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L'artista torna in scena al teatro Manzoni, con la rappresentazione della sua autobiografia. "La città offre tanto, ha un'anima e spaventa chi vuole solo il suo tornaconto"

di ANTONIO DIPOLLINA

 

Tutti dovrebbero passare un paio d'ore accanto a un pianoforte verticale. Ma vale solo se accanto all'oggetto c'è Morgan, il Marco Castoldi della Brianza e proprio lì, in Brianza, tra i suoi collaboratori efficienti e simpatici, totalmente a suo agio: a quel punto dopo mezz'ora hai vissuto in realtà quattro o cinque ore almeno, a vederlo balzare sui tasti al solo accenno di una cosa di musica di cui si parla, sfidarti a riconoscere una Variazione Goldberg (sconfitta totale) ma anche a suonarti la Voce del Silenzio. Martedì sera Morgan torna in scena, al teatro Manzoni, con l'idea vagamente stravolta di rappresentare via parole e musiche la sua autobiografia, "Il Libro di Morgan" - che aveva un sottotitolo impegnativo, "Io, l'amore, la musica, gli stronzi e Dio" - in un crescendo chissà quanto studiato e riscritto e rifatto oppure venuto così, di getto.

Per l'occasione ci sarà Mauro Pagani e la coppia garantisce in partenza la copertura pressoché totale dell'intero scibile musicale (suoneranno anche i Lombroso e Megahertz, tipi che si trincerano dietro nomi simili e poi squadernano meraviglie di complicità con l'Artista). Lo show è in realtà un happening in cui si può cambiare tutto ogni volta, Morgan ne sogna una sorta di edizione prolungata nel tempo e ogni volta diversa, invitando via via sul palco altri artisti sempre nuovi.

Avere di fronte il pubblico milanese è una storia che impegna o si porta con tutto?
"C'è una sana paura e un rispetto superiore: lo stesso che i milanesi riservano a te chiedendoti al tempo stesso parecchio. Vengono davvero per lo spettacolo, a Milano, non per esserci e raccontarlo dopo. Ci riconosci la natura della città, in realtà fatta soprattutto da individui, singoli. Ti ci puoi specchiare ma devi essere alla loro altezza. E sentendo Milano come la mia città, sempre e comunque, la paura di cui parlo è di quelle importanti".

Com'era la cosa del disco chiuso in casa in via Sismondi per mesi?
"Era il 2002, prendo e affitto un appartamento lì, a Città Studi. Mi barrico. Ascolto cose, metto microfoni sul balcone per captare i rumori là fuori, suono: il disco si chiamava proprio Canzoni dell'appartamento. In copertina una foto pazzesca di via Cermenate, le case popolari. Milano è incredibile".

Ovvero.
"Bombardata, vilipesa sempre come obiettivo primo, e i milanesi sempre lì, a ricostruire con un senso vero. Il fascismo che nasconde le foto della città aperta e coi canali, il tentativo bieco di nascondere il passato per mettere le mani sul futuro. Ma qui non funziona. Milano ha un'anima imprescindibile che fa paura a chi vuole metterci mano per proprio tornaconto".

Sintetizzandola per sensazioni?
"Milano per me è rispetto e rimpianto. È l'unica città del mondo che abbiamo: vengono pochi turisti, non la capiscono? Meglio così. A me piace il suo essere pianura, tutta, senti la pianura arrivandoci e non ti perdi mai. Ci sono i cerchi concentrici e non ti puoi sbagliare: se vedi la strada dritta davanti a te, sei su un raggio. Se vedi una curva, sei su un cerchio".

Quella volta dell'appartamento che le dicevano i vicini di casa?
"Lasciavano vivere. Lo so che vuole tirarmi dentro il luogo comune: a Milano non conosci i vicini. Bene così: non è freddezza, è lasciar vivere, te e gli altri. E che non ci sia freddezza lo dimostra questo: è la città che offre di più come occasioni fuori casa, la musica, la cultura in genere. E non ci vai per gozzovigliare, ma anzi lì conosci la gente, la frequenti, in nome di qualcosa che hai in comune. A me sembra perfetto così".

Ma non è edulcorato tutto?
"Non sto parlando del paradiso. Intendo le proporzioni: l'Italia, il Paese tutto, per dire, ha completamente smarrito il senso civico: a Milano un barlume lo ritrovi. Quanto meno una speranza di".

Ma lei non dovrebbe essere trasgressivo oltre ogni convenzione?
"Io sono estremamente dotato di senso civico".

Milano l'ha vissuta soprattutto negli anni 90, il boom dei locali di Musica, la prima scena indie, la nascita di gruppi importanti... 
"Un posto come Le Scimmie ha segnato una generazione. Soprattutto per il senso che dava a quello che c'era intorno. Ricordo un Ferragosto, caldo atroce, a Milano erano rimasti in duemila, per dire. E alla sera tutti e duemila andavano alle Scimmie. Ricordo una serata a fare musica fino al mattino con un effetto pazzesco".

Suonando cosa?
"Modugno. Per quattro ore".

Sì?
"Bello, eh?"

In quel disco, sempre l'Appartamento, c'era anche Non arrossire, di Gaber. Questo feticismo, condiviso con il suo amico Battiato, delle piccole e clamorose canzoni di un tempo è una gran cosa.
"La canzone intesa in quel senso è un gioiello inestimabile, non esiste nulla di simile nell'arte di creare, pochi minuti e c'è tutto, il vero punto di incontro tra cultura alta e bassa: peggio per chi si sente troppo colto e non lo capisce. Un disco dell'epoca era uno scrigno. Con Battiato ci siamo trovati subito su cose simili: ricordo uno dei primi incontri, una cena al Buon Convento in corso Italia, io, lui e Manlio Sgalambro".

Bel gruppetto.
"Io avevo i capelli tinti, un colore strano, vai a sapere. Il filosofo mi guardava un po' così. Franco si divertiva assai. Alla fine Sgalambro ordina un semifreddo e spiega che lo fa perché rappresenta l'armonia degli opposti. Magnifico".

Battiato ha una storia molto milanese.
"Scherza? Quasi per intero. All'epoca di Aries e Clic non se ne sapeva nulla in giro, molti lo immaginavano sperduto in qualche dimensione eterea: invece era fisso a Milano a divertirsi e produrre. Ma perché, la scuola genovese dei cantautori? Mettiamo anche che andassero a ispirarsi nei monolocali a Boccadasse, poi quando dovevano fare sul serio, incidere i dischi, trovare gente concreta partivano per Milano e qui restavano fino alla fine del lavoro".

Qui si parla di Bei Tempi: la prima cosa che le viene in mente?
"La prima edizione di X-Factor, le audizioni. Chiusi in un albergone al Corvetto: agli ultimi piani c'era una vista in direzione Lodi che non la posso descrivere. Era bello tutto, credevamo ancora nei talent perché erano le prima volte. Poi si sa come vanno queste cose".

Come tutto il resto.
"Le ho detto che Milano è come Vienna?"

Ecco, questo sfuggiva.
"La amo in quel senso, soprattutto. Le nebbie, certi grigiori e io impeccabile in giacca e cravatta che mi aggiro in qualche angolo in cui non mi vede nessuno, anzi nessuno vede nessuno. Bellissimo. La giacca, soprattutto, mi raccomando. Milano è la città della giacca. Peccato che non abbia capito Liszt".

Austriaco, peraltro.
"L'ho trovato in una sua biografia. Lo contestarono alla Scala, lui il giorno dopo affittò una carrozza scoperta e si fece portare in giro per il centro, ritto, impettito, rivolgendo sguardi di sfida a tutti. Sto lavorando su sue cose, voglio risarcirlo dopo tanto tempo e lanciargli un messaggio milanese come a dire: fermo, uno che ti ha capito c'è".

 

Fonte: milano.repubblica.it/cronaca/2016/03/20/news/morgan_milano-135899145/




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