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Morgan è un vulcano di idee, di ironia, di scherzi, di talento. Un’intervista con lui finisce per diventare piacevole quanto i suoi concerti, che sono sempre diversi, senza una scaletta decisa in partenza, e possono contenere di tutto, teatro-canzone, Battiato, “Aria” e “The baby”, le ballate di “Non al denaro non all’amore né al cielo”, Bruno Martino, Rita Pavone, i Doors e Piero Ciampi.


I capelli lunghi ben oltre le spalle gli donano un’aria sinistra che lo rendono vagamente somigliante, lo prenderà come un complimento, all’Asia Argento sedicenne di “Trauma”. Gioca con una candela che più tardi appoggerà sul pianoforte per accendere le numerose sigarette che fumerà durante lo show.
Il suo nuovo disco è quasi pronto e lui ce ne parla a ruota libera, finendo spesso sopra le righe e lasciando via libera a continue risate. L’intervista inizia su un letto con lenzuola nere, si sposta poi davanti ad uno specchio e infine su delle sedie.


Ti va di parlare del tuo nuovo disco solista?

Certo, l’argomento è ancora fresco e per molti versi complicatissimo. Ormai sono al 90% della realizzazione, ma il concepimento è avvenuto. Sai, fare un disco è un processo che consta di una prima fase di creatività libera, fatta di idee caotiche, poi tutto deve avere un senso, un senso generale: questa è la fase in cui bisogna lavorare sull’amalgama, non solo dei suoni ma anche dell’oggetto testuale. Tutti i dischi che ho fatto, per esempio, sono più o meno dei concept. Io vedo l’album come un’occasione per raccontare qualcosa di lungo, mi piace dilungarmi, mettere canzoni vicine senza collegamenti mi dà l’idea di compilation, non di album.


Quindi dobbiamo aspettarci un lavoro molto lungo?
Assolutamente sì. Inizialmente doveva essere un doppio album. La mia idea era quella di un doppio in due step. Volevo far uscire un disco doppio, con la confezione tipica di un disco doppio, ma con dentro un disco solo, poi dopo qualche mese far uscire anche il secondo disco e chi fosse andato al negozio con la confezione del primo disco avrebbe potuto avere il secondo.


Molto interessante…
Sì, ovviamente la casa discografica non ha voluto. Il disco diventerà un singolo, con circa 18 brani, con molte canzoni scartate, ma per me rimane un disco doppio, un disco doppio mancato.


Musicalmente che disco sarà?
Molto orchestrale, sinfonico, senza che questo tolga nulla a Le Sagome, che è il gruppo che mi accompagna, un insieme di musicisti che ho preso tra la fauna degli artisti italiani privilegiando come criterio di scelta la follia. Ci sarà fox trot, almeno tre brani fox trot, e ci sarà il tango. Ha suonato con noi l’Orchestra del Teatro Regio di Parma, con all’arpa Cecilia Chailly, che è un’artista eccezionale, figlia di Riccardo Chailly, grande direttore d’orchestra, e al violoncello Giovanni Sollima. Asia canterà in un pezzo, di cui è autrice del testo, mia figlia (Anna Lou, nata dalla storia di Morgan con Asia Argento, nda), che ormai ha cinque anni, canterà in un altro. Un pezzo l’ho scritto con Dario Ciffo (Lombroso, Afterhours). Sarà un disco molto libero, il più estremo che abbia fatto. Per “Canzoni dell’appartamento” avevo deciso a priori le sonorità, per questo disco invece ho fatto l’operazione inversa, ho abbattuto tutti gli steccati e dentro sarà possibile trovarci elementi di straordinaria diversità. Classicismo e sperimentazione lotteranno continuamente tra loro. Mi sono ispirato a Leonardo Da Vinci (si comincia a ridere, nda), sì, ai suoi studi sulle macchine. Credo che una canzone sia una macchina, una macchina che deve portare l’acqua. Portare l’acqua rappresenta la soddisfazione che una canzone può darti, tutto sta ad inventarsi il meccanismo che permetta di portare l’acqua. Scrivere una canzone è tutto un sistema di corde, di ruote dentate… (appena torna un po’ di serietà, provo con un’altra domanda, ma dura poco, nda)


Il disco ha già un titolo?
Sì, ma non posso dirlo, perché il disco deve mantenere l’anonimato, essendo alcolista. Vediamo, è un disco alcolista… Aspetta, posso dirti il sottotitolo, che va tra parentesi: “(Teoria delle catastrofi)”. Per il titolo gli indizi li ho dati, se qualcuno è bravo ad indovinare… è un rebus da risolvere, il rebus dice così: il disco è anonimo perché alcolista.


”Non al denaro non all’amore né al cielo” in percentuale voleva essere più un omaggio a De Andrè o a Masters?
Non è un omaggio, semplicemente perché a me piace tributare persone in vita, in modo da poter avere anche un loro punto di vista. L’ho fatto per esempio con Franco Battiato.


A proposito, “Prospettiva Nevskij” (i Bluvertigo la reinterpretarono nel tributo “Battiato non Battiato” del 1995) la suoni mai dal vivo?
Qualche volta sì, ma non spesso, perché sono molto legato alla versione fatta con i Bluvertigo, la sento molto legata a quel suono. Battiato ha definito la nostra versione «subdola».


In una recente intervista Francesco Bianconi dei Baustelle mi diceva che la canzone “Un romantico a Milano” nelle sue intenzioni voleva essere una presa per il culo di certi ambienti artistici milanesi, anche musicali, e dell’artificiosità di certe pose bohemien a tutti i costi. Tu che conosci bene quegli ambienti, trovi che sia una critica fondata?
(Si è spostato davanti allo specchio e inizia a radersi con un rasoio elettrico, nda) Di chi parlava, scusa? Lui non è milanese, vero? Parla così perché non è milanese. Dove sono i bohemien? Io dico: magari ce ne fossero, ma non ce ne sono.


In un’intervista con Paolo Benvegnù invece è venuto fuori che lui ti ammira molto e ti invidia la capacità di rendere sempre i tuoi sentimenti con leggerezza. La leggerezza è voluta o fa parte del tuo modo di essere?
Mi fa piacere che Paolo pensi questo di me, tra l’altro lui è un amico. Io però non credo di essere particolarmente leggero. Più che di leggerezza io parlerei di autoironia, e allora sì, posso dire di essere autoironico, ma sinceramente non credo di essere leggero.


Noto che sul pubblico hai spesso un effetto irritante. Dipende solo dal fatto che componi musica parecchio concettuale, e l’idea attorno a cui è costruita una canzone può, a seconda dei casi, illuminare o irritare?
Più che le parole illuminare o irritare, io userei in ritardo. Il pubblico è in ritardo, pare abbia difficoltà a reagire, a volte quando ascolta una cosa sembra quasi che abbia bisogno di tornare a casa per pensarci (ride, nda). Davvero, credo che nessun popolo al mondo sia un così grande ammasso di pecoroni come il nostro. Basta solo vedere la politica degli ultimi cento anni. Manca l’originalità, l’unica cosa che conta è il calcio, questo cazzo di calcio. Io sono uno che non riesce a capir cosa ci sia di tanto bello nell’essere identici ad altri. Quindi se qualcuno fa qualcosa di diverso finisce per irritare, ma purtroppo è così, gli italiani non riescono a rinunciare a stare nel gregge. (ci spostiamo su due sedie di legno un po’ scorticate, Morgan deve mettersi le scarpe, ma inizia a fissare le mie Puma Miharayasuhiro gialle, nda) Cazzo, belle le tue scarpe, facciamo a cambio? Ti do le mie Repetto!


Eh, è un po’ difficile, io ho il 46…
Allora mi metto le Repetto.
Un’ultima cosa: visto che hai scritto la colonna sonora per il film tratto da “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa”, volevo sapere che opinione ti sei fatto in merito alla truffa J.T. Leroy?


L’ho sempre saputo, cioè… l’ho sempre sospettato, semplicemente perché questa persona non si esprimeva da letterato, secondo me non poteva aver scritto lui il libro, che io avevo letto anche se non mi era piaciuto molto, e ci ho azzeccato. Ho incontrato questa persona a Milano, in occasione di una presentazione, e ricordo che, quando era in difficoltà, si metteva a piangere, o ad insultare il pubblico, tutti atteggiamenti che non mi convincevano affatto. Il libro non è “Oliver Twist” ma è pur sempre un libro e per scrivere un libro un minimo di alfabetizzazione ci vuole, lui invece era così ignorante.


Qualche battuta sul 23 dicembre, poi lascio che Morgan finisca di prepararsi, fra qualche minuto deve andare in scena e deve ancora truccarsi… sì, ma la matita non la uso più, sennò mi vengono i calazi!

«anticipando tutti i tempi/rischiandone le conseguenze»

 

Pierluigi Lucadei

 

Morgan e Pierluigi Lucadei (2006)

 

Fonte: guide.supereva.it

Sorpresa: Il cantante più dark d’Italia è felice. Alla vigilia della tournée Marco Castoldi parla del tema che meno gli piace: se stesso. Racconta della sua nuova (originale) famiglia, del suo nuovo (folle) disco. E vi presenta il suo nuovo (bizzarro) maggiordomo.

E’ il giorno di San Valentino quando incontro Marco Castoldi alias Morgan. Ha 33 anni, un tour che sta per partire (dal 06 marzo, le canzoni sono quelle di De Andrè dell’album “Non al denaro, non all’amore né al cielo”) e, scoprirò poi, un nuovo disco che sta per lanciare. Ed è un uomo felice.
I giornali, quando si occupano di lui, lo chiamano “l’ex cantante dei BluVertigo” (il gruppo con cui ha inciso tre dischi, tra il e il 2001) o “l’ex fidanzato di Asia Argento” (con cui ha avuto una figlia, Anna Lou, di quattro anni e sette mesi). Sempre in relazione a qualcun altro, insomma, sebbene lui non sia esattamente un tipo poco interessante. Quando glielo dico, ride. Si accende una sigaretta. “Mi piacciono le contraddizioni”, dice.


Contraddizione numero 1.
L’Angelo Custode

Fuori dallo studio fotografico, quasi mi scontro con un omone. Ha l’aria di un buttafuori. Io entro dentro. Marco Castoldi alias Morgan è “al trucco” per le foto. Stesi su un divano, tre o quattro completi classici. Arriva l’omone, inizia a sistemarli, propone degli abbinamenti. Morgan lo prende in giro: “Che cosa fai, lo stylist?”.
Mentre il fotografo scatta, provo a capire chi è. Si chiama Angelo e si definisce “un maggiordomo della vecchia Inghilterra”. Lavora per Morgan come tuttofare, da circa un anno e mezzo. “Oggi mi sono occupato dei vestiti, di solito lo porto in giro, faccio la spesa, ritiro la sua posta. Compreso Vanity Fair: lo sa che è abbonato?”. Dà anche qualche consiglio di stile. “Sono io che l’ho convinto a non tagliarsi i capelli”, dice. Di esperienza, in fatto di look, ne ha. Prima faceva il bodyguard per Costantino Vitagliano, ma è felice di aver cambiato. “Non vado più a tagliate torte in discoteca e ad allontanare donne impazzite”.
Morgan e Angelo: una coppia improbabile. Il musicista, divertito, conferma: “Siamo come il diavolo e l’acqua santa. Diversissimi, ma ormai inseparabili. Mi raccoglie in giro la sera ovunque io sia. E’ un ottimo autista, una bravissima persona, un amico”. Ricorda, ridendo, la prima volta che Angelo lo ha accompagnato in un locale dove doveva fare il dj, “e lui si è messo a scaraventare lontano i ragazzini magrolini, vestiti dark che venivano a chiedermi l’autografo. Era abituato a Costantino. Ho dovuto spiegargli che con i miei fan poteva essere più gentile”.

 

Contraddizione numero2.
Tutto (o quasi) su di me

Quando ci siamo accordati sull’intervista, abbiamo fatto un patto: si parlerà soprattutto di lui. Morgan, che di solito è schivo, questa volta ha accettato. Ma pone le condizioni: ”Solo quando avrò tolto il trucco mi potrà chiamare Marco. E parleremo appartati. Mi imbarazza molto”.

- Mi dica della sua famiglia. Che rapporto ha con sua madre, con sua sorella?
Perché non mi chiede di mio padre?

- Ci sarei arrivata. So che non c’è più.
Come lo sa?

- Ho letto le sue interviste. Una volta ha raccontato che suo padre è morto quando lei aveva 16 anni

.Non ho mai davvero parlato di mio padre, e di questo capitolo drammatico della mia vita, perché sono una persona riservata, e poi perché penso che sia troppo facile vendere le tragedie. Ne parlerò, forse, quando sarò più affermato e nessuno potrà pensare che lo faccio per attirare l’attenzione. Intanto, se vuole, le descrivo le mie origini. E il mio presente.

- Descriva.
Sono nato a Milano il 23 dicembre 1972, diciotto mesi dopo mia sorella Roberta, che, tra l’altro, sta per rendermi zio. Ho avuto un padre artigiano e una madre insegnante di scuola elementare. Suo padre aveva una bottega di oreficeria, poi era stato rapinato ed aveva perso tutto. E’ un aspetto importante del mio passato: vengo da famiglie che hanno avuto degli alti e dei bassi. Da loro ho ereditato la capacità di affrontare i marosi, i periodi di difficoltà senza troppe lagne.

- Come è nata la passione per la musica?
I miei non sono laureati, però hanno sempre avuto un gusto, una curiosità per la letteratura, i film, le canzoni. Mia madre suonava il pianoforte, mio nonno il mandolino, suo fratello, lo zio Bruno, l’organo. Quando ero piccolo mi portava sul Lago Maggiore, in una vecchia chiesa con un grande organo. A tredici anni ho iniziato a suonare a messa. Dalla chiesa sono passato direttamente alla balera.

- E’ vero che, dopo la morte di suo padre, suonava per sbarcare il lunario?
Abbiamo passato un brutto periodo, siamo stati poveri. Io ho dato il mio contributo, ma è stato grazie a mia madre se ci siamo risollevati. Era un’insegnante in pensione, si è reinventata rappresentante di vestiti. Io comunque sono grato a quella gavetta.

- Ha iniziato con il pianoforte?
Piano, chitarra, basso, un po’ di tutto. Ho studiato al liceo classico e al conservatorio, ma poi mi sono diplomato in “design” – ho sempre avuto la passione per l’architettura – in un istituto professionale: rispetto al classico era molto più facile, e ormai suonare era un lavoro.

- Come ha reagito al dolore, alla morte di suo padre?
Ho pianto. Ma senza troppo piagnisteo: in famiglia non ci siamo chiusi in noi stessi. Pur portando sempre dentro il dispiacere, abbiamo cercato di vivere.

- E ‘stata una cosa improvvisa?
Sì. Molto improvvisa, molto scioccante. Ma non dico di più.

- Che rapporto ha con sua madre?
Molto schietto. Spesso le chiedo un parere sulla mia musica. E’ molto critica.

- Per esempio?
Ultimamente ho scritto e cantato delle canzoni con Asia. Un giorno, mentre mia madre mi dava uno strappo all’aeroporto, gliele ho fatte sentire in auto. “Si sente che c’è qualcuno che ti ha tenuto a freno”, mi ha detto, “C’è un suono più sobrio”. Ci ha preso in pieno. Ha capito subito che c’era una presenza, Asia, che mi controllava.

- Che cosa le ha risposto?
Che essere controllato era una mia volontà. Per me è uno splendido esercizio.

Contraddizione numero 3.
La mia nuova, strana famiglia

Mentre suonava ancora con i BluVertigo, Morgan ha incontrato Asia Argento.
Nel 2001 è nata una figlia, Anna Lou.
Quando la relazione tra i due sembrava archiviata, nel 2003, è uscito un disco solista, “Canzoni dell’Appartamento”, vincitore del Premio Tenco, che raccontava una famiglia in un interno.
Da allora, Marco Castoldi, non ha parlato molto del suo rapporto con Asia.
Oggi, invece, accetta di farlo.

- Mi parli della sua nuova famiglia.
E’ molto meno borghese di quella da cui provengo, meno stanziale. Sono un padre diverso dal mio. Lui si svegliava tutti i giorni alla stessa ora, io non faccio mai una cosa uguale all’altra. Cambiano le posizioni e i letti in cui dormo. Ho due case, una a Monza, l’altra a Roma.

- Quanto tempo dedica a sua figlia?
Tutto me stesso.

- Le è mai venuta voglia di sposarsi?
Certo, e magari prima o poi lo farò. Mi piace l’aspetto sociale del matrimonio. Non è un fatto di intimità: se fosse semplicemente una cosa privata tra l’uomo e la donna, io potrei dire che già oggi mi sposo ogni giorno, in camera da letto, in salotto, in bagno, in giardino. Se ci si sposa è per fare una festa, per dire a tutti che le cose sono cambiate, che si è una coppia, famiglia, marito e moglie.

- Che cosa pensa dei Pacs?
Che bisognerebbe tutelare chi sceglie di non sposarsi non perché non si ama, ma perché non crede nel vincolo del matrimonio. Se poi la coppia litiga, e ci sono figli, sono problemi.

- Lei ha mai avuto questi problemi?
Mai. Io e Asia siamo una coppia dialogante, sia nell’unione che nella separazione. Abbiamo avuto alti e bassi, avvicinamenti e allontanamenti, ma abbiamo sempre messo al centro Anna Lou, il suo diritto di avere una mamma e un papà. Sono contento, perché ho trovato la donna giusta. Che mi piace fisicamente e anche internamente. Siamo innamorati, ma tra noi c’è amicizia, e questo aiuta.

- Oggi, San Valentino, ha fatto regali?
Purtroppo sono qui, lontano. Ho mandato dei fiori con InterFlora, un sms di auguri, ho fatto delle telefonate, ho lasciato dei messaggi. Insomma, ho fatto quello che ho potuto per cercare di dimenticare questa distanza fisica. Per essere presente.

Contraddizione numero 4.
Il nuovo (pazzo) disco

Telefona Andrea Pezzi.
Si è detto che loro due fossero in rotta, perché Morgan ha abbandonato la trasmissione tv di Pezzi, “Il Tornasole”.
Ma il tono della chiamata è quello di una conversazione tra amici.
Morgan mi spiega poi che se ne è andato per sua scelta: deve finire il suo album.

- Un nuovo disco?
Sì. Uscirà a maggio.

- Di che cosa si tratta?
Faccio delle cose molto strane ultimamente, e il disco è un passo ulteriore. Ieri sera ho fatto sentire un pezzo a Francesco de Le Vibrazioni. Ha detto: “Vabbeh, tanto lo sanno tutti che sei pazzo”.

- E’ molto diverso da “Canzoni dell’Appartamento”?
E’ diverso da tutto, anche da se stesso. Io il filo conduttore lo vedo, probabilmente gli altri no. Ma credo di avere educato il mio pubblico alla sorpresa. Le faccio un esempio: io sono grande fan di Battiato, e ogni volta che esce un suo disco spero che faccia qualcosa che io non avevo previsto. Sennò mi delude.

- “Ti può tradire anche l’amico migliore”, canta in quel disco. Che cosa intendeva?
Che la persona più vicina può tradirti: un amico, ma anche un parente, un’amante, un figlio, una madre. E che la puoi perdonare. Non la devi odiare, perché può capitare anche a te.

 

Fonte: Vanityfair.it

Intervista a Morgan su "Goya - vivere l'arte, l'arte di vivere" del Marzo 2006, dopo aver posato come modello in alcune opere dell'artista Gianluca Miniaci.

 

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Fonte: Goya di marzo 2006 - gianlucaminiaci.com/2006-goya-marzo

08-02-06: E' cambiato Marco Castoldi in arte Morgan. L’ultima volta che avevamo avuto modo di parlare con lui era stato più o meno cinque anni fa, sempre a Catania, alla vigilia dell’indimenticabile concerto che infiammò, metaforicamente, i verdi alberi del giardino Bellini. Si, le cose sono cambiate, decisamente. Ora c’è qualche capello bianco a ricordare i calendari che sono passati, e una linea di saggezza in più, che ne esalta la straordinaria vena artistica. Passeggiando, mentre la cenere di una sigaretta scandisce il tempo, Morgan risponde con estrema cortesia alle nostre domande, non risparmiandoci giochi di parole e una sana ilarità che ci ha lasciato il sorriso sulle labbra.

 

Domanda: Dopo uno strepitoso quanto elegante esordio solista, nessuno si sarebbe mai aspettato un disco omaggio (remake o rifacimento che sia). Da dove nasce l’esigenza di riproporre il concept album italiano per eccellenza, lo straordinario “Non al denaro non all’amore né al cielo” di Fabrizio De Andrè?
Morgan: In realtà io ho sempre fatto concept album, sin dal primo disco dei Bluvertigo “Acidi e basi” (1995), che addirittura fa a sua volta parte di una trilogia concept, quella “chimica” per l’appunto. Mi piace la struttura formale, organica, ragione per cui ho sempre praticato l’ascolto, l’analisi e l’assetto del concept. Poi, quando ho avuto l’occasione di mettere le mani proprio sul disco concept per eccellenza, proprio come hai ricordato, è stata un’esperienza di estraniamento perché mi sono totalmente messo nei panni dell’autore. Ne è venuto fuori qualcosa di molto strano, forse paragonabile a quanto fece Gus Van Sant con “Psycho”, il remake del capolavoro di Alfred Hitchcock. Diciamo che posso dire di aver dato forma ad un nuovo genere della musica leggera che è il remake discografico, che non si era mai visto se non sotto forma di parodia.

 

morgan - ilcibida.com (2006)

 

Domanda: Azzardiamo un confronto: De Andrè faceva “confessare” i protagonisti delle sue storie mentre tu parli sempre in prima persona…
Morgan: Trovi? Beh in realtà si, perché effettivamente mi identifico di più nel personaggio di quanto lo facesse De Andrè. Ti spiego meglio, io interpreto il mio ego momentaneo mentre De Andrè poneva una distanza, facendo parlare la maschera.

Domanda: I due lavori hanno una durata differente, c’è stato un intervento diretto sulle partiture? Al di là di Vivaldi, quali altre citazioni possiamo percepire?
Morgan: Si. A mio avviso c’erano dei limiti dal punto di vista dell’arrangiamento. Oltre a Vivaldi, che Piovani citò nel ’71, ho omaggiato Pacherbell il cui canone, a mio avviso, giaceva sotto forma nascosta nei giri di accordi di una canzone come “Il Chimico”. Diciamo che ho “esplicitato”.

Domanda: Il Morgan compositore di colonne sonore tiene fede alla fabula visiva o invece opera in modo distaccato, tessendo un tappeto estraneo alla storia ma che da essa potrà essere calpestato?
Morgan: Penso che la colonna sonora rappresenti in se un’occasione per aggiungere un personaggio alla storia. Se il musicista riesce ad entrare in gioco può essere visto come un elemento aggiuntivo, che non si vede ma di cui si sente fortemente il giudizio, che può allo stesso tempo condannare e comprendere, ora con un tema di morte, ora con un tema d’amore. Ad una condotta può essere associato un motivo sonoro.

Domanda: Parliamo dei Bluvertigo: è vero che state lavorando ad un nuovo album, il primo dopo sette lunghi anni di attesa?
Morgan: A volte ritornano, a volte no. A tratti i Bluvertigo sono un po’ come il fotone che quando va da A a B nello stesso tempo sta andando da B a A, e quindi è veramente un casino, perchè siamo intermittenti, proprio esattamente come un fotone, che si vede ma forse non c’è, quando lo vedi sta scomparendo, quando non lo vedi sta lavorando. Quindi i Bluvertigo sono qualcosa di completamente atomico e non so dove può portare questa follia che abbiamo generato, in una struttura del gruppo che definirei una democrazia anarcoide, perché ognuno nel rispetto dell’altro fa un po’ quello che gli pare. Questo ha portato ad una sorte di paralisi, di congelamento, che però, forse, è la realizzazione del gruppo. Mi spiego meglio: questo gruppo di quattro persone si realizza nel momento in cui non è unito, perché l’esperienza fatta insieme viene portata all’esterno. Siamo una sorte di Ministero degli Esteri… andiamo in giro a diffondere qualcosa che abbiamo creato insieme.

Domanda: Il messaggio dei Bluvertigo è stato capito?
Morgan: No assolutamente. Sarà capito (sorride di gusto).

Domanda: Cosa dobbiamo aspettarci da un album di Bugo prodotto da Morgan?
Morgan: Bugo è la promessa del futuro e anche del passato visto che ha già fatto quattro album. Io punterei molte carte su di lui, è davvero valido. In effetti però, ora che mi ci fai pensare, quello che a me non piace avrà successo sicuramente. Ti faccio qualche esempio: quando Paola & Chiara mi fecero sentire il loro album, quello con “Vamos a bailar”, dissi che si trattava di un lavoro bellissimo ma che il pezzo in questione andava tolto… poi tanto per dirne un’altra, quando Le Vibrazioni mi proposero di produrre il loro nuovo album risposi che per me la musica era bella ma che i testi erano da cambiare perché, a mio avviso, non avrebbero avuto mai successo… e invece. Di conseguenza ciò che a me piace, prendi Bugo o i Lombroso, non piace agli altri, e mi dispiace per loro, perché è un vero peccato che siano conosciuti da pochi.

Domanda: Prendo spunto dalla t-shirt che indossi, che ritrae la reginetta del dark Siouxsie… che cosa ne pensi della reunion dei Bauhaus?
Morgan: Non lo so… (ma quel suo sorriso ironico sembra dirla lunga… ndr).

Domanda: Ultima domanda di rito: se ti dico Cibicida cosa ti viene in mente?
Morgan: Il Cibicida, il sito lo conosco! Siete voi? Grande!!! E’ la traduzione dal latino di “colui che uccide il cibo”, ma mi sembra un’interpretazione troppo facile… o no?

 

* Supporto a cura di Emanuele Brunetto
* Foto a cura di Riccardo Bresmes

A cura di Vittorio Bertone


Fonte: ilcibicida.com




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