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In scena del primo aprile "Arancia meccanica"

 

LA NOTTE della società, dominata dalla violenza, gesto unico di Alex il drugo, oltre alla smodata passione per l’amato “Ludovico Van”, il Beethoven che accompagna ogni istinto e fa da paesaggio sonoro ad “Arancia meccanica”, produzione del teatro Bellini in scena dal primo al 13 aprile, per la regia di Gabriele Russo su musiche di Morgan. Ispirata dal romanzo apocalittico di Burgess del 1962 e dal capolavoro di Stanley Kubrick del 1971, “Arancia meccanica”, nella trasposizione teatrale di Gabriele Russo (interpretata da Alfredo Angelici, Marco Mario de Notaris, Martina Galletta, Sebastiano Gavasso, Alessio Piazza, Daniele Russo, Paola Sambo), prosegue l’indagine sui recessi più bui dell’animo umano, ormai stravolto, che in una società asfissiante, ipocrita, può solo tendere al male. Inferno quotidiano rappresentato da una scatola nera (scene di Roberto Crea, costumi di Chiara Aversano), dimensione della mente distorta di Alex, una visione allucinata amplificata dalle sonorizzazioni di Marco “Morgan” Castoldi, che strazierà le sonate di Beethoven, le arie di Rossini intrecciate a David Bowie e ai Pink Floyd, utilizzando synth, sequencer e una moltitudine di cavi per connettere iPad generatori di loop, distanziandosi oltremisura dalla tecnologizzazione della musica classica di Wendy Carlos, autrice della colonna sonora per Kubrick (ma ai tempi del film era un uomo e si chiamava Walter). «A partire da una traccia, riconoscibile, ci si avventurerà in un territorio musicale che poi trascenderà», spiega Morgan. «Una degenerazione acida di Beethoven, ma anche di Ravel, di Bach. Derivazione incontrollata della musica, violenta, lancinante». Per la sua deformazione sonora, in valigia Morgan ha portato spartiti, e tutto ciò che ha di Beethoven, per un’immersione completa nella sua fonte di ispirazione da sempre: «È l’acqua primordiale in cui sono cresciuto, e la mia versione della “Patetica” sarà come se uscisse da un baracchino che gira per le strade alle 5 del mattino. Sfasciata, sulla linea del Nadsat, misto di inglese e russo, la neolingua inventata da Burgess».

 

Fonte:La Repubblica - ed. Napoli, 23 marzo 2014

 

Al Bellini Morgan rilegge Beethoven

 

 

Allestimento a Napoli

Al Bellini i Russo portano in scena Burgess e Kubrick
Il cantautore: «Io e Beethoven, per una musica virile»

 

Stefano Prestisimone


I drughi sono in smoking, collo di pelliccia e occhiali da sole (ma senza bombette e nasi finti), il Beethoven della colonna sonora del capolavoro di Stanley Kubrick è rivisitato da Morgan in chiave personalissima e c'è un uso massiccio del «Nadsat», il linguaggio usato dai teppisti e inventato da Anthony Burgess, l'autore del romanzo. Arriva al Bellini dall'1aprile «Arancia meccanica», novità assoluta con la regia di Gabriele Russo (che ha curato la traduzione del testo con Tommaso Spinelli), un cast di sette attori tra cui spicca Daniele Russo nel ruolo di Alex, il capo dei drughi, le scene di Roberto Crea, i costumi di Chiara Aversano. «Il tentativo è stato fin dall'inizio di non ispirarsi al film, anche per evitare ingombranti paragoni, ma di seguire il libro e ancor di più la versione teatrale che Burgess scrisse 10 anni dopo il film di Kubrick, un musical con tanto di libretto» spiega Gabriele Russo. «Le canzoni non le abbiamo utilizzate però, prendendo spunto solo dalla struttura. Dunque ne scaturisce un lavoro più vicino alla prosa, con musiche talmente protagoniste da far parte della drammaturgia.

La scelta di Morgan? Quando ho pensato alle musiche di "Arancia meccanica" è stato il primo nome che mi è venuto in mente. Perfetto per spirito, cultura musicale e originalità. La scena sarà come una scatola nera all'interno della quale si materializzeranno le visioni di Alex, che narra in prima persona».

Daniele Russo è già totalmente calato nel ruolo che fu di Malcom McDowell: «È affascinante, un personaggio speciale -spiega il figlio di Tato – e il lavoro di preparazione è duro, perché c'è anche il "Nadsat" da imparare. Le scene più violente sono quelle che il pubblico ricorda a menadito, ma in teatro non sono facili da rappresentare. Infatti l'irruzione nella casa della famiglia inerme, e lo stupro vengono filtrati da una struttura di plexiglass, senza sonoro».

 

La chiccca dello spettacolo sono le sue musiche, Morgan. È possibile una sua presenza a sorpresa nello spettacolo?
«Per il momento è solo un'idea, ma mi piacerebbe suonare qualcosa dal vivo. In questi giorni capiremo se è un'opzione possibile. Ovviamente non potrei farlo per tutte le repliche».

 

Che cosa significa per lei quest’esperienza di «Arancia meccanica»?
«Lavorare ad uno spettacolo del genere è una grande opportunità. Il testo è stupendo e ci sono guizzi di genialità come il linguaggio inventato, un po' inglese e un po' russo.
In questo delirio creativo si inseriscono le mie canzoni assurde, che partono da Beethoven per andare oltre.
Sono arrivato a Napoli con una valigia zeppa di libri, dischi, spartiti di Beethoven e ne sono stato letteralmente ingoiato».

 

Il suo rapporto con Beethoven?
«È un caposaldo della mia vita, mia madre lo suonava al piano quando mi portava in grembo e della "Patetica" conosco ogni singola nota. La colonna sonora del film fu affidata a Wendy Carlos che mescolò la classica con l'elettronica, ma in modo leggero. E risentita oggi non è un granché, perché ha addolcito Beethoven. Che invece è duro, virile, taglia tutto con l'accetta, quasi un macellaio della musica, in senso buono. È quadrato, teutonico. Io mi sono inserito nella sua scia, con un lavoro dunque severo, direi nazista,che esprime la tragedia, il malessere. Anche se poi ci sono momenti radiofonici, quasi da pullmino che vende i panini. Mi piace trasfigurare la classica e questi brani potrebbero diventare un disco».

 

La violenza è un tema purtroppo sempre attuale.

«L'essenza del romanzo, e del film, è la riflessione profonda sulla violenza, una visione critica di alto profilo. I drughi si divertono nel far male al prossimo, fino alla catarsi finale. L'idea da cui partono è corretta, ma è il modo di metterla in pratica che è sbagliato.” Arancia meccanica” è di sicuro uno straordinario manifesto anti-violenza».

 

Tornerà ancora in tv con «X Factor»?
«Al momento non ne sono certo, ma non vuol dire che non ci sarò. Ci sto pensando e presto lo saprete. Intanto il 4 aprile tornerò dal vivo al Velvet di Rimini con i Bluvertigo a distanza di 14 anni dall'ultimo concerto. Un live dedicato a Thomas Balsamini, fondatore del Velvet, morto a giugno scorso».

 

 

Morgan, un complice per «Arancia meccanica»

 

Fonte: Il Mattino, domenica 23 marzo 2014

"Il contenitore è di puro amianto ma dentro è vuoto"

«Il Festival? Non lo guardo, sto studiando Debussy. Ho bisogno di musica e lì di musica non ce n'è. Non lo guardo perché l'atteggiamento di Sanremo verso la musica è osceno. Quando l'ho fatto ho provato un sentimento di profonda compassione, di pietas in senso classico. Perché la gente non lo guarda? Forse perché sa che è un'occasione sprecata. Tutta l'Italia ad aspettarlo, tutti sull'attenti e ogni volta una delusione.

Non critico il contenitore, è perfetto, uranio puro, solo che dentro non c'è l'amianto, è vuoto. Tornerò a guardarlo quando sentirò dire dalla gente che è cambiato, che gli autori hanno voglia di osare, che gli artisti propongono arrangiamenti validi, che gli orchestrali non sono più costretti a eseguire banalità»

 

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Fonte: "La Repubblica" del 22 gennaio 2014

 

Morgan sul Festival di Sanremo 2014

Morgan da Massimo Rebecchi

Arriva in ritardo. Ritardissimo, anzi. Ma aspettarlo vale la pena, perché Morgan è una girandola di genialità, e anche di simpatia. I pantaloni gli stanno larghi, e rimedia con la cintura dell'accapatoio prese in prestito in hotel.

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-Ho l'impressione che tu guardi come sono vestiti gli uomini (mi ha squadrato da capo a piedi, ndr). E ti formi "un pregiudizio" su di loro...

Guardo anche in mezzo alle gambe delle donne! No, scherzo. Ma l'apparenza è importante. Come appari, cioè come ti presenti agli altri, dice molto di te. Tu sei molto elegante, nel nero totale che evoca la morte. Ma tutto ciò che riguarda la morte è il massimo dell'eleganza.


-Pensi mai a che vestito vorresti indossare nella bara? Io sì...

Io no, preferisco divertirmi al di qua perché mi sa che al di là ci sarà poco da divertitrsi...

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-A proposito di abiti come espressione, i tuoi travestimenti a X Factor erano comunicazione o provocazione?


Solo omaggi alle grandi icone del rock, da John Lennon a Jim Morrison. Ma mi sono dovuto un po' arrangiare con quello che avevo.

 

-Hai un'icona di stile?


Carmelo Bene.

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-Un aggettivo per il tuo stile?


Elettrosinfonico.


-La cosa più brutta mai indossata?


Una giacca di XXX (abbiamo promesso di non scriverlo, e non lo facciamo. Visto? ndr)

 

Fonte

 

[...]

Morgan - Uomini 16-24 anni

Qual è secondo lei il segreto del successo sempre crescente di «X Factor»?

«In verità è sempre stato un successo, fin dalla prima edizione. La Rai non ha saputo gestirlo come si deve: forse era un periodo buio…».

 

Sente molto la differenza con quegli anni?

«Era una macchina troppo grande per loro. Sky ha avuto la lungimiranza di fare un investimento pazzesco. Ha visto giusto: è un prodotto in grazia di Dio»

 

Il pubblico di Sky è molto più intraprendente e attivo.

«Secondo me la tv andrebbe vissuta in modo più passivo, sennò finisci a rompere le scatole alla gente su Internet»

 

Come è stato il suo impatto con Mika?
«All’inizio con me mi è sembrato un po’ scosso. Poi gli ho chiesto scusa, avevo paura che fosse intimorito. Quando parlo di musica mi infervoro e rischio di uscire dal seminato»

 

Chi sono i concorrenti più forti secondi lei?

«Non posso prescindere da quelli della mia squadra, ma a me sembrano tutti di alto livello. Non impazzisco per il concetto di “boy band”»

 

Preferirebbe vedere in gara delle rock band?
«Sì, ma anche andare avanti seguendo la tradizione basata sui cantautori».

 

Che ospite le piacerebbe vedere sul palco?

«David Bowie. Spero venga Battiato, sono sette anni che glielo chiedo. E poi Guccini, una persona strepitosa. Oppure… Vasco, vieni tu!».

 

E il litigio che ha avuto con Elio all’inizio?

«Tutto risolto. Era una speculazione intellettuale. Stimo Elio, è un amico. Sono cose che capitano anche nelle migliori… coppie»

 

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Morgan su TV Sorrisi e Canzoni

 

 

Fonte: TV Sorrisi e Canzoni n.46 - in edicola il 12 novembre 2013

MILANO - «Non ci credo ancora». L'incredulità provocata dalla morte di Lou Reed è il sentimento che, in un colpo, ha accumunato milioni di fan nel mondo. Tra cui Marco Castoldi, più conosciuto come Morgan, che solo qualche giorno fa, a «X Factor», si è presentato al tavolo della giuria con capelli ossigenati, occhiali da sole a goccia e giubotto di pelle. Omaggio a Lou Reed, che così suonava sui palchi nel 1974.

Un omaggio che, pochi giorni dopo, potrebbe fare un po’ impressione, ma non a Morgan «perché io Lou Reed lo pratico da sempre. Sono state moltissime le volte in cui mi sono ispirato a lui, l’altra sera era una delle tante. Lo ascolto tutti i giorni: è come se fosse un mio compagno di vita». Preferisco non definirlo «un mito», perché «per me il mito è Andromaca. Ma una connessione c’è, visto che anche lui era solito inizare le sue canzoni con parole come Caroline says, Candy says (Carolina dice, Candy dice, ndr)… era il suo Cantami o Diva. È stato l’Omero del rock». È una fonte d’ispirazione costante, per lui e altri colleghi, come Piero Pelù, che ha parlato di un amore «importante e controverso» e Ligabue, che ha detto: «Lou Reed ha cambiato forma e contenuto della canzone rock. Il lavoro che ci ha lasciato è monumentale».

Per Morgan è stato «un genio». Ma quando il destino li fece incontrare davvero, dal vivo, lui, noto anche per la parlantina affilata e fluente, si bloccò: «La sua immagine era inquietante, enigmatica, imprenetrabile. Provai una forte soggezione e non dissi nulla. Ma lo osservai e mi colpì la sua profonda consapevolezza corporea: da come camminava sembrava muovere un osso alla volta. Sembrava essere il burattinaio di un corpo che non sentiva suo. Lui è sempre stato importante per me e continuerà ad esserlo. La morte non cambierà niente». Ma potendo tornare a quel giorno, cosa gli direbbe? «"Ehi, take a walk on the wild side". Che traduco come: fai un salto sulla mia sponda».

 

Chiara Maffioletti

 

Morgan su Lou Reed

 

Fonte: "Corriere della Sera" del 28 ottobre 2013




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