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di Carlo Moretti

Il musicista e leader dei Bluvertigo commenta la scomparsa di uno dei suoi eroi musicali: "Il suo suono è inimitabile"

 

Morgan è in una pausa di lavoro ad Amici, il talent di Canale 5. Ha appena finito di rivedere la lezione che ha tenuto su Piero Ciampi e gli altri cantautori, montata per ildaytime del programma. I commenti su Facebook dei ragazzi sono tutti positivi: "Mancava uno come te nel talent, stai portando la poesia in un contesto in cui questi autori non sono poi così noti". Lui è soddisfatto del ruolo: "Qui sono il jolly, di volta in volta faccio ciò in cui mi sento di poter competere, non sono un coach, sono Morgan".

Da musicista e artista sensibile qual è, Morgan accetta di commentare la morte di Prince, uno dei suoi eroi musicali: "Stranamente avevo messo in programma una canzone di Prince per la prossima prova che avevo definito la "prova funky", che faremo però slittare di una settimana: i ragazzi dovevano competere sull'accompagnamento mio di grandi classici della musica soul e funky, una sorta di "vince chi ha più groove"".

Poi è arrivata la notizia della morte di Prince, cos'ha pensato?  
"Soprattutto trovo sia sbagliato che lo si definisca pop, come ho letto in tanti giornali: il grande artista che ha reinventato il pop. Non sono d'accordo: Prince è un artista funk, non pop, questo non vuol dire che non abbia saputo fare tutti gli altri generi. Pop è Madonna, Prince è un'altra cosa, è figlio di James Brown non dei Beatles, anche se ha saputo dimostrare che era molto eclettico. E dal punto di vista della black e della soul music, è stato l'unico che ha saputo sfondare tutti i confini".

Un artista che ha portato Sly Stone e George Clinton dentro il mondo del rock, insomma.
"Direi che ha portato se stesso nel mondo rock, perché se anche suonava la chitarra come un Jimi Hendrix era comunque il più grande chitarrista del mondo, dal punto di vista del frontman con la chitarra. Vorrei sapere chi pensa di poter competere con lui dal punto di vista strumentale. E di più: non era solo cantante e frontman, era il produttore dei suoi dischi. E la cosa fondamentale, quella che ha fatto successo dei suoi dischi negli anni Ottanta, era il modo in cui suonavano, tutti facevano riferimento al suono di Prince. Era considerato d'avanguardia ma come tutte le cose passate alla storia del rock e del pop, ciò che è d'avanguardia diventa punto di riferimento, significa riuscire ad accontentare il gusto del pubblico e allo stesso tempo quello delle menti più raffinate. Era pop nel senso di popolare, capace di essere largo, come si dice con linguaggio televisivo. Molti suoi successi sono stati successi commerciali, da juke box. Nonostante questo era sperimentale, d'avanguardia, un innovatore, un futurista, il suo suono era sempre avanti: si ascoltava il rullante di Prince, famoso per essere il più strano, tutti volevano imitarlo ma era irriproducibile, si facevano dei giri di effettistica pazzeschi senza mai riuscire ad imitarlo bene".

Quanto era avanti rispetto agli altri? Forse quasi venti anni come suggerì il titolo dell'album 1999 dell'82?
"Prince ha lasciato qualcosa profondo come un buco nero. Il suo periodo post-successo, quello che viene definito del declino, non era vero declino ma pazzia inventiva. Quando un genio come lui si mette in testa delle idee sono uniche, innovative e poco condivise. Impiegheremo anni per capire quel suo periodo buio. Il suo disco più bello per me non è il più famoso ma proprio quello che segna la porta verso il declino,Diamonds and pearls, l'ultimo della grandeur. Come i grandi della musica e del romanzo, come il Principe che si era immaginato di essere, Prince si è disegnato la parabola ascendente e discendente. Proprio come fece Bowie, the rise and fall, si merita di aver fatto Prince. E in quell'album della caduta c'è una delle sue più belle canzoni, Come".

E poi c'erano i suoi mitici live.
"Non aveva paragoni. Senza esagerazioni credo che Prince sia stato il più grande performer live di tutta la musica. Io non ho mai visto un musicista suonare la chitarra elettrica così bene dal vivo, da vero guitar hero, rendendo nulla gente come Slash, suonando come un Jimi Hendrix, o il pianoforte come un Jerry Lee Lewis e un Keith Jarrett messi assieme. Mi sembra che sia qualcosa di magico che ha a che fare con l'essere una star. Poi un giorno l'ho visto al basso, il mio strumento, e allora ho detto addio, suonava come Stanley Clark".

Era anche un grande selezionatore di nuovi talenti
"Come tutti i grandi leader, come Elvis, sono grandi personalità non solo per il pubblico ma anche per i musicisti. A Elvis bastavano i suoi gesti, il movimento delle sue braccia, per dirigere il suo batterista e gli altri musicisti. I musicisti che suonavano per Prince suonavano in modo diverso, suonavano per lui".

Il palco sembrava quasi chiamarlo, i 21 concerti di fila a Londra e nell'ultimo periodo i concerti annunciati a sorpresa, il giorno prima.
"Dal vivo non cercava il rapporto con il pubblico ma con la propria musica, perché era la sua quotidianità. Tenere un concerto come qualcosa che si mette all'ordine del giorno, non una cosa strana da fare o da imparare, da fare con prove, impegno, difficoltà. Per Prince la quotidianità della musica è suonarla, non andarla ad ascoltare perché la fanno altri, la musica viene fuori come acqua da un rubinetto, basta decidere di aprire il rubinetto. Una necessità quotidiana come un bisogno fisiologico".

C'era questa facilità ma anche una sofferenza profonda, la sua morte appare in queste ultime ore simile a quella di Michael Jackson.
"Ce l'abbiamo tutti questa sofferenza profonda, la capisco molto bene. E' abbastanza inspiegabile, però la comprendo. E' il risultato della sensibilità estrema, di chi si rende conto delle cose. Le persone particolarmente sensibili sono creativamente molto generose ma trasmettono su loro stessi tutto il negativo che colgono dell'esistenza. La sensibilità per loro diventa un'arma a doppio taglio, può produrre autolesionismo e spesso anche autodistruzione. E' qualcosa di commovente. Ma voglio sperare nel grande sogno che Prince sia talmente geniale che si sia finto morto. E che il mistero si concluda con un punto di domanda".  

 

Fonte: repubblica.it/spettacoli/musica/2016/04/22/news/morgan_ricorda_prince-138221576/

 

L'artista torna in scena al teatro Manzoni, con la rappresentazione della sua autobiografia. "La città offre tanto, ha un'anima e spaventa chi vuole solo il suo tornaconto"

di ANTONIO DIPOLLINA

 

Tutti dovrebbero passare un paio d'ore accanto a un pianoforte verticale. Ma vale solo se accanto all'oggetto c'è Morgan, il Marco Castoldi della Brianza e proprio lì, in Brianza, tra i suoi collaboratori efficienti e simpatici, totalmente a suo agio: a quel punto dopo mezz'ora hai vissuto in realtà quattro o cinque ore almeno, a vederlo balzare sui tasti al solo accenno di una cosa di musica di cui si parla, sfidarti a riconoscere una Variazione Goldberg (sconfitta totale) ma anche a suonarti la Voce del Silenzio. Martedì sera Morgan torna in scena, al teatro Manzoni, con l'idea vagamente stravolta di rappresentare via parole e musiche la sua autobiografia, "Il Libro di Morgan" - che aveva un sottotitolo impegnativo, "Io, l'amore, la musica, gli stronzi e Dio" - in un crescendo chissà quanto studiato e riscritto e rifatto oppure venuto così, di getto.

Per l'occasione ci sarà Mauro Pagani e la coppia garantisce in partenza la copertura pressoché totale dell'intero scibile musicale (suoneranno anche i Lombroso e Megahertz, tipi che si trincerano dietro nomi simili e poi squadernano meraviglie di complicità con l'Artista). Lo show è in realtà un happening in cui si può cambiare tutto ogni volta, Morgan ne sogna una sorta di edizione prolungata nel tempo e ogni volta diversa, invitando via via sul palco altri artisti sempre nuovi.

Avere di fronte il pubblico milanese è una storia che impegna o si porta con tutto?
"C'è una sana paura e un rispetto superiore: lo stesso che i milanesi riservano a te chiedendoti al tempo stesso parecchio. Vengono davvero per lo spettacolo, a Milano, non per esserci e raccontarlo dopo. Ci riconosci la natura della città, in realtà fatta soprattutto da individui, singoli. Ti ci puoi specchiare ma devi essere alla loro altezza. E sentendo Milano come la mia città, sempre e comunque, la paura di cui parlo è di quelle importanti".

Com'era la cosa del disco chiuso in casa in via Sismondi per mesi?
"Era il 2002, prendo e affitto un appartamento lì, a Città Studi. Mi barrico. Ascolto cose, metto microfoni sul balcone per captare i rumori là fuori, suono: il disco si chiamava proprio Canzoni dell'appartamento. In copertina una foto pazzesca di via Cermenate, le case popolari. Milano è incredibile".

Ovvero.
"Bombardata, vilipesa sempre come obiettivo primo, e i milanesi sempre lì, a ricostruire con un senso vero. Il fascismo che nasconde le foto della città aperta e coi canali, il tentativo bieco di nascondere il passato per mettere le mani sul futuro. Ma qui non funziona. Milano ha un'anima imprescindibile che fa paura a chi vuole metterci mano per proprio tornaconto".

Sintetizzandola per sensazioni?
"Milano per me è rispetto e rimpianto. È l'unica città del mondo che abbiamo: vengono pochi turisti, non la capiscono? Meglio così. A me piace il suo essere pianura, tutta, senti la pianura arrivandoci e non ti perdi mai. Ci sono i cerchi concentrici e non ti puoi sbagliare: se vedi la strada dritta davanti a te, sei su un raggio. Se vedi una curva, sei su un cerchio".

Quella volta dell'appartamento che le dicevano i vicini di casa?
"Lasciavano vivere. Lo so che vuole tirarmi dentro il luogo comune: a Milano non conosci i vicini. Bene così: non è freddezza, è lasciar vivere, te e gli altri. E che non ci sia freddezza lo dimostra questo: è la città che offre di più come occasioni fuori casa, la musica, la cultura in genere. E non ci vai per gozzovigliare, ma anzi lì conosci la gente, la frequenti, in nome di qualcosa che hai in comune. A me sembra perfetto così".

Ma non è edulcorato tutto?
"Non sto parlando del paradiso. Intendo le proporzioni: l'Italia, il Paese tutto, per dire, ha completamente smarrito il senso civico: a Milano un barlume lo ritrovi. Quanto meno una speranza di".

Ma lei non dovrebbe essere trasgressivo oltre ogni convenzione?
"Io sono estremamente dotato di senso civico".

Milano l'ha vissuta soprattutto negli anni 90, il boom dei locali di Musica, la prima scena indie, la nascita di gruppi importanti... 
"Un posto come Le Scimmie ha segnato una generazione. Soprattutto per il senso che dava a quello che c'era intorno. Ricordo un Ferragosto, caldo atroce, a Milano erano rimasti in duemila, per dire. E alla sera tutti e duemila andavano alle Scimmie. Ricordo una serata a fare musica fino al mattino con un effetto pazzesco".

Suonando cosa?
"Modugno. Per quattro ore".

Sì?
"Bello, eh?"

In quel disco, sempre l'Appartamento, c'era anche Non arrossire, di Gaber. Questo feticismo, condiviso con il suo amico Battiato, delle piccole e clamorose canzoni di un tempo è una gran cosa.
"La canzone intesa in quel senso è un gioiello inestimabile, non esiste nulla di simile nell'arte di creare, pochi minuti e c'è tutto, il vero punto di incontro tra cultura alta e bassa: peggio per chi si sente troppo colto e non lo capisce. Un disco dell'epoca era uno scrigno. Con Battiato ci siamo trovati subito su cose simili: ricordo uno dei primi incontri, una cena al Buon Convento in corso Italia, io, lui e Manlio Sgalambro".

Bel gruppetto.
"Io avevo i capelli tinti, un colore strano, vai a sapere. Il filosofo mi guardava un po' così. Franco si divertiva assai. Alla fine Sgalambro ordina un semifreddo e spiega che lo fa perché rappresenta l'armonia degli opposti. Magnifico".

Battiato ha una storia molto milanese.
"Scherza? Quasi per intero. All'epoca di Aries e Clic non se ne sapeva nulla in giro, molti lo immaginavano sperduto in qualche dimensione eterea: invece era fisso a Milano a divertirsi e produrre. Ma perché, la scuola genovese dei cantautori? Mettiamo anche che andassero a ispirarsi nei monolocali a Boccadasse, poi quando dovevano fare sul serio, incidere i dischi, trovare gente concreta partivano per Milano e qui restavano fino alla fine del lavoro".

Qui si parla di Bei Tempi: la prima cosa che le viene in mente?
"La prima edizione di X-Factor, le audizioni. Chiusi in un albergone al Corvetto: agli ultimi piani c'era una vista in direzione Lodi che non la posso descrivere. Era bello tutto, credevamo ancora nei talent perché erano le prima volte. Poi si sa come vanno queste cose".

Come tutto il resto.
"Le ho detto che Milano è come Vienna?"

Ecco, questo sfuggiva.
"La amo in quel senso, soprattutto. Le nebbie, certi grigiori e io impeccabile in giacca e cravatta che mi aggiro in qualche angolo in cui non mi vede nessuno, anzi nessuno vede nessuno. Bellissimo. La giacca, soprattutto, mi raccomando. Milano è la città della giacca. Peccato che non abbia capito Liszt".

Austriaco, peraltro.
"L'ho trovato in una sua biografia. Lo contestarono alla Scala, lui il giorno dopo affittò una carrozza scoperta e si fece portare in giro per il centro, ritto, impettito, rivolgendo sguardi di sfida a tutti. Sto lavorando su sue cose, voglio risarcirlo dopo tanto tempo e lanciargli un messaggio milanese come a dire: fermo, uno che ti ha capito c'è".

 

Fonte: milano.repubblica.it/cronaca/2016/03/20/news/morgan_milano-135899145/

Un uomo ben vestito con un cappellaccio nero da contadino entra di fretta in un bar. In mano ha uno skateboard blu. È Marco Castoldi, in arte Morgan. "Vuoi venire a vedere come funziona? È uno di quelli della nuova generazione" dice, come se invece di anni fossero passati pochi minuti dall'ultima volta che ci siamo incontrati. Salle sullo skateboard e con una serie di movimenti di rotazione del bacino e del busto corre veloce sul marciapiede. Mi mostra "Vedi? Una volta dovevi spingere con la gamba, oggi puoi farne a meno. E per fare questo hanno dovuto solo aggiungere quella cosa lì". Indica le ruote anteriori oggi orientabili, mentre un tempo rimanevano fisse.

 

Bluvertigo

Siamo a Monza in un bar a poche centinaia di metri da casa sua e vicinissima anche a quella della madre e della sorella Roberta musicista a sua volta "Ma organizzo anche eventi e insegno", spiega. Per diverso tempo Roberta ha suonato il violoncello con band del circuito indipendente come gli Afterhours. Il primo appuntamento è stato un'ora prima a casa sua. Scendiamo dalla macchina con due ragazze della nuova casa discografica di Morgan, la Universal. Ci apre una signora bionda (la mamma di Morgan): è in corso una festa di bambini. Roberta si scusa ma "Morgan è in ritardo, sta rientrando da una data in Puglia". Decidiamo di fare un salto al bar vicino casa. Nel tragitto prestiamo soccorso a una signora anziana caduta dalla bicicletta. Tranquillità di una periferia: cielo grigio da copione autunnale lombardo, cemento, un bar come un altro, che niente ha di trendy: non è il posto dove ti aspetteresti di trovare un personaggio che tutta l'Italia conosce, uno di quelli che "vanno in tv". Arriva una mezz'ora dopo in skateboard: è subito un fiume in piena. "Stamattina ero in questo paesino in Puglia, dovevo comprare le sigarette e sono passato davanti ad una chiesa. Sono entrato anche perché quando vedo una chiesa penso sempre che dentro c'è un organo. Non so cosa mi è preso: a un certo punto ho deciso di confessarmi. Era la prima volta da vent'anni". Mentre racconta, improvvisa arriva la fame: una pizza, presto! "C'era quest'uomo in mezzo alla chiesa che leggeva. Gli ho chiesto: sei il prete? Voglio confessarmi. Si è messo una stola, mi ha messo una mano in testa ed è rimasto così per un bel po': doveva finire di leggere, mi ha spiegato. Il Vangelo di Giovanni. Ma non andiamo nel confessionale? "No. Dimmi i peccati, anche quelli involontari". Gli ho detto che sono sempre stato ferventemente ateo ma che in questo momento sentivo bisogno di un riavvicinamento alla spiritualità e che pur non credendo ho sempre sofferto per la figura di Cristo perché era stato ingiustamente punito. Mi ha interrotto e mi ha detto "Questo è un buon pensiero. Tu vuoi sollevare Cristo: fallo dentro di te ogni volta che senti nascere qualcosa che non è buono. Mi ha fulminato: ha colto il mio bisogno". Ma l'assoluzione poi è arrivata? "Un'Ave Maria, l'abbiamo detta insieme e io ho anche sbagliato l'inizio".

 

Molta acqua è passata sotto i ponti da quando con i Bluvertigo cantavate L'eretico e litigaste con Monsignor Tonini da Red Ronnie... "Era un uomo coltissimo, incaricato della comunicazione presso i giovani: riguardandolo oggi lui ha avuto decisamente la meglio. Citava Foucault, un espediente massimo di retorica: usare l'argomento che avrei dovuto usare io, contro di me, l'avversario. Non avevo speranza". I Bluvertigo hanno sempre citato riferimenti esoterici. Non a caso i loro primi tre album si intitolano rispettivamente Acidi e basiMetallo non metallo e Zero e compongono quella che loro stessi definivano come una "trilogia alchemica". "La spiritualità è veramente qualcosa di magico, il materialista non può comprendere questa cosa ma se la si accoglie è ispirante. C'è un momento, dice Bertrand Russell, in cui finisce la conoscenza e inizia la fede: se ti è stata inculcata ne sei schiavo ma se è una libera scoperta allora può coesistere". La pizza è arrivata: non è niente di che ma invece Morgan inizia a sbocconcellarla con un certo piacere. "Anche la musica è un mistero: partiamo dalla classica che dopo tanto tempo sono ritornato ad affrontare: sto per far uscire il primo volume de Il classico Morgan - Morgan suona Bach Volume I, La suite inglese. La reinterpreto in un modo che al conservatorio non avrei mai potuto: il Preludio per esempio è un sirtaki, l'Allemanda è una bossanova, la Buree è techno!". Con grande gentilezza e fiducia dal momento che si tratta di un inedito, prende un disco dalla borsa e me lo porge. "Ascoltalo: è l'unica copia. Poi mi dirai". Ma a che età Morgan ha incominciato con la musica? "A due anni mia mamma metteva su un disco per farmi stare buono: con la musica io smettevo di piangere. A sei anni la prima chitarra ma non ho imparato subito perché ero mancino. Ma la suono come un destro perché io avevo il mondo girato: giro la chitarra ed è fatta. Bisogna tener duro, studiare nonostante le delusioni, entrare dentro le cose. E' molto faticoso ma i premi sono grandi: si diventa persone realizzate. La conoscenza armonica è importante: molti dei nostri musicisti sanno fare solo quattro accordi e magari pure banali". Non bisogna aver paura di essere diversi. "Pensa che da piccolo io parlavo in via quasi esclusiva con un ragazzo sordomuto: i miei mi hanno portato al Besta per fare dei controlli ed era uscito fuori che forse ero problematico ma avevo un quoziente intellettivo superiore alla media". Vostro papà è venuto a mancare quando eravate giovani. "Già. Anche lui era problematico. Però molto buono. Io avevo sedici anni e Roberta diciassette: un'età del cazzo perché quello è proprio il momento in cui la mamma smette di essere affascinante e scopri il papà. Come dice Emilio Zoia ne Il gesto di Ettore, la mamma porta il figlio dentro di sé ma il papà lo butta nel mondo. Ecco, questo è il problema: nostro papà è venuto a mancare proprio nel momento in cui serviva".

Stappa una lattina di Coca-Cola. "Devo andare a fumare una sigaretta. Andiamo fuori". Una volta usciti Morgan dice con grande gentilezza: "Non ti nego una cosa: sono distrutto. Devo andare a casa, dormire, farmi una doccia. Vediamoci domani". Parto, dico, e poi abbiamo quasi finito. Andiamo a casa tua. "No, no, no, non è presentabile. Domani. Oppure vengo io a Roma, da Massimo Ranieri con cui devo fare una trasmissione: colgo l'occasione". Rientriamo. "Io sarò un po' disordinato ma sono uno stakanovista, non seguo i ritmi comuni. Poi però magari vado in certi ambienti e non hanno uno straccio di idea e il timoniere è più che ubriaco: è incapace e per nascondere la sua incapacità dà dell'ubriaco a te". Cosa è successo a X Factor? "Hanno avuto paura della verità. Non sono una persona che indora le pillole e questo non piace. Però sono nel Guinness dei primati come il più grande vincitore di talent show al mondo: ne ho vinti cinque su sette e tra l'altro gli artisti con cui ho vinto io sono gli unici che sono rimasti al di là del talent: Marco Mengoni, Noemi, Antonio Maggio, i Cluster. Poi non bisogna confondere i miei gusti personali con quello che faccio in tv, che è un lavoro di divulgazione: riesco a capire cosa può essere popolare. Il fatto che a me poi invece non interessi usare il canone del pop e preferisca cose più complesse è una mia scelta. Lo faccio perché posso".

Morgan viene dalla scena indipendente fatta di gruppi come gli Afterhours, i Verdena o Il Teatro degli Orrori ma si è prestato alla tv generalista. Un passo difficile e un lavoro molto diverso. "Andare in diretta tv è come fare jazz. Non è una cosa facile: io sono capace. Io interpreto X Factor come una condivisione di conoscenza ma non tutti amano spendersi, mettersi in gioco". Ma c'è un copione? "No, non c'è un copione: c'è un format. I tempi più belli infatti sono stati i primi con Simona Ventura e Mara Maionchi perché era un Far West: è stato una bomba". Si interrompe per chiedere un gelato: "Lo vuoi anche tu? Massì, dai, che sono gli ultimi della stagione, poi non si mangiano più. Quando fuori fa freddo non è che hai voglia di mangiare il gelato!". Eravamo a X Factor. "Ecco, siccome non si sapeva bene come farlo l'abbiamo fatto come ci pareva. Tutto quello che adesso sono convinti venga dal format made in Uk è roba nostra. Perché è proprio l'Italia invece il paese in cui ha avuto più successo: un fenomeno che gli inglesi stessi hanno analizzato e riproposto a noi. Ecco, questa cosa mi fa ridere: ogni tanto uno mi veniva a dire: "bisogna fare così". Beh, l'avevo fatto io l'anno prima a istinto e adesso ecco che era diventata una regola, ma io alle regole non ci sto, le cose devono andare sempre avanti altrimenti si perde mordente".

Tra i grandi amici di Morgan da sempre c'è Battiato. "Una volta venne a trovarci a Montreux mentre stavamo incidendo Zero e passammo con lui due giorni meravigliosi in cui ci insegnò tantissimo. Io poi, per quello che ti ho raccontato prima, sono sempre alla ricerca di un padre. Non solo in musica: ci portò a un ristorante mediorientale, lui ordinava in arabo. Noi però, non so come, siamo riusciti a portarlo da McDonalds: non c'era mai stato. Gli abbiamo fatto assaggiare le patatine col ketchup. All'inizio era sospettoso, prende la patatina la intinge nel ketchup: "Ragazzi è buonissima! Che cosa mi sono perso...". Poi ha messo la sua anima vocale su due canzoni nostre tra cui Sovrappensiero, dove lui canta in una lingua indefinita. Gli ho chiesto cosa significava: "Ma che ti importa? Non si deve capire tutto". A proposito dei Bluvertigo, non si erano mai realmente sciolti e adesso rinascono, c'è un disco nuovo previsto Tuono - Tono, Tempo, Suono per marzo. "Sì perché oggi ha di nuovo un senso. Quello che abbiamo fatto negli anni '90 è stato un laboratorio di idee fantastico. Facevamo tutto: dalla copertina al progetto luci. Quello che è richiesto oggi nei talent è l'uno per cento di quello che facevamo noi. Senza quello non sarei mai riuscito a fare ciò che ho fatto. Oggi, che nella musica si respira un po' di aria stantia è un sacrilegio buttare via quell'esperienza e ti dico che anche dal punto di vista umano è un grandissimo recupero. Perché una band è come una famiglia e ci si può ritrovare. Nell'ambiente patinato e glitter della televisione non è che io abbia trovato così tanti amici. I Bluvertigo sono miei fratelli, sono miei simili. E a proposito di questo dico che il prossimo disco dei Bluvertigo è un vero caleidoscopio di idee, un'esplosione di combinazioni. Non vogliamo celebrare il passato, non vogliamo seguire la moda, vogliamo fare una cosa che non c'è". Al nostro tavolo arriva un tipo in tuta con una catenina lunga: "Tu chi sei? Ah, sei Morgan. Adesso facciamo una foto", dice con tono minaccioso. Non ci mollerà più. E, in più, il suo telefono per fare foto, non funziona. Interviene il gestore del bar per uscire dall'impasse e, alla fine, riesce a scattare una foto con il suo telefono. Due cose colpiscono. Una: tutta Italia conosce Morgan ma lui sembra non rendersene conto. Vive in un mondo suo. Due: è un insieme di opposti. E' al tempo stesso arguto e ingenuo, astuto e empireo, vicino e lontano, talentuoso e dissipatore. Paradossalmente non sembra fregargli assolutamente nulla né del denaro né della fama. E' "l'uomo che cadde sulla terra" di David Bowie e l'alieno Ziggy Stardust e c'è naturalmente anche un po' di Kurt Cobain. Se ne va con lo skateboard quasi senza salutare. Un'ombra scura che si fa sempre più lontana, zigzagando nella notte.

 

Fonte: La Repubblica del 22 novembre 2015 - repubblica.it

La nostra follia

Che cosa ci fanno Alba Parietti e Morgan abbracciati? Hanno un programma da realizzare insieme. Perché, anche se può stupire, fra loro ci sono diversi punti in comune. A partire da una certa fascinazione per i manipolatori.

Di Enrica Brocardo

 

Morgan: «La chimica è una metafora della vita. Un elemento con un altro reagiscono e diventano un'altra cosa. Lo stesso per le persone: quando vai d'accordo con qualcuno come si dice?».

Alba: «Che c'è chimica. Quindi tre elementi umani si possono combinare in modo da creare qualcosa di completamente diverso».

Morgan: «E inaspettato. Potrebbe esserci anche un'esplosione».

Marco Castoldi, in arte Morgan, e Alba Parietti cominciano più o meno così la loro conversazione in un hotel nella periferia milanese.

Lui è appena arrivato. Con due ore di ritardo, che lei ha in parte utilizzato per dirmi che Morgan non arriva più in ritardo. «Di solito è puntuale, e comunque la Marini ritardava di più».

Il terzo elemento umano, Vittorio Sgarbi, invece, non c'è. «Forse è meglio così», dice Alba. «Avrebbe cominciato a "toccare" tutte. Io glielo dico sempre: il tuo è un tic, non lo fai perché sei attratto. Mi spiace per quelle che credono che Sgarbi le stia corteggiando. In realtà, vorrebbe toccare solo se stesso. Degli altri non gliene frega niente».

Tutti e tre stanno lavorando a una nuova trasmissione.

«Un varietà stile Milleluci. Classico. Non vogliamo violentare il pubblico dando il peggio di noi, cosa che in passato ci è capitato di fare con certa Tv che non ci aiutava a esprimere il nostro lato migliore», spiega Alba. «Vogliamo evitare di commettere gli stessi errori: sbavature, performance in campi in cui non eravamo preparati». Nel frattempo, a forza di parlare del progetto, Alba e Morgan sono anche diventati amici.

E se vi state chiedendo che cosa unisca la donna che voleva essere Brigitte Bardot («È per questo che mi sono rifatta le labbra») con l'uomo al quale piacerebbe essere la reincarnazione di Johann Sebastian Bach (Morgan sta lavorando a una serie di registrazioni di sue musiche), la risposta è: più di quanto avreste mai immaginato.

«Entrambi abbiamo avuto un rapporto con i nostri genitori un po' confuso (la madre di Alba soffriva di schizofrenia, il padre di Morgan si è suicidato quando lui aveva 16 anni, ndr).

Entrambi abbiamo fatto esperienza della follia e ne subiamo il fascino», dice Alba.

Per una quindicina di anni, si erano incrociati più volte, senza mai incontrarsi davvero.

«La primissima volta che ti ho visto è stato a una sfilata di Krizia, sarà stato nel 1999 o nel 2000. Eri con Asia. Io avevo una grande passione per lei e devo dire che eravate molto belli da vedere».

Tutti e due hanno «frequentato» Stefano Bonaga. Alba ha avuto con lui una lunga relazione («Un'altra cosa che ci accomuna è che entrambi siamo affascinati dai manipolatori»). Nel caso di Morgan, fu proprio Bonaga a chiamarlo, nel febbraio del 2010, il giorno stesso in cui l'intervista con le sue dichiarazioni sull'uso di cocaina venne diffusa. Gli disse: «Preferisci andare a parlarne da Vespa o da Santoro?». «Quello che hanno scritto di me si potrebbe dire della maggior parte delle persone dello spettacolo. Però lo hanno fatto solo con me. Mi hanno sputtanato, ho perso credibilità. Da allora non ho più tanta voglia di fare le interviste. A parlare di me mi rompo anche un po' i coglioni». A questo punto, cerchiamo inutilmente di trattenerlo ancora un po'. Morgan finisce un sandwich, saluta e se ne va.

Ormai è buio. Fuori dalla stanza rimaniamo Alba e io. «Secondo me, Morgan sbaglia quando sostiene che le persone non possono dire di lui certe cose. Di me si può dire tutto e il contrario di tutto. Sono fatta di eccessi. Per molti ho la sindrome della crocerossina per via dei miei rapporti sentimentali con persone "folli". Ma è vero anche che, alla prima mancanza di rispetto, io sbrano».

A questo proposito, mi viene in mente che c'è un'altra persona importante che li accomuna e di cui non abbiamo ancora parlato.

Cristiano De André. Per Morgan un amico, per lei il compagno di una storia d'amore complicata.

«Questa è un'altra cosa che ci avvicina. Asia e Cristiano sono persone in qualche modo simili e noi siamo due sopravvissuti, scampati a relazioni non facili. Cristiano aveva sempre avuto un'ossessione nei miei confronti ma io lo avevo sempre respinto. Poi, un giorno, lo vidi suonare il violino a teatro, e all'improvviso cambiò tutto. Avevamo una grande ammirazione reciproca. La differenza è che io la esprimevo, lui no».

 

Mi spieghi meglio.

«Viveva la mia popolarità come una frustrazione, mentre io non ho mai provato lo stesso nei confronti del suo talento. Non essere riconosciuto al pari di suo padre lo porta a essere insicuro. Il giorno in cui si libererà di questo fardello, riconoscerà che stare con una donna che fa televisione popolare non è qualcosa di disdicevole. I fan suoi e di suo padre non mi hanno mai considerato alla sua altezza. Evidentemente si erano dimenticati che Fabrizio aveva sposato Dori Ghezzi e non Patti Smith».

Pensa che potrebbe essere un ospite della trasmissione?

«Non credo che lo farebbe. Ho capito che è molto più snob di Morgan».

Con Morgan riparlo al telefono una settimana dopo.

Alba mi ha detto che tra le cose che vi accomunano c'è l'aver vissuto relazioni simili. È d'accordo?

«No. Anche se, in generale, le persone interessanti sono complesse a livello sia intellettuale sia emotivo. Asia mi ha dato tanto e Cristiano è una persona molto intelligente. Mi sarebbe piaciuto vederli insieme. Nei momenti in cui stavano bene dovevano essere molto divertenti».

Il suo ultimo libro lo ha dedicato, tra gli altri, alle sue due figlie: Anna Lou, avuta con Asia, e Lara, nata dalla sua relazione con Jessica Mazzoli. La quale, però, non viene citata neppure una volta.

«Perché ne parlerò nel prossimo».

Mi prende in giro?

«No, seriamente. Lì ho voluto chiudere con una fase della mia vita. Jessica sarà la protagonista di un'altra autobiografia. Potrei intitolarla Tante belle cose. Sottotitolo: Canti bellicosi».

Bello. Anche se non proprio positivo per il vostro rapporto.

«Guardi che quando stavamo insieme abbiamo collaborato benissimo dal punto di vista musicale. Come cantante è fantastica. Ci sono alcune sue performance nelle mie nuove canzoni (Morgan sta lavorando a un nuovo album dei Bluvertigo di cui lo scorso settembre è uscito il singolo Andiamo a Londra, ndr)».

Sembra che dal punto di vista personale sia andata un po' meno bene.

«Ma no. La nostra bambina è stupenda, un capolavoro».

Riesce a vedere entrambe la sue figlie?

«Certo. Nei limiti di quelle che sono le contingenze. Vorrei stare con loro più di quello che riesco a fare e farò in modo che accada. Se ci sono periodi in cui le ho viste poco, non capiterà più».

Come pensa di fare?

«Semplice: andrò io da loro».

Poi commetto l'errore di chiedergli un chiarimento su una frase che aveva detto nel nostro primo incontro a proposito della malinconia. Mi dice che è bellissima, che senza non esisterebbe arte mi cita Leopardi, mi suona 15 secondi di Tristesse di Chopin, lascia il cellulare e se ne va.

 

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Fonte: Vanity Fair n.43 - 4 novembre 2015

 

TESTO DI EMILIO COZZI. mercoledì 21 ottobre 2015

DOMENICA VERRANNO CONSEGNATI I PREMI INTERNAZIONALI DI MTV. ABBIAMO CEDUTO LA PAROLA A CHI, PER PRIMO IN ITALIA, NE HA VINTO UNO. E LUI, LA PAROLA, L'HA PRESA ECCOME

«Fatti non fummo per viver come bruti, ma per conseguir virtute e conoscenza». Con tanta citazione del divin poeta, un po’ rivista a modo proprio, via, un giovane Marco Castoldi in arte Morgan salutò, nel 1998, la folla che al Forum di Assago gremiva i primi Mtv Europe Music Awards mai ospitati in Italia. Al sentire «Bluvertigo» quale nome premiato nella categoria Best Southern Europe Act – peraltro dopo un po’ di suspense chissà quanto volontaria griffata Zucchero e Renzo Rosso – il pubblico esplose. Quasi più di quanto avrebbe fatto per gli Aqua (chi?), Madonna corredata da Dolce & Gabbana – non gli abiti, proprio loro due – e per le Spice Girls, puta caso sedute accanto ai 4 cavalieri brianzoli. Chi diamine sono questi? devono essersi chieste le sgallettate.

Be’, ai tempi non solo i Bluvertigo erano gli eroi di casa e dell’appena nata Mtv tricolore; rappresentavano come pochi altri prima, e ancor meno dopo, la rivincita del gruppo nato dal basso, la band insieme nerd – quando ancora non era proprio ‘sta figata dirsi tali – e glam – quando la cosa era un bel po’ «fuori dal tempo». Insomma, il gruppo vero e lontano dai gessi sanremesi (ci sarebbero approdati poi) capace di (ri)vendicare la propria autonomia artistica e portarsi a casa un premio altrettanto vero in faccia a milioni di spettatori.
A 17 anni da quel 12 novembre – «sembra una vita» giusto per citare, noi, il Bowie di Muggiò -, gli Mtv Europe Music Awards tornano a omaggiare la Madunina. Non solo di Aqua ne è passata un mare sotto ponti. Le cose son cambiate tutte. Tranne Madonna, forse.
Proprio di questo abbiamo parlato con Morgan, il primo artista italiano a vincere un Mtv Ema con la sua band, quello capace non di scioglierla, quella band, ma di scongelarla oggi dopo 15 anni, di farsi beffa della tv fino a finirci incastrato, di andare e tornare da Asia Argento, di dare scandalo fino a trasformarsi in una rima da gruppo rap, di non scrivere la sua autobiografia, di stupire sempre, sia da sveglio che addormentato.
A proposito, di tutto il ciarpame gossipparo che lo riguarda non troverete una riga qui di seguito. E il motivo è semplice: quella roba non ci interessa.
Con Morgan abbiamo preferito parlare al telefono delle cose cambiate negli anni, di musica, di Milano… e di Morgan. Sono sembrati i suoi argomenti preferiti. E potrebbe parlarne per giorni.

ZERO – Ciao Morgan, come stai?

Morgan – Che voce riconoscibile che hai

In effetti ci conosciamo. Abbiamo condiviso per almeno un paio d’anni 1/4 dei Bluvertigo e ho pubblicato pure un disco per la tua stessa casa discografica (tutto vero, in una mia vita precedente). A dirla fino in fondo, 20 anni fa ti presentai quello che tuttora è il tuo tecnico del suono, Lorenzo Caperchi (proprietario del Red Carpet Studio e collaboratore, fra gli altri, di Tonino Carotone, Antonella Ruggiero e tanti nomi dell’electro wave italiana tardo anni 90).

Ma non è vero. Conobbi Caperchi l’8 dicembre 1988 quando suonava nei Retroscena, una band di quando credo avessimo 15 anni che avevo soprannominato “Gli scimmiotti”. Erano un po’ goffi, diciamo. Lorenzo alla chitarra, Luca Urbani alla voce e Gabriele D’Amora al basso. Qualche anno dopo l’Italia li conobbe come Soerba (e Morgan li produsse, spedendoli per qualche settimana al numero 1 fra i singoli più suonati dalle radio, ndr).

Non so se darti ragione, ma questo salto indietro negli anni mi si confà. Parliamo degli Mtv Ema: sei stato il primo artista italiano a vincerlo
Qualche anno fa, in Rai, durante X-Factor mi venne detto che Marco Mengoni era il primo italiano ad essersene aggiudicato uno. Mi permisi di far notare che una quindicina d’anni prima non solo ci arrivarono i Bluvertigo, ma lo fecero quando ancora il riconoscimento non era regionalizzato. Oggi si premia il miglior artista italiano. Ai tempi si trattò del miglior gruppo del Sud Europa. Mi pare una sottolineatura doverosa.

E che mi dici degli Mtv Ema di quest’anno?

Non so niente degli Mtv Ema di quest’anno

Il che di per sé dice già di una grandeur forse ridimensionata. La stessa attenzione riservata alla musica mi sembra oggi radicalmente diversa. Mtv stessa lo è. Che ne pensi?

Che non solo Mtv è molto cambiata in questi anni. Il mondo è cambiato. E la musica con lui. Mi piace ricordare che quando i Bluvertigo facevano promozione su Mtv, Mtv era uno spazio che stava creandosi. Motivo per cui c’erano poche regole e molte idee. Era una specie di laboratorio creativo, nemmeno diviso per generi, capace di mischiare televisione a tratti anche canonica se non generalista e musica. C’era la volontà di costruire anche situazioni di dialogo, c’erano talk show, dove poter raccontare un gruppo, non solo mostrarne i videoclip. Nascevano i vari Toku Show e Kitchen di Andrea Pezzi, dove peraltro ho iniziato la mia carriera televisiva.
Per questo ti dico che Mtv, per me, non solo ha rappresentato una palestra dove imparare a esibirmi in diretta o affinare un’immagine, ma anche quella in cui ho capito come poter fare televisione in un senso un po’ più lato. Con Pezzi qualche anno dopo finimmo in Rai con una trasmissione molto bella, Il tornasole, in cui la musica aveva una parte importante. Quindi ho cominciato a fare tutt’altro tipo di televisione, sempre però legato alla musica. Un contesto in cui ho potuto anche lavorare su altri artisti, non solo su di me.
Tornando alla domanda, insomma, sintetizzerei dicendo che per me Mtv fu una terra inesplorata, senza format, con persone che avevano molta voglia e probabilmente anche la licenza di inventare. Ancora oggi sono convinto che tanta produzione televisiva musicale si basi sugli esperimenti provati in quel contesto.

Pensando a quegli anni, fra fine 90 e i primi 2000, mi viene peraltro in mente che allora il rock italiano ha prodotto il suo più grande fermento. Non per qualità, sia chiaro, che invero andrebbe cercata nell’epoca del progressive anni 70, quello degli Area, della PFM, del Banco del mutuo soccorso, delle Orme, del primo Franco Battiato e anche di Eugenio Finardi, non a caso esperienze note e celebrate anche all’estero come dimostrano i tour della PFM con King Crimson o Emerson Lake & Palmer. Aggiungo, anzi, che quando penso alla musica italiana, tolti il cantautorato e la scuola di Genova, è al progressive che mi riferisco.
Solo che mentre nei 70 quelle esperienze le potevi contare sulle dita, a fine 90 la scena senza nemmeno un nome cui noi appartenemmo annoverava una quantità inverosimile di band. Le etichette indipendenti nate a lato delle major arrivano da lì; nacquero Ritmo Tribale, Quartiere Latino, Subsonica, Africa Unite, CSI, Scisma, Verdena, Casino Royale e chi più ne ha più ne metta. Cose interessanti, importanti e bellissime. Fu una ventata generazionale che partì proprio da Milano, come gli stessi Bluvertigo dimostrano: provavamo al Jungle Sound, frequentavamo le altre band dei Navigli.

Non solo sono d’accordo, ma credo che quel momento fu trascinato proprio da voi e, per motivi e con modi diversi, dai Casino Royale, in fondo le prime due band alternative ad attrarre un’attenzione mediatica più estesa e capace di portarsi dietro gente come Subsonica – che peraltro aprirono le date di un vostro tour – o addirittura Afterhours, passati dall’inglese all’italiano in quel frangente. Poi cosa è successo?

C’è anzitutto da fare una precisazione: all’epoca tutte le esperienze di cui stiamo parlando muovevano da un’esigenza precisa, connotata, chiamiamola “di base”, che attorno a una scuola di pensiero aggregava locali, etichette indipendenti, ma anche giornali e mezzi d’informazione specifici. Mi riferisco ai circoli Arci, a situazioni autogestite, ai centri sociali. Pensa al Leoncavallo: suonarci era una conquista, anche per noi, per quanto non fossimo particolarmente politicizzati. Ma esibirsi lì significava culminare un percorso, voleva dire aver raggiunto un ottimo livello di credibilità e riconoscibilità. Di contro, e ben separato, c’era il mainstream, con i postumi del Festivalbar, i cd dell’autogrill, il playback in televisione, la musica da classifica e quella di «Tv sorrisi e canzoni». Non sono giudizi di valore, beninteso, ma i due schieramenti erano delineati e lontani.
Successe poi che siccome le grandi case discografiche erano davvero guidate da persone attente, in grado di capire quanto il fermento e i progetti meno superficiali fossero lontani dai circuiti più battuti, si intuì il potenziale di alcuni artisti, che avrebbero potuto avere carriere lunghe e solide. Cosa poi successa davvero come dimostrano i Subsonica, i Csi e gli stessi Bluvertigo. Ricordo addirittura che l’allora direttore della Sony, Fabrizio Intra, venuto poi a mancare, mi telefonò personalmente dopo Acidi e basi, il nostro primo disco. Aveva venduto sì e no 12mila copie e io avevo rilasciato un’intervista in cui affermavo che i discografici erano tutti incompetenti, gente cui avresti potuto far credere che un pezzo qualsiasi sarebbe stato un gran singolo. La cosa curiosa è che la mia dichiarazione si riferisse proprio a lui e al nostro primo singolo, Iodio. Mi rispose spiegandomi che in realtà a lui i Bluvertigo piacevano davvero e che con noi avrebbe aperto quella che chiamava «la terza via», un canale di espressione emancipato sia dalla musica commerciale che dalle etichette indipendenti. Ci fece firmare per la Sony poco dopo. Questo successe. Si manifestarono sensibilità e attenzione per cose diverse dal solito.

Una cosa che adesso mi pare accada solo per l’hip-hop. Che guarda caso ha una base solida a Milano e che, nato davvero da una passione spontanea, sta resistendo al tempo, quasi fosse fra i pochi generi ancora in grado di aggregare giovani e giovanissimi.
Sono d’accordo. Peraltro penso che il vero e unico motivo di questa solidità siano i testi, una cosa comune anche alla scena di cui parlavamo prima. L’unica cosa in grado di aggregare in modo forte e non momentaneo, implicando scelte precise da parte del pubblico magari portate avanti anche negli anni, sono i testi. Perché il testo è la zona in cui si parla e si esprimono idee, tutto lì. Quindi non solo qualcosa ti piace, ma la condividi. E non nel senso moderno di “to share”, ma in quello di “to agree”: ti rappresenta.
È il testo quello che ha fatto rimanere De André nella storia, che ha fatto rivalutare Tenco, quello per cui Lou Reed è stato uno dei più grandi autori mai esistiti. Ed è il testo quello che ha fatto dimenticare gli Spandau Ballet, musicalmente più preparati di Cure o Smiths, ma senza la loro forza lirica.
Questo significa che anche quando c’è la sonorità, magari in dischi italiani prodotti benissimo, ma mancano la densità poetica, la potenza evocativa, o non c’è la presa di posizione morale, allora non c’è futuro; ci sono solo il momento, magari il successo in classifica, ma poi si volta pagina. Invece quando c’è il testo, a chi abbia espresso qualcosa vogliano sentir dire qualcos’altro ancora. Vogliamo capire come quella cosa si svilupperà. Vogliamo conoscere le idee.
Le idee non sono qualcosa di morto e fermo, sono progetti. Quando uno ha un’idea è sempre proiettato nel futuro. Non esistono idee del passato. Esiste un’interpretazione del passato, ma comunque riguarda il futuro. Ecco perché una canzone con dentro delle idee mantiene in vita il suo autore.


A proposito, come sarà il prossimo disco dei Bluvertigo?

Moderno e molto ricco. Dagli inizi, i Bluvertigo hanno sempre tentato di rappresentare un universo a sé in ogni pezzo, quasi ognuno racchiudesse un’idea finita, un genere – anche musicale – diverso da quello delle altre canzoni. Questo disco sarà la nostra quintessenza. E lo dico alla luce dei cambiamenti tecnologici di questi anni.
Oggi scrivere musica è una partita a scacchi contro la macchina, in cui il computer non teme di essere schiacciato, mentre l’uomo sì. Il numero di possibilità è soverchiante e le varianti sono molto più sorprendenti e aleatorie. Mixare un pezzo significa ridurre le possibilità combinatorie infinite che una macchina ti concede, usando la forza bruta, l’intuito, il gusto, il giramento di coglioni, la stanchezza o chissà cos’altro. La cosa bella di questa partita è che adesso la musica è molto distonica, più sovrapposta ad altra musica.
Anche mentre ti sto parlando, sento un drone del frigorifero, un computer con voci bassissime in sottofondo, il tuo respiro. All’aperto la musica di ogni cosa si sente ancora di più, ci sono milioni di eventi musicali in un supermercato per esempio. E tu che cosa fai? Ti abitui a decodificarli, ora a disgiungerli ora a gradirli insieme, capendo come un clacson possa stare benissimo con Beethoven. Ecco perché dico che la mia musica, e intendo quella di Marco Castoldi in questo caso, è contemporanea: perché suona contemporaneamente.
Bisogna smetterla di pensare tutto con tre accordi e consonante; la musica ormai è fatta di suoni che capitano. Quando ascolto suoni inaccettabili ma affascinanti, ho un brivido. Molto più di quando ascolti un Do maggiore. So già come suona un Do maggiore, non mi interessa più.
Mi preme cercare qualcosa che non abbia mai sentito. La mia musica non l’ho mai sentita manco io. Ce l’ho forse nella testa, ma quando la suono faccio in modo di violentarla, sì che riascoltandola mi piaccia. Hai capito?


Non ne ho la minima idea, ma mi viene da chiederti se ritieni che questa sorta di epifania sonora anche improvvisa possa essere convogliata in una struttura come quella della canzone pop?

Il problema è il supporto. Non è tanto il farla, ma dove metterla. E non perché non si possa. Parafraserei il D’Annunzio dell’ardisco non ordisco: ho gli hard disk, ma non il disco. Ci vuole una quantità di memoria pazzesca per interpretare la musica così. Non esistono oggi supporti tanto capaci.
Detto questo, qui l’anello davvero debole sono i media, perché ancora strutturati sulla loro tecnologia, un modo standard di diffondere i contenuti. E quello di cui ti sto parlando è tutt’altro che standard. Poi, sia chiaro, lo standard è la somma delle modificazioni dei pionieri. Ed è quello a piacermi del mio lavoro: il tentativo di sfondare porte chiuse.
Fidati, prima o poi il modo per andare dall’altra parte io lo trovo.

Ti faccio notare che in Lei, il capolavoro di Spike Jonze, l’autocoscienza della macchina si manifesta proprio componendo un pezzo al pianoforte (in realtà sono gli Arcade Fire di Song on the Beach).

No, non esiste. Il computer fa i calcoli; è uno strumento sempre più evoluto e complesso. Ma si limita a fare conti, il che non implica abbia sentimenti, un gusto, o che si rompa i coglioni.


Eppure esistono software in grado di scrivere testi piuttosto indistinguibili da quelli “umani”.

Non confondiamo il random con la scelta. Poi, se un giorno il computer dovesse svegliarsi dopo aver dormito e avere le vene al posto dei cavi, ne riparleremo.

Sarà pur vero che la musica è più ricca, ma mi pare anche molto meno incisiva; tutti possono accedere con facilità a qualsiasi cosa e il risultato è che, di quel tutto, ci frega molto meno di prima. Sei d’accordo?

Credo sia la forma a essersene andata a puttane. Oggi non puoi più ascoltare un album perché non esiste più il concetto di album. Quello che si è perso è il percorso che per esempio sei costretto a seguire in un museo. Se non procedi con ordine, come quando guardi un film, rischi di capirci niente.
Temo che la musica oggi sia fatta di scene che ognuno mette dove vuole, che skippa, ripete, interrompe. Oggi la musica abbonda, ma manca non dico di qualità quanto di intelligenza. Pensa al pop: da un punto di vista armonico non progredisce da 25/30 anni. Tranne che nel mio caso – risate mie, non sue nrd – chiediamoci il perché. Ci sono i David Bowie, i Brian Eno o i Robert Fripp che ragionano sugli accordi, ma in Italia, forse tolto in qualche caso Battiato, non mi pare siano in molti a cercare qualcosa di diverso da un modello già esistente.
Il punto è questo: vogliamo smetterla di fare qualcosa che ricordi altro solo perché riconoscerlo ci consola? L’arte non dev’essere consolatoria. Francis Bacon, Egon Schiele non volevano consolare nessuno. Wagner e Beethoven neanche, eppure sono fra i più grandi di sempre.
Il termine “orecchiabile” per me è tremendo. Dev’essere cancellato proprio. E poi cosa significa, che ti puoi ricordare qualcosa? Posso canticchiarti a memoria cose di Stockhausen, ma non mi pare fosse “orecchiabile”. Dipende solo dal livello di memoria sonora che hai. Le idee di “orecchiabilità” e “radiofonicità” non esistono se vogliamo la musica evolva. Poi possiamo parlare di pezzo dell’estate, di classifica e musica da autoscontri. Ma sono altri discorsi.


A proposito di cambiamenti, come sono mutati Milano e il tuo rapporto con lei?

Credo Milano rimanga on gran Milan, come si dice in Oh mia bela Madunina, che è uno stupendo gioiello di autoreferenzialità ed è una canzone che parla di Milano musicalmente. A pensarci è il primo brano a inventare la tradizione musicale della città dicendo di se stesso «sentitemi, sono la canzone milanese» e pur partendo dall’ammissione umile che la melodia nasca a Napoli o a Roma. Peraltro finisce rivolgendosi a Milano con il maschile, «on gran Milan», una sottigliezza che ricorda come Milano inventi sempre se stessa.
Si tenga conto che Milano è stata bombardata ogni volta sia scoppiata una guerra per poi ricostruirsi senza battere ciglio. E ogni volta meglio di prima. Perché Milano è fatta di persone che lavorano e si inventano. Milano è inventare, addirittura la città, visto che per certi versi non esiste. Milano è una città interna, immaginata, tutta nei cortili e negli appartamenti. Non è nelle strade. Ha tutto, ma tutto è segregato, tenuto a chiave. Cosa che rende la città meno turistica, ma più intatta.
Credo che dal punto di vista creativo sia sempre stata la più grande città italiana, a partire dalla Scala fino ad arrivare ai movimenti musicali citati prima. A pensarci anche la scuola di Genova stava perlopiù a Milano. Là gli artisti si ispiravano respirando lo iodio del mare, ma i dischi venivano qui a farli. Non solo; si pensi a Gaber, al Gino Paoli de Il cielo in una stanza, a Celentano, Bindi, Tenco; tutti qui a far canzoni.

Stiamo parlando solo del passato però; oggi quale musicista di Milano o a Milano potrà lasciare il segno?

Escluso me? – io rido, lui no, ndr – Bugo. Credo sia un cantautore molto originale e, fra tutti, quello che mi interessa di più. Ma anche Finardi, ancora vivo e attivo per fortuna, è un grandissimo cantautore milanese.


Dove vai a Milano quando vuoi divertirti?

Non sono abitudinario. Amo entrare nei posti che non ho mai visto, per cui poi non ci torno. Grazie al cielo, Milano offre molte cose. Ciò detto, preferisco in tutta sincerità ambienti non molto di moda. Anche se lo Zog! è un posto bellissimo – lo gestisce Sergio Carnevale, il suo batterista, ndr.

Anche per mangiare?

Certo. Preferisco un’osteria assurda, mai vista, dove magari rischio di non mangiare bene. Però è bellissimo andare in un posto senza sapere cosa ti attenda

E gli ultimi posti in cui sei stato?
Alcune trattorie, ma preferirei non fare nomi

Suvvia, siamo ZERO

Ok, io vado da McDonald’s – e qui ride di gusto. Anzi, più canonico: pizza da Spontini e panzerotti da Luini. E se ho ancora fame, dritto da McDonald’s

Eppure mi ricordo grandi serate al Gasoline

Vero, ma stiamo parlando del passato

Non proprio, ha riaperto 15 giorni fa.

Sì, ma la discoteca è quattro muri

Cioè?

La discoteca è fatta di persone e musica; non può essere come una volta. Mi ricordo che fra il ’96 e il ’97 tutti i giovedì andavo al Gasoline. E stavo lì, dalle 2 di notte alle 7 del mattino. Ma perché? Per le persone e la musica. Ed è stata una cosa magica. Ho conosciuto un sacco di gente ed era uno scambio di idee pazzesco, parte integrante di quello di cui parlavamo prima. Però non è possibile, a distanza di anni, ti si riaccendano le stesse cose. Non dubito succederà a qualcun altro, sia chiaro. E poi, sinceramente, ho anche una certa età.

Morgan Bowie

Hai scritto – o hanno scritto – nella tua autobiografia che la televisione ti ha trasformato in un buffone. Puoi spiegare meglio?

Che? Un buffone lo ero già. In che senso?

Credo ti riferissi a programmi come X-Factor e simili. Peraltro, parto dal presupposto siano televisione, non musica…

Non è vero. Allora, diciamo che i talent show sono una merda. Tranne quelli dove c’è Morgan, perché cambia tutto radicalmente. Non so, se David Bowie venisse ospitato nel disco di Laura Pausini io lo ascolterei.

Allora ti dico che a mio avviso X-Factor l’ha sempre vinto Morgan. Non i talenti da lui coordinati. Proprio tu.

No. In realtà ho lavorato bene con alcuni talenti e infatti ancora oggi alcuni di quelli che ho seguito sono rimasti. Ti cito solo Mengoni, Noemi, Antonio Maggio

E ritieni un fatto positivo che i talent impazzino e abbiano per certi versi sostituito il ruolo delle case discografiche?

No, è una fase molto critica. Ci fosse una proposta equilibrata andrebbe bene. L’errore è aver concentrato lì tutta l’attenzione delle major. Da che mondo è mondo la musica è sempre andata avanti senza i talent show. Ora molti pensano che quella sia discografia. Ma est modus in rebus, c’è modo e modo. Va bene quello, non escludo mai niente, ma occorre mantenere anche i bacini di ricerca e le alternative.

Cosa avresti fatto se non fossi diventato Morgan?

No; io faccio esattamente quello che voglio. In ogni momento della mia vita ho agito per arrivare a fare quello che sto facendo adesso, cioè sedermi a mangiare dei finocchi da mia sorella. Questo per dire che sono realizzato: ho avuto un dono e mi sono fatto il culo.

Fonte: zero.eu

Morgan

 

«… Una foto ricordo durante l’intervista,» prendendo posto vicino a lui, in favore di microfono.

«Ricordo?» rilanciando l’uomo, ironico. «Dipende… se è una brutta esperienza, non sarà bella da ricordare.»

Comincia così la nostra chiacchierata con Marco Castoldi InArteMorgan.

Una poltrona d’albergo un po’ appartata, “Batida de coco” in una mano (Marco è un tipo pro-dolce, per sua stessa ammissione, e pro-ghiaccio) e occhiali scuri, che poi si sfila…

Morgan, l’amore, la musica, gli stronzi e… tutto quello che non è Morgan lo lasciamo agli altri.

A noi di Sociart Network, nell’arco di venti di minuti concentrati come anni e imprevedibili come il tempo, il talento indiscusso del musicista, cantautore e interprete – di “Spirito e Virtù” e dal “destino cattivo” – ci ha regalato attimi di genio e sregolatezza, precisazioni doverose, sfoghi di giustizia (la sua!) e racconti come quelli che si fanno ai bambini prima di dormire… E poi ancora malinconie, confessioni e fragilità di un uomo, che è persona prima di essere artista, anzi – diciamo meglio – “artigiano”.

«Scusate, adesso io devo andare,» alzandosi di scatto dalla poltrona, così senza preavviso. «Siamo a posto, allora…»

E siamo a posto sì, Morgan, e grazie! Ci incontreremo, di certo, “altrove”…

Marco Castoldi InArteMorgan.

Arte come egocentrismo assoluto? O come libera condivisione di “Spirito e virtù”?
«Da quando l’arte ha a che fare con l’egocentrismo? Ogni artista innanzitutto non dev’essere lui stesso a dire di sé di essere l’”artista”, ma sono la comunità, la storia, gli altri… a riconoscerlo tale. Perché l’artista include la parola “grande”: quando uno è un artista, è un grande artista. Non può essere altrimenti! Per quello che mi riguarda,» continuando a sorseggiare il proprio cocktail, «io non ho mai detto di me: “Sono un artista!”. Ho sempre detto: “Sono un artigiano!”, che è molto diverso… Nel nome InArteMorgan c’è ironia, non avrei potuto dire: “InArtigianatoMorgan”. Ecco, vorrei mettere l’accento sul senso di costruzione meticolosa, scientifica e di intarsio musicale, usando la metafora dell’artigianato del legno e del mobile: un po’ perché sono brianzolo (e lì si fanno i mobili); un po’ perché mio padre era falegname (come Geppetto) e ha “costruito” il “personaggio”; un po’ perché c’è dietro l’idea del lavoro quotidiano e dell’impegno, della pratica giornaliera con gli arnesi, gli strumenti del mestiere, con quell’abilità meticolosa e capace di guardare il dettaglio, che – in genere – l’artista che dice di sé: “Je suis un artiste!” (io sono un artista), come vantandosi di quella parola, magari va in studio a cantare delle canzoni scritte da altri, per una settimana, e per il resto dell’anno se ne sta alle Bahama a godersi i proventi del disco.»

 

“Io, l’amore, la musica, gli stronzi e Dio”.

È proprio questo l’ordine prioritario? O, invertendo i fattori, il risultato non cambia?
«Non c’è un ordine cronologico, non c’è un ordine. Semplicemente, suonava bene così. Poi, se volessimo dare una priorità, ultimamente sono più concentrato sulla tematica Dio… poiché la tematica stronzi – diciamola tutta – lascia il tempo che trova. Dio, dunque! Perché mi trovo sempre più spesso (sarà anche per l’avanzare dell’età) a riflettere sulla questione della fede… Equazione a ripetere, nella psicologia, significa “adattamento”… La gente, l’umanità si adatta alla superviolenza (in quel caso della crocifissione), legittimando il pensiero che, se è stato fatto quello, allora tutto è possibile; qualsiasi atto di violenza diventa lecito. E io non lo condivido! Non ho bisogno di vedere la ragazza con le gambe aperte, grondante di sangue, per capire che la violenza sessuale è sbagliata. No, non è così! Bisognerebbe rappresentare, invece, i responsabili di quella nefandezza in galera! Garantirmi questa immagine, farmeli vedere dietro le sbarre, tutti i giorni… quello sarebbe molto bello e mi farebbe comprendere che non lo devo fare!»

 

“Altrove” è un po’ come “applicare alla vita i puntini di sospensione… e chi si è visto, s’è visto.”

Qui e adesso, quali sono i punti di contatto con la realtà?
«Il giorno che ho scritto “Altrove” è andata così: ero davvero triste, perché vedere il cambiamento della mia compagna di allora mi aveva molto impressionato… Così decido di uscire di casa, di andare via e, nel farlo, prendo la giacca che – per caso – non mettevo da un anno… “Voglio ritornare ad essere me stesso,” ho pensato, perché evidentemente avevo intrapreso una strada che non era più mia… Rimettendo la giacca dell’anno scorso, ritornavo ad essere, forse, quella persona che avevo abbandonato… E allora andai a un concerto – ecco cosa vuol dire “perdersi nel mondo! – andai a piedi, dritto fino all’aeroporto di Linate, dove c’era un certo David Byrne che suonava, quel giorno. La sensazione di “smarrimento”, la giacca, il camminare, andare andare andare, senza sapere dove, e arrivare al concerto di David Byrne… per poi sentirmi finalmente me stesso… be’, tutto quello è il mio “Altrove”. È recuperarsi.»

 

Querelle a parte, sei il giudice di X Factor, entrato nel Guinness dei primati per avere vinto più edizioni a livello mondiale…
«… Sei volte a X Factor! Il giudice che ha vinto più edizioni di un talent, in tutto il mondo!» precisa Morgan. «La deriva totale di X Factor è quella che, a un certo punto, è arrivata a considerarmi come una cosa che era fatta di un ciuffo di capelli… bastava che io fossi là a fare la mia presenza irascibile e malinconica… Non è così! Io sono stato chiamato per la mia competenza musicale. Ma, nel momento in cui non mi metti in condizione di lavorare alla musica, considerandomi invece soltanto un personaggio – iconico e maschera di sé stesso  –, tu mi svuoti del mio senso musicale e mi butti via… Durante le prime due edizioni, quelle targate Rai, si spegnevano le telecamere del programma e si rimaneva lì, a lavorare… io con i cantanti, con gli autori… Continuava il talent, viveva!»

 

Ironia, creatività e azzardo… come “maschere” d’artista. Bastano quelle a fare il personaggio?

«Ci vuole anche un po’ di Bach,» senza alcuna esitazione. Dappoi Morgan sorridendo: «Questo è Bach, rivolgendomi alla tata di mia figlia. E lei: “Ah, quello che ha inventato i “fiori”…»

«Le maschere sono qualcosa che indossi sul palco,» come riprendendo il filo. «Ero in un albergo, avevo sete e ho bevuto un caffè. Ci arrivai per caso, facendo una piccola sosta. Un albergo un po’ decaduto, lontano da Dio… ma i camerieri erano particolarmente raffinati. “È raro trovare delle persone come lei da queste parti,” mi disse uno di loro. E io ho riflettuto sul fatto che non avesse usato il termine “personaggio”, quanto piuttosto “persona”, che è una delicatezza. Il termine “personaggio” ti svuota della realtà, catapultandoti subito nel mondo della finzione… Quando dici “persona”, invece, dai quella nobiltà dell’essere umano… Mi capita spesso di incontrare della gente che mi dice: “Sei un gran bel personaggio!”, allora faccio notare che, in quel momento, non sono sul palco e non sono un personaggio. E anche qualora mi avessero visto in teatro a recitare l’Amleto – pure in quel caso –, Amleto sarebbe stato il personaggio e io l’attore: quindi, persona.»

 

 

di Gino Morabito - Sociart Network

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