si parla di Bei Tempi: la prima cosa che le viene in mente?
"La prima edizione di X-Factor, le audizioni. Chiusi in un albergone al Corvetto: agli ultimi piani c'era una vista in direzione Lodi che non la posso descrivere. Era bello tutto, credevamo ancora nei talent perché erano le prima volte. Poi si sa come vanno queste cose".

Come tutto il resto.
"Le ho detto che Milano è come Vienna?"

Ecco, questo sfuggiva.
"La amo in quel senso, soprattutto. Le nebbie, certi grigiori e io impeccabile in giacca e cravatta che mi aggiro in qualche angolo in cui non mi vede nessuno, anzi nessuno vede nessuno. Bellissimo. La giacca, soprattutto, mi raccomando. Milano è la città della giacca. Peccato che non abbia capito Liszt".

Austriaco, peraltro.
"L'ho trovato in una sua biografia. Lo contestarono alla Scala, lui il giorno dopo affittò una carrozza scoperta e si fece portare in giro per il centro, ritto, impettito, rivolgendo sguardi di sfida a tutti. Sto lavorando su sue cose, voglio risarcirlo dopo tanto tempo e lanciargli un messaggio milanese come a dire: fermo, uno che ti ha capito c'è".

 

Fonte: milano.repubblica.it/cronaca/2016/03/20/news/morgan_milano-135899145/




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