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Morgan - chitarra (2007)

 

Una sera di giugno. Presso la sua villetta con giardino Marco Castoldi riceve cordialmente Massimo Coppola. Dapprima gli offre una bistecca con patate e un bicchiere d’acqua. Quindi lo invita all’ascolto del suo nuovo disco, suonato nella living room della piccola dimora. I due, alternando le parole all’ascolto, si intrattengono per quasi tre ore in conversazione sopra diversi aspetti di alcuni dei brani che compongono il disco, intitolato Da A ad A… Marco: «Amore assurdo, il primo brano era Amore assurdo».

Massimo: «Sembra un musical».

«Sì, è fortemente sinfonico, c’è un grande dispiegamento di forze orchestrali, con archi e legni, in questo pezzo tratto da un mio racconto. Ognuno di questi brani viene fuori da un racconto di prosa. E quindi c’è uno stile fluido, non “poetico” nel senso della metrica poetica. È discorsivo e un po’ stream of consciousness. In questo caso il riferimento può essere anche Battiato, che l’ha poi mixato, per la prima volta ha fatto il fonico di mix… lui non era d’accordo sul volume del basso perché quello che avevo ottenuto io era estremo».

Qui come nel tuo disco precedente c’è un uso di espressioni tipiche della canzone d’amore – cuore in frantumi – insieme a qualche elemento estraneo… la parola di questo pezzo secondo me è passamaneria…

«Be’ sì, com’era cosmogonia in Altrove!».

«Un ultimo sguardo commosso all’arredamento e chi s’è visto s’è visto». Finiva così se non ricordo male…

«Sono tutti dischi di prigionia. Mi ero chiuso in un soggiorno di Milano, stavolta mi sono chiuso in un basement di Monza. Però la sostanza è quella, io entro in me stesso, sono solo quando faccio questi dischi, in una casa».

Prodotti da una specie di unheimlichkeit… una “angoscia” da luoghi (non)familiari…

«È una tristezza, è una desolazione della casa. Immagina un campo lungo: vedi tutti gli oggetti della casa, apparentemente fanno parte di un vissuto quotidiano normale. Ma più ti avvicini, più c’è una malattia degli oggetti, e più sembrano parcheggiati là, da tanti anni, inutilmente. I giornali dell’anno scorso, i libri aperti alla stessa pagina che è ingiallita. Questo ha a che fare con il “lasciare le cose là come sono”, senza spostarle, per la paura del cambiamento. E anche per la paura dell’abbandono, sono tutte canzoni d’abbandono. “Belle scatole da conservare. Stivare per ricordare, accumulare… nastri, carte, fotografie, passamanerie”. Accumulare ricordi che io non vado neanche più a consultare ma so che stanno lì… e che mi fanno piangere. È un angosciante ricordo chiuso in una scatola, della serie “speriamo che non succeda mai più che io sia così solo”».
Brano numero due. Da A ad A. Hai delle dichiarazioni spontanee?

«Da A ad A è la teoria delle catastrofi, una teoria che comincia così: “Due corpi A e A sono ‘vicini’ ma ‘lontani’, sono ‘uguali’ ma ‘diversi’…”. È tutta così. In sintesi dice che quando un corpo da A vuole andare a B accade qualcosa di imprevedibile, che fa parte delle leggi del caos per cui questo corpo è costretto a ritornare in A anche se è “convinto” di essere in B. Allora implode, diventa l’anti-se-stesso, un buco nero…».

Teoria applicabile alla condizione umana…

«Totalmente». Da A ad A ha una fase pseudo-dark molto mitteleuropea, chitarre un po’ cupe, suoni metallici sullo sfondo e poi ripartono dei fiati settecenteschi…

«Siamo in piena imitazione barocca come stile compositivo».

A quel punto uno si aspetta la chitarra e invece parte una fuga di fiati. È una continua sorpresa, in questo è psichedelico. A ogni verso, cambia il pezzo.

«Questo brano l’ho composto come un caleidoscopio, cioè il caleidoscopio era poggiato sul mixer. Ho finalmente trovato un caleidoscopio che non fosse di pezzettini di vetro ma che fosse di liquidi. Lo guardavo per distrarmi dal computer. Mi ha fortemente influenzato…».

I temi affrontati in questo disco, come in quello precedente, sono molto personali e tristi… eppure Da A ad A è giocosa, come se ti avessero regalato cento giocattoli e ti fosse venuta voglia di giocare con tutti contemporaneamente… quante tracce ci sono?

«Più di duecento. E suonano tutto il tempo. E infatti ho perso il controllo. Il disco è il tentativo di ritrovare il controllo… era parte del gioco perdere il controllo, il disco è sfuggito di mano. Ha una sua volontà. Cioè io ho cercato di domarla questa bestia».

Il testo, non l’autore, è ciò che conta ecc ecc… E la A è la A di Asia?

«Sì, ma è anche la A di Anna Lou, mia figlia, e tutte le A della mia vita: la A di anarchia e di per aspera ad astra… È la A di assurdo, è la A di Albert Camus…».

Ecco, nel Mito di Sisifo Camus…

«…parla dell’assurdo, che è alla base di questo disco. Ero su un treno, andavo da A a B, cioè da Milano a Roma, e leggevo proprio Il mito di Sisifo, e ho capito come avrei dovuto fare il disco. E in effetti sono andato a Roma per niente, e sono tornato indietro perché non c’era niente da raggiungere. E son tornato al punto di partenza…».

Animali familiari è una canzone buffa con uno stile molto diretto che si rifà a stereotipi giocosi per rappresentare la condizione maschile. In natura i maschi…

«…subiscono. È un esperimento. È una “canzone-documentario”».

Ci sono molte onomatopee musicali. Hai usato strumenti che ricordassero i suoni della natura…

«…ho usato strumenti concreti, pezzi di legno, pezzi di ferro. E gli strumenti giocattolo. Qualsiasi strumento lì, è sostituito con la sua riproduzione giocattolo. Quindi la fisarmonica è una piccola fisarmonica, la chitarra è una piccola chitarra, il vibrafono era questo qui [ding!]».

Come hai fatto ad accordarlo?

«Niente… suoni le note che possono starci per dare timbro. È l’onomatopea musicale alla Tom&Jerry: il trombone per il momento grottesco, il clarinetto che viene usato anche in Pierino e il lupo, mi sembra per fare la papera, pepapopepe…».

A me è sempre piaciuto quella specie di glissato discendente che sottolinea delusioni e difficoltà dei personaggi… ecco, quel glissato, quella specie di onomatopea interiore è trasparente, semplice, maschile.

«Sì, è un’asciuttezza maggiore che hanno i maschi. O forse parliamo un po’ meno…».

Parliamo meno.

«Io per esempio sono un uomo piuttosto femminile, non nella mia sessualità, ma nella mia quotidianità, nei gusti, nel modo in cui gioco. Per esempio amo la fiaba, le tappezzerie floreali. Io sono anche vissuto soltanto in mezzo a donne, perché mio padre è morto quando ero adolescente. Mia sorella, mia mamma, le mie zie, le mie nonne: lavoravo all’uncinetto quando avevo 15 anni, facevo la maglia, mi sono fatto dei cappelli. Quando i miei amici andavano a giocare a pallone, io stavo a casa a scrivere, a parlare con le donne. Il fatto che abbia scelto di fare il cantante è per una certa voglia di conquistare, di essere amato, guardato. Alle donne piace questo, no? Cioè, queste sono generalizzazioni, sono cazzate. Possono essere tutte confutate immediatamente, quindi, così, un po’ all’acqua di rose…».

Alla carlona! Alla carlona! Ma è giusto così, perché siamo le formiche, gli oranghi, e tutto quanto. Passando a un altro pezzo, Demone della notte… la prima cosa che mi è venuta in mente è il tuo telefono di casa… uno chiama sente dieci squilli, poi a un certo punto ecco un altro suono e altri squilli di un altro tono, poi altri suoni e squilli ancora diversi…

«E c’ho lavorato tanto… a un certo punto c’è anche un finto fax. Abbiamo studiato tutto, è stato molto complesso. Fa parte del budget dell’album, sempre sonorità della casa…».

Poi ho pensato a Nick Cave non so neanche perché…

«Il mio riferimento sui demoni e la notte sono gli Everly Brothers. Nancy’s Minuet. Ricorda la balera, quelle atmosfere lynchiane, il night club della tua camera da letto. Il pezzo racconta dell’unico vero grande incubo che ho avuto in tutta la mia vita, un incubo a occhi aperti. Ho avuto una grande visione, e a me non capita, neanche sotto stupefacenti potentissimi. Mi sembrano cazzate, quelli che dicono “ci sono i serpenti”, o “vedo gli alieni”, gli alieni ce li avranno dentro. Nel mio caso credo che il problema fosse il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. È stata una notte decisiva, credo che abbia rappresentato la morte della mia adolescenza. Insomma ho visto questo volteggio di bambini-vampiri che mi portavano con loro in una spirale demoniaca».

Merda.

«Una roba da cagarsi in mano… ero sveglio, sudavo di brutto. A un certo punto ho avuto il coraggio di dire: “No ma cazzo, cioè ma stiamo scherzando?”. Ma li vedevo, c’erano e avevo una paura pazzesca, allora ho preso la cornetta del telefono, ho ascoltato, faceva tu-tu e io ero sveglio. Ho acceso la luce, ovviamente la visione è sparita – ma io avevo una caga pazzesca – allora sono andato da mia mamma, l’ho svegliata, e le ho raccontato questa cosa, e mia mamma – che come dico nella canzone “non sa capire le malinconie” – mi ha detto solo: non avrai digerito…».

Genio!

«È un genio, perché a quel punto, io tac! Sono ritornato per terra…».

Esatto. Peraltro aveva sicuramente ragione.

«È quello che dico io…».

Nel Cantico dei drogati, De Andrè dice…

«“Come farò a dire a mia madre che ho paura”… io sono riuscito invece a dire a mia mamma che ho paura, e lei mi ha detto “non avrai digerito” e non avevo più paura. Per questo il suo non sapermi comprendere è stato positivo, in questo caso. L’altro riferimento che c’è nella cantilena finale della mamma è Major Tom, Ashes to Ashes di David Bowie, che dice: “My mother said to get things done. You better not mess with Major Tom”. In quel caso la madre lo comprende e dice: “Poverino sei un drogato di merda, te l’avevo detto io che non avresti mai dovuto fare quelle cose là”. Invece mia madre, essendo aliena dalla mia situazione…».

Sarebbe bello ricordare cosa avevi mangiato, questa sarebbe…

«Frutti di mare». Eh Eh. I frutti di mare, si sa, sono pericolosi… a un certo punto, in questa canzone, entra un basso, due note secche che ti fanno immaginare un seguito e invece no. Sembra che tu abbia volutamente rifiutato la ripetizione, cioè non vuoi dare quella soddisfazione all’ascoltatore…

«È il coitus interruptus dell’arrangiamento mio, troppo comodo. Ci sono ripetizioni un po’ segrete, nascoste, ma sono macroripetizioni, le vedi a livello di macrosistema, non di loop piccoli, che si ripetono…».

…mamma mia! È un concept album!

«Assolutamente. Io lo definirei anche più beceramente opera rock, perché…».

Per l’elemento sinfonico.

«Per l’elemento sinfonico».

Certo.

«Certo. C’era tanto materiale ma ho voluto tenere un campione di ogni elemento. C’era un bel giro di basso lì… e c’era anche dopo. E ho detto: “Cosa faccio, a quale dei due rinuncio?”. E allora ho detto: “No, li tengo tutti e due”. E questo succede su tutti gli elementi. I corni suonano un brano e mi piace un’esecuzione che fanno; poi gliela faccio risuonare e mi piace perché è molto diversa. Allora, allora le faccio suonare insieme così tu li senti tutti e due… Ovviamente dopo c’è il procedimento di smontaggio, e di rimontaggio che è stato lungo…».

Quanto c’hai messo?

«Sei mesi di lavorazione concreta; eseguire, suonare, scrivere partiture e farle suonare all’orchestra. Due anni di ragionamento sopra alla cosa. E non l’ho mai cantato questo disco… sono tutte delle voci-guida, c’è stata solo una session di due giorni, quando stavo per partire per l’Inghilterra. Disperato perché dovevo chiudere e andare a masterizzare il disco…».

Storia d’amore e di vanità…

«Sì. A te dico questa cazzata che poi non scriveremo…».

Qual è?

«Che in genere la divanità è l’idea platonica del divano. Storia d’amore e divanità».

La divanità è l’esser-se-stesso del divano, nel suo ritornare all’esserci del tuo culo, diciamo.

«Sì».

Allora il pezzo è diviso in due… una prima parte più tradizionale, cantata e poi una lunga parte strumentale in cui non si riesce a capire se stai scendendo o salendo…

«Compositivamente è una canzone stranissima. Come si dice delle progressioni “sale di quinta e scende di grado”. Sale e poi riscende, sale e poi riscende. Ho lavorato molto a questa cosa. L’ho trovata giocherellando col pianoforte facendo questi trucchetti un po’ alla Escher. Cioè vediamo se riesco a dare l’illusione di salire e invece sto scendendo? Oppure viceversa…».

Il patetico, nel linguaggio della musica, è una cosa precisa…

«È una cosa anche bella, cosa che nella vita non è. Quando tu dici a una persona quello è patetico, fa schifo».

È il classico termine che è diventato spregiativo e non si sa bene perché, perché deriva da pathos… Direi che nella prima parte del pezzo c’è una specie di neorealismo patetico…

«Che è la canzone romantica italiana…».

…nel senso che non si può evitare di compatire, no? Il pezzo si chiama Storia d’amore e di vanità, però è anche d’amore e di verità, perché il patetico secondo me è la verità.

«Sì. Quando uno fa capire quel che prova davvero, diventa patetico. È il sentimento dell’amore più tragico. Ma adesso arriva il bello dell’album, quel pezzo che è proprio il “capolavoro” vero del disco. Quello con la fumata di crack iniziale… senti…».

Titolo?

«Contro me stesso».

Sembra musica generativa…

«Si tratta di delirio musicale, di perdita totale della coscienza musicale. È anche la canzone più tossica che ci sia ma anche d’amore, perché ci si comprende nella sofferenza. È la canzone sperimentale del disco, si sovrappongono pattern assurdi senza nesso ritmico né armonico. Qui risiede tutta la ricerca che ho fatto, sia in termini di elettronica inorganica, sia di composizione orchestrale per clusters, cioè per dissonanze da orchestra usata per fare gli effetti, non accordi… ci sono mille versioni di questo brano e quella che ho messo nel disco è quella sbagliata, io ne avevo preparata un’altra….».

È il giusto finale per questa canzone. È interessante l’uso della chitarra acustica in un contesto quasi noise…

«Dove tutto il resto è completamente informe, la chitarra fa accordi di la maggiore, do maggiore… che poi la chitarra acustica è elettronica. Sono tre le chitarre. Campionate, e sono io che suono il tasto tran-tata-tran-ta-tran…».

Il pezzo finale tradisce le intenzioni del disco. Viene fuori quella specie di sporco, grezzo, destrutturante. Nega tutto il disco.

«Sì, completamente. C’è un clima berlinese…».

…questa sorta di abbandono che tu hai definito tossico… mi vengono in mente quei filmati dei jazzisti neri strafatti…

«Eroina».

Eroina.

«Ma questo è crack. E qui peraltro nessuno dei musicisti si è fatto niente. È un fatto concettuale… Anche perché c’è Sollima, violoncellista meraviglioso, che è capace di delirare consapevolmente. Poi c’è Liebestod, il pezzo che canto con Asia, partorito dal primo accordo dell’ultimo atto dell’opera Tristan und Isolde. Il testo è di Asia, la musica è mia. È stato bello farlo, abbiamo passato tantissimi giorni a lavorare insieme nel periodo di Natale. La situazione era molto romantica».

…il Natale mi fa venire in mente il finale del disco. Un accordo maggiore, solenne e improvviso adeguato come soundtrack della resurrezione di Cristo…

«C’è un’apparizione. C’è ottimismo».

Ma ti è uscito proprio per caso come sembra dal disco?

«Totalmente»

E poi ci sono degli archi un po’ simil minimalismo inglese… E all’improvviso…

«È un groviglio musicale, note molto vicine tra loro e alla fine esce questa luce. È simbolismo puro. Musica descrittiva, non c’è dubbio. Sto descrivendo, come dici tu, cioè ascolti Jardin sous la pluie di Debussy, e dici: “Qua c’è la pioggia”. Lì, vedi, c’è la luce. È il colpo di scena, il gran finale…».

Dieci minuti di roba scura, psichedelica, berlinese… e alla fine questa mossa tipicamente italiana, se non cattolica…

«Il lieto fine?».

La salvezza dopo le tribolazioni…

«Non te lo aspetti da questo disco. Nell’Appartamento c’è Canzone di Natale che non è…».

No. Canzone di Natale io non la posso ascoltare…

«Canzone, caaaanzoone…».

Noooooooooooo. Aiuto. Guarda, i miei Natali in famiglia erano una cosa veramente…

«Sì. Il lutto».

La famiglia è un lutto… ecco il pezzo in cui canta anche tua figlia, You Blue. C’è un finale, anche lì patetico: parli a tua figlia della separazione tra te e Asia…

«Sì. Bisogna essere sinceri con i bambini, non dire menzogne, far sì che imparino a gestire anche la sofferenza… Questa è la canzone che ho scritto per il suo quinto compleanno. Era un periodo in cui eravamo in rotta io e la madre. E c’era proprio una situazione molto brutta, Anna Lou andava e veniva. Le ho fatto un regalo, ho scritto una canzone, in cui c’è il gioco ma anche il momento che ho sempre definito “la patetica”, appunto».

Da qualche anno si parla della “sacralità” della famiglia. I laici, i libertari, quelli anche vagamente di sinistra, sono additati come nemici della famiglia. Se dici «i gay devono fare quel che gli pare», sei contro la famiglia. Se dici «non mi voglio sposare, voglio i miei diritti lo stesso», sei contro la famiglia…

«Sono follie…»

Poi quale famiglia. Io continuo a pensare che la famiglia “tradizionale” sia innanzitutto un luogo di malattia…

«…del quale liberarsi. È bizzarro che tutti quelli là che parlano di famiglia, poi siano tutti divorziati, gente che… insomma poi questa gente qua va a puttane, è proprio la loro ipocrisia che li porta a quello. Di quale famiglia parliamo?».

Per questo credo che la tua “patetica” sia una canzone politica…

«Certamente. Il concetto è questo: siccome oggi la famiglia è sfasciata, è importante avere a che fare con la realtà delle cose. Allora questo pezzo spiega: tu hai un rapporto con tua madre, ma hai anche un rapporto con me. E siamo due cose diverse: quando sei con me ci divertiamo io e te. Quando sei con la mamma ti diverti con lei. E io non ostacolerò mai questa cosa. Vuol dire semplicemente questo: guarda che anzi ne hai due di famiglie…».

Bene. Basta. Chiudiamo la registrazione. Abbiamo eseguito Conversazione sopra alcuni brani dell’ultimo lp di Marco Castoldi in arte Morgan intitolato…

«Da A… ad A. Com’è, in tedesco?».

Von A… zum A. Credo.

«Von A zum A».

Buonanotte.

«Notte».


 

Fonte: rollingstonemagazine.it




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