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Stasera chiude il suo settimo «X Factor»: con che stato d’animo?

«Rimango uno che in tv si diverte e cerca di far divertire. In tv sfogo la parte di me più ironica, riesco a essere teatralmente più buffo. Poi, certo, tutti hanno una compresenza di stati d’animo, a volte mi sento più introspettivo e in quei momenti la televisione stona perché è contraria a un’intimità che desidero».

Dice di aver partecipato a «X Factor» anche con intenti didattici, per far andare la buona musica in tv: è avvenuto?

«Chi ha orecchie per intendere, intende».

Ci tornerà l’anno prossimo?

«Mi sembra prematuro rispondere, ne parleremo a tempo debito. Da domani penso ai miei concerti e alla mia musica. Voglio pubblicare due album, La musica sentimentale e La musica sociale. Ora ho voglia di dedicarmi a diffondere questa mia nuova dimensione musicale, anche in televisione, se mi inviteranno. E poi ho appena pubblicato un libro che sta andando molto bene».

«Il libro di Morgan», edito da Einaudi: quando l’ha scritto?

«Nell’ultimo periodo, curandolo molto, consegnandolo in ritardo. Non è un’autobiografia, è la mia visione del mondo. Potrebbe intitolarsi “Il mio mondo, dalla politica all’estetica”».

Perché ha pubblicato poca musica, ultimamente?

«Ho potuto permettermelo. Non si deve sempre pubblicare, il mercato spesso non ha bisogno di novità. Ho imparato a essere flemmatico, cauto. Ora però c’è necessità di novità, vedo troppa polvere in giro».

La flemma se la può permettere perché ha fatto molta televisione?

«La popolarità becera non l’ho mai apprezzata. L’ho avuta, ogni tanto, ma non l’ho mai cercata, non faccio le cose per il denaro né per il successo, e non ho fatto la tv per quello. Mi ha dato un bel po’ di svago, però».

Dunque le discussioni accese, gli abbandoni sono solo spettacolo?

«Non è spettacolo, si chiama dibattito. Distinguo la litigata alla Sgarbi, che pure stimo, dal dibattito anche acceso, quello che faccio io. Apprezzo la capacità argomentativa, la vis polemica, la captatio benevolentiae».

C’è curiosità per la nuova musica...

«Ho messo insieme molti generi diversi: musica classica, sperimentale, pop, moderna e antichissima insieme. Ci sono pochi riferimenti a quello che si sente in giro oggi, forse è la cosa migliore che ho fatto. La definirei “Elettrosinfonica”».

A «X Factor» il ruolo dei giudici è dare: ma lei ha preso qualcosa?

«Ho ricevuto tanto entusiasmo, amicizia e modernità, soprattutto nell’ultima fase. Devo ringraziare un programma che mi ha fatto lavorare in un contesto molto contemporaneo».

 

Pierangelo Negri, Milano

 

Fonte: La Stampa dell'11 dicembre 2014

 

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E poi mi sono visto in uno specchio e ho pensato: chi è quel pagliaccio?

Instabile e ingestibile? in quest'intervista (e in un libro) Morgan spiega chi è davvero e chi non vuole più essere («Un uomo ridicolo con i capelli arancioni»). Da dove arrivano i suoi dolori. E perché torna sempre a X Factor.

 

MILANO. «Elimino gli Spritz for Five però lascio X Factor per sempre, arrivederci ... Non c'entro più nulla con le derive che ha preso questa trasmissione, vi ringrazio è stato bello» si congeda Morgan nella puntata del 13 novembre.
Per poi tornare in quella successiva, «a volte ritornano» si limita a dire.

Incostante, capriccioso, ingestibile? Marco Castoldi, 42 anni, musicista, popstar, personaggio tv suo malgrado, ha scritto un libro:

ll libro di Morgan - Io, la musica, l'amore, gli stronzi e Dio (Einaudi Stile Libero). Un libro sorprendente dove tra Carmelo Bene, Depeche Mode, Duran Duran, Chomsky e Beethoven, Marco bambino chiede in regalo il sintetizzatore al posto del montone -dove Marco trentenne, lasciato da Asia Argento, torna in Italia e si propone come dj della filo diffusione natalizia di Monza; ma anche dove Marco sedicenne si trova di fronte al suicidio del padre. Un romanzo di formazione doloroso e allegro. E dunque, per tutti coloro che si chiedono chi sia davvero Morgan - rivoluzionario, folle, idealista? - questa è la risposta.

 

Il suo annunciare che se ne va per poi tornare, non è forse una continua messa in scena della fine, una sfida all'epilogo irreversibile?
«No».

 

Perché se ne va allora?

«Essendo interessato alle dinamiche artistiche, alle ragioni estetiche, alla ricerca, mi cadono le braccia quando non le vedo rispettate. Non ho il distacco necessario, quando si dice "sii superiore", ecco, io non lo sono. Non sono superiore alla passione».

 

E perché poi torna?

«La mia priorità è il rapporto coi ragazzi. Non meritano il mio abbandono, sono gli anelli deboli della catena, andandomene danneggerei loro. Distruggerei il loro sogno, quando io sono uno che il suo lo ha realizzato. Oggi faccio quello che voglio, senza costrizioni, senza schematismo. La mia è un'esistenza d'invenzione continua».

 

Nel libro dice: se vuoi diventare una star, devi essere pronto a morire, che significa?

«La vita di palco, la vita di personaggio noto, implica la lontananza dalla vita quotidiana: programmazione domestica, rapporto giorno notte, ordine. Se uno è disposto a rinunciare alla propria vita, può diventare una star. Del resto si sa: le stelle sono morte da milioni di anni».

 

Lei ha rinunciato alla sua vita?

«Spesso mi dimentico di mangiare, di cambiarmi i vestiti, di uscire di casa».

 

Eppure dal libro viene fuori un Morgan combattuto tra l'essere una star e il desiderio di tornare una persona normale. Parla addirittura di vergogna, vergogna di cosa?

«Quando un uomo di spettacolo esce da quell'ambiente e si trova in un mondo di persone normalizzate, diventa - a buona ragione - molto critico. Per esempio, io un giorno mi sono visto nello specchio della banca. Sopra le proposte di finanziamenti c'era questo tizio in pelliccia coi capelli arancioni. Mi sono chiesto: chi è quel pagliaccio?».

 

Conseguenza? 

«Ho pensato: se voglio entrare nella banca non devo essere così, devo scegliere» .

 

Ha scelto?

«Ho smesso di tingermi i capelli di arancione».

 

Cosa c'entra questo Morgan ragionevole, autocritico, con quello raccontato dai giornali?

«Niente. Il primo è una loro costruzione: il personaggio instabile, ingestibile. In realtà io sono il meno divo di tutti, non mi accendo quando si accende la luce rossa. Sono sempre uguale. Il mio compito in tv è (è stato? Sarà?) dire: "Non fate i soldatini, siate autonomi, imparate a dissentire". Bisogna sapere quanto vale un essere umano, bisogna sapere quanto vale un artista».

 

Lei lo sa?

«Nell'arte non ci sono azioni di dominio e di controllo».

 

Chi è Morgan dunque?

«Loro spesso vogliono costruire un personaggio tragico, un mostro. Io non sono tragico. Sono una persona ottimista, vitale, gentile. Se un giorno mi troveranno morto e diranno si è suicidato, sarà una menzogna, ve lo dico già da ora. Da piccolo al suicidio ho assistito da vicino, molto da vicino, e non mi è piaciuto per niente. Io amo la vita».

 

E il dolore?

«Bisogna saperlo gestire, non lasciarlo lì. Mia mamma quando era arrabbiata dipingeva fiori sul muro, e non è mica Leonardo da Vinci. O muori o vivi. E quando vivi, devi vivere a pieno».

 

Nessuna fascinazione per la morte, la perdizione, persino per Satana come vorrebbero far credere alcuni giornali?

«l satanisti sono dei cretini come l'idoletto che adorano. Satana sa dire solo che tutto è brutto, tu tenti di controbattere - è una sedia, può essere utile - e lui risponde che no, è brutto, brutto, brutto. Come un bambino impazzito. Questo è il diavolo».

 

Lei ha conosciuto Marilyn Manson, giusto?

«Marilyn Manson è un brav'uomo. Semplice, tranquillo. Il suo problema è essere una diva che scende le scale, una Wanda Osiris ma con l'allure satanico alla buona».

 

Una costruzione quindi?

«Lui si chiama Brian e io ragionavo: scusate, sua madre come lo chiama?. ''Brian" mi dicevano. E non si volta quando la madre lo chiama? ''No, quando lo chiama la madre si volta", mi rispondevano. Allora anch'io lo chiamavo Brian».

 

E lui si voltava?

«No».

 

Nel libro parla del tempo in cui i Bluvertigo non venivano riconosciuti da nessuno, poi racconta di questi anni, della gente che la ferma per strada: ueee Morgan! Grandissimo! Meglio prima o adesso?

«Rimpiango gli anni dell'invisibilità».

 

Nessuna paura di sparire?

«Leggo interviste di cantanti che dicono: devo fare il nuovo disco. Ogni anno. Come se ci fosse bisogno della loro musica. Fanno sempre la stessa canzone. Il 90 percento dei cantanti italiani fa sempre la stessa canzone»

 

Lei invece ritarda la fine, teorizza la bellezza dell'opera incompiuta, fa passare anni fra un disco e un altro, perché?

«La fine non m'interessa, m'interessa più quello che succede mentre».

 

Cosa è successo tra il suo ultimo disco e questo in uscita?

«Tante cose. Centinaia di pezzi composti, studio, musica, figlie».

 

Che padre è?

«Non rispondo».

 

Cosa fa con le sue figlie?

«Gioco. Si può giocare con le parole, col corpo, con gli stracci. I giocattoli arrivano alla fine. E molti sono solo pezzi di plastica».

 

Teresa Ciabatti

 

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Intervista a Morgan su Il Venerdì di Repubblica

 

Fonte: "Il Venerdì di Repubblica" del 5 dicembre 2014

 

Libro-confessione. «Segnato dal suicidio di mio padre... La tv? Mi sento un pagliaccio»

 

E magari alla fine uno capisce pure perché Marco Castoldi non poteva che diventare Morgan.
L’istrionico, contraddittorio, vulcanico, irriverente giudice di «X Factor», «uno di cui si parla e si scrive», «uno che la gente conosce anche se non mi conoscono», ha deciso di strappare la penna dalle mani degli altri e scrivere di se stesso, sicuro di spiegare con le parole più appropriate i suoi 41 anni di vita, trascorsi perlopiù come su un ottovolante. Probabilmente a partire dall’adolescenza in poi, dopo essere stato azzannato dal dolore quando suo padre si suicidò: «A 46 anni si è tolto la vita. Anche perché la sua vanità non era appagata. Incapace di sopravvivere dovendo mantenere sé, i suoi familiari in ristrettezza economica»

 

Ma andiamo per ordine e iniziamo a sfogliare le 228 pagine di Marco Castoldi – Il libro di Morgan, l’autobiografia del musicista che esce venerdì per Einaudi. Basterebbe leggere il sottotitolo per capire che si tratta di un libro scritto dal leader dei Bluvertigo: Io, l’amore, la musica, gli stronzi e Dio. Il fatto è che a lui piace attirare l’attenzione. Un desiderio che ha avuto fin da bambino: quando aveva 5 anni era a messa con i suoi genitori. Ad un certo punto scappò via dalla chiesa e «sul piazzale» si mise «a cantare un pezzo di Elvis Presley, ballando. Si è subito radunato attorno a me un po’ di pubblico.

 

Qualcuno dei presenti mi aveva comprato dei ghiaccioli, per ricompensarmi dell’esibizione. E in quel momento io avevo capito: 1) che ero in grado di attirare l’attenzione; 2) che potevo essere pagato per quello che facevo».

È così che è nato Morgan, il musicista innamorato di Bach che è cresciuto con la voglia di fare spettacolo e di dare spettacolo. E le occasioni non gli sono certo mancate. Soprattutto da quando è diventato giudice di «X Factor», ruolo che ha sempre interpretato cercando di assomigliare ad uno scugnizzo dispettoso.

 

Tuttavia, anche se sarà «pure pazzo, isterico, ingestibile, ritardatario cronico, egoista», Morgan non riesce a dire bugie. E perciò ammette: «Nonostante la mia strafottenza nei confronti di chi è più forte di me. Nonostante tutto, la televisione è riuscita a normalizzarmi». Adesso il re è nudo: «Ogni anno dico sempre che sarà l’ultimo e invece, puntualmente, ci sono dei nuovi motivi, sempre diversi, per cui sono costretto a farlo. Ormai sono nel meccanismo, che non è solo economico, è tutto un sistema di interessi convergenti che orbitano intorno alla mia persona, e io non sono abbastanza forte da svincolarmene. E sono completamente schiavo»

 

In pochi sanno cosa fa Morgan una volta spente le telecamere di «X Factor», ma ora Marco è pronto a svelarlo: «Faccio la puntata, poi mi chiudo in casa per tre giorni e spengo il telefono. Al quarto giorno c’è sempre qualcuno che mi chiede dov’ero scomparso. “Mi sono vergognato”, rispondo.

Ed è la verità. Grazie alla televisione la vergogna è diventata una delle mie attività principali.
Perché alla fine, non c’è troppo da girarci intorno: la televisione ha reso un pagliaccio anche me». Confessioni di un artista prestato alla tv, che all’inizio però pensava in buona fede di «portare la musica alla platea di un pubblico generalista». Poi ha dovuto arrendersi: «"X Factor" è glam. Anche lì, come dappertutto, ha vinto l’immagine». Quindi, tirando le somme: «In televisione sono tutti burattini, tutti marionette. Tutti vuoti. Perché sono macchine da soldi»

 

Eppure Morgan avrebbe potuto salutare definitivamente il piccolo schermo, che frequenta ma non apprezza, magari approfittando di una disgrazia che lo travolse nel 2010: a quel tempo «X Factor» veniva trasmesso dalla Rai e Castoldi era lì da tre edizioni. Doveva pure andare a Sanremo, ma poi svanì tutto per un’intervista (che provò in tutti i modi a smentire) in cui sosteneva di assumere droga come antidepressivo. «Di fatto quello, il 2010, sarebbe stato l’anno dell’amicizia tra me e Celentano. Forse l’unica cosa bella dell’anno peggiore della mia vita». Un anno in castigo, e quando «X Factor» passò a Sky Morgan tornò in tv. Sfuriate, dito medio alzato, guasconate: possibile che nelle giornate di Morgan non ci sia spazio per un po’ di tenerezza? Chissà, di sicuro però ce n’è per il rimpianto: «Ho la tristezza di desiderare una famiglia da fuori. Di rivedere qualcosa di perduto...». E per la malinconia: per un periodo, con Asia e Anna, «abbiamo vissuto a Milano: io, la mia donna e la mia bambina, l’unica famiglia che io sia mai stato in grado di avere in vita mia. Una famiglia semplice, come dovrebbero essere tutte le famiglie»

 

Ma al bando i sentimentalismi, Morgan è Morgan, uno «concreto, pratico, forse cervellotico». Sarà per questo che oltre che alle due figlie, alla sua ex moglie Asia Argento, a Bach, a Maria De Filippi, ha dedicato il libro a se stesso e anche a Gesù di Nazareth. Qualcuno direbbe: questione di feeling.

 

Pasquale Elia

Morgan, tormenti d'autore «La famiglia, sogno proibito»

 

Fonte: Corriere della Sera del 2 Dicembre 2014

X-fight

Da una parte, il rapper più controverso, seguito e venduto d’Italia; dall’altra, un genio ribelle della musica. “X Factor” li ha messi nella stessa giuria e sono scattate subito le scintille.
Noi li abbiamo fatti incontrare sul nostro set fotografico e abbiamo scoperto che in realtà si vogliono bene. In queste pagine si raccontano senza filtri. Comincia Fedez

 

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Fonte: Rolling Stone - ottobre 2014

"The Untouchables" di Vittoria Hyde

Untouchables! No? Siete così ormai, con la pelle dura.
Ormai il vento non lo sentite più!
Ma chissà quanto avete tenuto duro e quanta roba avete mandato giù per diventare così, untouchables!
Ma soprattutto, chissà quanti peccati avete commesso, e che forse non potrete mai raccontare.
lo, Vittoria Hyde, sono qui per farvi confessare l'inconfessabile!
Vi farò scegliere 2 tra i 7 peccati capitali, sono certa che in modo o nell’latro li avete commessi tutti!
Estraendone due, avrete la possibilità di cambiarne solo uno, che sceglierò io, il vostro confessore, al quale non potrete sottrarvi. Siete pronti? State tremando? Si comincia!

 

Prima di essere intoccabili bisogna essere toccati, mi ha toccato la fortuna. Sono un'unione tra fortuna, talento e applicazione. Da bambino mi trovavo in una chiesa di campagna sul lago di Como, sono scappato fuori e ho iniziato a cantare i pezzi di Elvis (che piaceva molto a mia madre).

Ballavo e cantavo, i miei non mi trovavano più, sono usciti dalla chiesa notando un gruppo di persone che guardava la mia "esibizione". Mio padre si arrabbiò e mi chiese di restituire i soldi che alcune persone mi avevano dato. Il processo da li è stato continuo, quel giorno ho realizzato che il mio lavoro sarebbe stato cantare, ballare e fare spettacolo.

 

"Io non sono un peccatore, sono una persona che non ha cose da nascondere. Il peccato per me non esiste, sono totalmente ateo. Troppo spesso dico quello che penso e troppo spesso ne pago le conseguenze".


Sette sono i peccati capitali. Altrettanti quelli nel cilindro di Vittoria. Due quelli che Morgan si accinge a estrarre.

 

Il primo è l'AVARIZIA.

Sembra il nome di una persona, mia zia Avarizia. Come hai chiamato tua figlia? Avarizia. Sarebbe un bel nome, con un bel suono, se non significasse quel che significa. Io i peccati non li concepisco, li derido. Dovremmo trovare il senso etimologico del termine: "essere avaro" significa desiderare vivamente. A me è capitato di desiderare, io brucio di desiderio. L'accezione che il peccato vuole attribuire alla parola avarizia è estrema. Desiderare non vivamente, ma talmente intensamente che si commette qualcosa di negativo. Io ho un'etica forte e non perché certe cose me le ha dette Dio.
So cosa devo fare, sento che non devo uccidere la gente, sento che non devo trattare male le persone. Lo sento, non c'è bisogno che vengano la legge o il Padre Eterno a dirmi che non devo fare qualcosa pena qualcos'altro. Maurizio Costanzo una volta ha detto una cosa interessante: "la felicità è desiderare quello che siamo". E io lo condivido. L 'ho letto in modo più articolato ne “Il mito di Sisifo” di Camus, in cui si
dice che sperare che il domani sia migliore dell'oggi significa non avere l'oggi, e quindi sé stessi. Mentre chi ha sé stesso desidera quello che è e quindi non spera. Ho desiderato vivamente di essere quello che sono. E allora io sono uno che, in questo senso, è avaro.


Tra i sei peccati rimasti, Morgan estrae ACCIDIA

Accidia: indolenza, negligenza nel fare il bene. lo sono accidioso verso l'accidia. Sono incapace di volerle bene. Socrate diceva che il male si fa perché non si conosce il bene.

Di fronte a due strade, e alla conclusione alla quale queste conducono, uno non può scegliere quella negativa. I peccati si fanno per volontà, quando uno ha la possibilità di scegliere e nonostante questo prende la decisione sbagliata allora pecca.

Nel caso dell'accidia secondo me non c'è scelta: nel caso in cui io fossi stato accidioso lo sono stato perché non sapevo che c'era un'altra possibilità. A me le parole fanno pensare alle parole perché sono il mio strumento di lavoro.

Se facessi un altro lavoro avrebbero un'altra funzione. Le studio, sono per me un oggetto molto importante dentro al quale ci sono spesso vari significati e direzioni. C'è anche una sudditanza verso la parola perché la parola è quello che tutti vorrebbero avere come arma magica. La parola è la grande invidia del pene dei serial killer, cioè chi è malato profondamente e commette omicidi il più delle volte ha la frustrazione di non riuscire a esprimersi. La parola è veramente potente. Infatti in chiesa si dice “In principio era il verbo”.

 

Fonte: "Maxim" di luglio/agosto 2014

 

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Intervista a Morgan di Andrea Laffranchi per il Corriere della Sera sullo spettacolo teatrale “Arancia Meccanica” in scena dall’1 al 13 aprile 2014 al Teatro Bellini di Napoli.

 

L’ora dei musical all’italiana. Morgan: rileggo Beethoven

Il cantante firma la musica di «Arancia meccanica»

 

Dal cuore del rock anni Novanta al mondo del musical. La generazione che ha cambiato la scena rock italiana a fine millennio, anzi ne ha inventata una visto che prima non c’era, prova a mettere le mani sulla commedia musicale.

Protagonisti di questa operazione (non concordata) sono Morgan, Elio e i Negrita. Morgan firma le musiche di Arancia meccanica in scena da oggi al Bellini di Napoli.

[…]

Che succede ai rockettari di ieri? «In questo momento la tv non mi piace — dice Morgan, ex giudice a “X Factor” -, il mercato musicale in difficoltà da anni si è piegato davanti ad Amici e non investe più in novità se non pubblicando mille dischi a caso. Con questo progetto ritrovo una ragione per mettermi a scrivere».

[…]

Aggiunge Morgan: «C’è in precedente illustre: Bowie che fece The Elephant Man a Broadway. E comunque questa Arancia meccanica non è un musical, ma un testo teatrale in cui gli attori, per dirla con Monteverdi, fanno del recitar cantando».

[…]

Morgan ha dovuto reinventare Beethoven. Il compositore è l’ossessione del protagonista del romanzo di Anthony Burgess trasformato da Stanley Kubrick in un classico del cinema. «Ho cercato di non rendere effemminato Beethoven, come fece invece Wendy Carlos che per il film alleggerì le sue musiche facendole matte e frizzanti - commenta il cantautore -. Beethoven è virile. È come un macellaio per come taglia le note in modo netto. E utilizzerò la stessa accetta nei suoi confronti. Nelle sue armonie ci sono strade infinite, meravigliosi cambi travolgenti... era un estremista, il Missoni dell’armonia per come accostava cose che sembrerebbero slegate».

Nelle note dello spettacolo ha definito l’impostazione delle musiche «nazista». «Nessun equivoco — spiega —. Nessun significato politico ma un modo per dire che saranno autoritarie e precise».

Quella di Morgan nello spettacolo diretto da Gabriele Russo non sarà una rilettura della colonna sonora cinematografica. «Sarà un lavoro nuovo. Parto da Beethoven ma lo rielaboro in forma di canzoni o di sequenze elettroniche ad anello che non erano né nel film né nell’adattamento teatrale fatto da Burgess. Per il tema principale, ad esempio, ho ripreso l’Allegro della Sonata n.13 op.27, opera quasi sconosciuta di Beethoven. Certo, ci saranno appuntamenti irrinunciabili come la Nona e la Patetica ma faccio uscire la mia anima sinfonista-elettronica. Alla Patetica sono molto affezionato: mia mamma la usava per far addormentare me e mia sorella: l’ho trasformata in una canzone pop, e la mia voce sarà fuori scena, con un testo in italiano sul concetto di pathos».

 

 

Fonte: Corriere della Sera del 1 aprile 2014

 




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