Company Logo

Facebook Twitter Google+ YoTube Instagram 


Interviste di Morgan

Articoli su Morgan

Report Live di Morgan

Articoli sugli Album di Morgan

Interviste ed Interventi Radio di Morgan

Articoli ed Interviste di InArteMorgan.it

comunicati

 


201720162015201420132012 - 2011 - 2010 - 2009 - 2008 -

20072006 - 2005 - 2004 - 2003 - 2002 - 2001 - 2000 - 1999 - 1998 - 1997


 

 

di Massimo Giuliano

Nel "Da A ad A tour", Morgan porta in scena uno show controcorrente rispetto allo stile del suo ultimo cd: coadiuvato da Daniele “Megahertz”, rilegge tutti i propri pezzi in chiave rigorosamente elettronica. E annuncia il ritorno dei Bluvertigo...


Nel "Da A ad A tour", Morgan porta in scena uno show controcorrente rispetto allo stile del suo ultimo cd: coadiuvato da Daniele “Megahertz”, rilegge tutti i propri pezzi in chiave rigorosamente elettronica. E annuncia il ritorno dei Bluvertigo...

Ciao, Morgan! Benvenuto su Musicalnews. Come descriveresti il "Da A ad A tour"?
«Quello che propongo è un concerto un po’ particolare: non è come ciò che ho fatto negli ultimi anni insieme ai Bluvertigo. Anzi, questo spettacolo non ha proprio nulla a che vedere con il senso del gruppo, che mescolava l’elettronica al rock. Dopo essermi separato da Livio, Sergio e Andy, ho scelto di cambiare e così mi sono buttato in un pop classicheggiante. In concerto suono molte cose dal vivo, ma siamo solo in due, e quindi, inevitabilmente, ciò che il pubblico si trova davanti è una roba un po’ elettronica. Sul palco utilizzo molte tecnologie, tra cui il Midi, che era in voga negli anni ’80: nel Midi ci sono più hardware che si legano tra loro, e c’è come un rapporto di sadomasochismo tra le macchine. Io credo che questo spettacolo rappresenti un po’ una metafora degli organi del corpo umano, che sono interconnessi tra di loro: anche qui ci sono più elementi che si connettono. E poi, il Midi ha 127 livelli, quindi a livello creativo offre varie possibilità».

Vedo che questo discorso ti affascina molto…
«Lo trovo molto interessante, anche perché ciò che io suono viene filtrato dal fonico, che miscelandolo lo rimanda alle casse: ne consegue che ciò che io e il pubblico ascoltiamo non è esattamente quello che io ho prodotto, ma una sorta di riflesso della mia intuizione. È come se l’idea di me stesso dipendesse da ciò che gli altri mi trasmettono».

E in questo scambio reciproco le macchine vengono ad avere un ruolo attivo…
«Sicuramente sì. Le similitudini tra noi e loro sono tante. Il sistema nervoso è acceso o spento, come il control voltage. Nelle macchine esiste il master ed esiste lo slave, cioè c’è il capo e c’è il servo. Il ritmo del corpo dipende dal cuore, e i polmoni sono gli arpeggiatori. Ecco, io credo che l’uso delle macchine nell’elettronica sia come il rapporto tra cuore, muscoli e cervello. Però le macchine hanno qualcosa in meno rispetto a noi: non sono dotate di liquidi. Se ci fossero i liquidi, le macchine potrebbero cadere in depressione, e sarebbero meno prevedibili. Secondo me, in futuro le macchine avranno al loro interno sangue e acqua, e funzioneranno meglio. Ora ogni tanto si inceppano, e forse ciò è dovuto anche alla mancanza di liquidi. In concerto, con loro, a volte mi va bene, altre volte no: questo comporta che spesso ci siano tempi morti».

È un bene o un male, secondo te?
«Dipende dai punti di vista. Secondo me è un bene. Nel 1989 andai a vedere David Bowie a Modena, e mi ricordo che lui era incazzatissimo perché non gli andava bene nulla di ciò che stava accadendo. Cominciava le canzoni e le interrompeva poco dopo, insultando i suoi tecnici. In quel concerto c’erano parecchi tempi morti. A me tutto questo è piaciuto molto, mi ha interessato, mentre i più se ne sono andati ritenendo fallimentare un’esibizione del genere».

In Italia sei uno di quelli che hanno riportato in auge il Theremin, e anche in questo spettacolo lo usi. Che rapporto hai con questo strumento?
«Un rapporto bellissimo: ne ho uno piccolino, con il quale gioca mia figlia. Lo uso perché è lo strumento base dell’elettronica, e perché mi piace il fatto che “suoni l’aria”. Theremin era uno scienziato geniale: peccato che, oltre ad aver inventato questo strumento, sia stato anche – involontariamente – l’ideatore dei campi di concentramento, visto che ha creato anche il filo spinato e le cimici! Comunque Theremin è un personaggio che ammiro molto: con Max Gazzè facevamo interminabili discussioni su di lui. Io parlavo di Theremin, e Max mi parlava di Tesla, sua grande passione».

In definitiva, Morgan, come ti è venuta questa idea basata sulla contrapposizione organismo-strumenti elettronici, considerando anche che il tuo ultimo cd, “Da A ad A”, è basato su una presenza importante dell’orchestra?
«Le idee vengono fuori dal “divertimento” nel senso di divergere, cioè quando stai pensando ad altro. Vengono quando si cambia rotta. La conoscenza, l’esperienza, la frequentazione del mondo… tutto è interessante, ed è da questo che scaturiscono le idee. “Da A ad A” è un lavoro che ha molte sfaccettature, ed effettivamente questo live è diverso dalle sonorità sulle quali è impostato il cd. Però bisogna considerare una cosa che lega idealmente questi elementi: io compongo da sempre con il computer. Lo faccio da quando ho comprato il mio primo Atari. Per comporre non ho bisogno di strumenti: ho tutto in testa, anche perché sono convinto che una persona sappia già se una struttura linguistica funzioni o no. Il computer è la cosa migliore per fare degli schizzi. Non è stato da meno il processo di scrittura di “Da A ad A”: è vero, in questo disco ho pensato di utilizzare l’orchestra, ma ho scritto tutto al computer, e poi ho dato le partiture ai musicisti. Fondamentalmente, in questo tour suono i provini delle mie canzoni. Ho reinventato tutti i pezzi dall’87 ad oggi. Tutto ciò in previsione di un ritorno con i Bluvertigo, dove le cose dovranno necessariamente essere diverse».

Giorni fa è morto Stockhausen, un maestro dell’elettronica: cosa ne pensi della combinazione dell’elettronica con altri generi musicali?
«Credo che l’elettronica nel pop sia commerciale, ma a tratti ci sono cose molto belle. Invece l’elettronica nella classica, tipo Stockhausen, mi piace solo ascoltarla: non trovo che sia così incisiva come può esserlo nel pop».

In certe piccole città fatica ad affermarsi una scena musicale vera e propria. Secondo te in provincia è più difficile emergere?
«Non penso che sia questo il nocciolo della questione. Il problema di una scena che non riesce a svilupparsi è un problema tutto italiano: a Milano non c’è niente, a Roma meno del meno. La situazione è deprimente, ci sono modelli sbagliati. Non si comprano dischi, a nessuno frega niente della musica. Se vai a Londra vedi che tutti suonano, c’è una maggiore offerta, un maggiore interesse, la musica è più presente nella testa delle persone. Milano, che può essere un “mito” per chi vive in provincia, in realtà è arida, e nonostante ciò è la migliore proposta che abbiamo nel nostro Paese. Non c’è per niente la cultura della bellezza. Manca la capacità di produrre cultura di prima mano: al contrario, qui in Italia spiccano le imitazioni. I discografici sono interessati solo a ciò che vende. Non capiscono niente di musica: ascoltano Frank Zappa, ma uno così non lo produrrebbero mai. Quando io ho presentato “Da A ad A”, mi è stato detto che “Tra cinque minuti” era un pezzo su cui si poteva lavorare, ma non perché fosse il migliore del disco, bensì perché era il meno peggio. Mi è stato detto che la mia musica non è nuova ed è difficile: un’affermazione contrastante, secondo me, perché è difficile la musica nuova, non quella vecchia. La verità è che il discografico che avevo davanti non riusciva a capire come vendere questa musica. Ma forse aveva ragione lui, perché questo disco non si vende».

Le radio ci mettono del loro?
«Le radio commerciali sono inascoltabili: non c’è più una musica. Si ascoltano sempre le stesse canzoni: ma perché? Io non vedo mica un film 10 volte al giorno! Il mio consiglio è di fregarsene dei riferimenti e di pensare di non stare in questo mondo. Io sono sempre stato in contrasto con questo mondo, e infatti sono riuscito a fatica a fare dischi. Poi ci si mette anche la politica, che è totalmente disinteressata al bello».

Hai sollevato una questione interessante: come ti poni nei confronti della politica? Hai mai pensato di “scendere in campo”?
«Dico subito che io sono uno che si interessa di politica: non sono di quelli che si lamentano che fa tutto schifo. E dico anche che io questo governo me lo sognavo la notte. Però, se decidessi di entrare in politica, lo farei per stare in Parlamento, dove andrei volentieri, non lo farei di certo per “tirare la volata” a qualcuno. Vittorio Sgarbi ha provato più volte a coinvolgermi, ma io continuo a rimbalzarlo perché lo ritengo un furbacchione, uno molto intelligente, che vuole usarmi solo come testimonial. Ma io non sono disposto ad apparire sui manifesti insieme a lui, soprattutto per quello che la gente pensa di lui. Sgarbi è una persona molto colta, ma con la quale si può parlare tranquillamente solo di arte e letteratura».

In conclusione, Morgan: tu nel 2000 cantavi “Ti piace Springsteen? Non c’è problema”. Cosa volevi dire?
«Secondo te cosa volevo dire?».

Che anche se abbiamo gusti musicali diversi, siamo amici lo stesso.
«Bravo!».


Fonte: musicalnews.com





Tutti i diritti sono riservati - © 2010-2013 InArteMorgan.it - Copyright. - Contattaci.