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Incontriamo Morgan allo Zoo Animal Sound, dopo le prove del concerto che avrebbe tenuto quella sera. I suoi musicisti stanno ancora provando gli strumenti e lui deve correre in albergo. Il tempo è poco, ma lui si dimostra disponibile a rispondere alle nostre domande. Ecco quello che ne è uscito…

 

1- La scenografia dei tuoi spettacoli è molto particolare: un misto tra gli anni sessanta, l’intimità di un salotto di casa e a volte richiama anche lo scenario di una chiesa. Tre elementi che poco hanno in comune tra loro, ma li ritroviamo uniti sul tuo palco. Perché questa scelta?
Morgan: Onestamente l’idea della chiesa non era stata considerata. Forse c’è un’atmosfera un po’ gotica, o comunque ha a che fare con un’estetica un po’ cerimoniale. Il candelabro credo sia la cosa che porta in quella direzione. Però io a casa ne tengo di candelabri normalmente, per cui è conforme al mio gusto. E’ una scenografia che ho ideato io perché il concetto era quello di simulare l’appartamento nel suo stato di decadenza come se fosse quasi crollato il soffitto, e quindi diventa un interno che fu e oggi è un esterno. Questo è successo anche a molte chiese bombardate che non hanno più il tetto e ovviamente non sono più chiese dove si praticano i riti, ma esistono comunque e sono molto suggestive. A me piacciono molto le chiese bombardate da un punto di vista di suggestione, poi, ovviamente, è anche terribile pensare che c’è anche stato il momento in cui sono state bombardate. Ma in effetti questo appartamento ha subito una specie di bombardamento, cioè di distruzione, di crollo, e le canzoni così escono dallo stato di intimità, non sono più interne all’appartamento, ma vengono portate in giro. Ecco perché nella tournèe era il modo di ambientare queste canzoni che fanno parte a quel punto, di un esterno, che subisce anche le intemperie: infatti c’è della vegetazione sul palco, come se fosse piovuto in questo appartamento e fossero cresciute le piante in modo naturale laddove c’erano i mobili. E’ la simulazione di uno stato di abbandono tutto questo, ed è questa l’idea che volevo trasmettere.

 

2- Nelle considerazioni sul tuo futuro prossimo, hai mai contemplato la possibilità di interessarti alla recitazione o all’improvvisazione teatrale, o comunque ad una sorta di collegamento tra la composizione musicale e la rappresentazione scenica, che già traspare in alcune tue esibizioni?
Morgan: Per me la dimensione recitativa, mescolata a quella del cantare, e quindi della performance musicale, è abbastanza naturale , mi è congeniale, ma non ho mai affrontato degli studi specifici per recitare o degli studi che riguardassero l’uso del corpo, come appunto il balletto o il mimo. Devo dire, però, che in un futuro abbastanza prossimo, mi piacerebbe molto dedicarmi allo studio della danza e del mimo, cosa che mi è sempre venuta naturale, anche se sono autodidatta in quello, e così come nella recitazione e quindi nell’impostazione vocale che non sia il canto, non ho mai fatto esperienze più di tanto impegnative. Ho fatto delle piccole parti in alcuni film, per adesso due. Uno è il film di Battiato, “Perduto Amor”, e l’altro è il film di cui sto componendo la colonna sonora, che si chiama “Il Siero Della Vanità” ed è un film che uscirà in primavera, per la regia di Alex Infascelli; qui recito nella parte del gatto con gli stivali, quindi mascherato ed irriconoscibile dove però canto una canzone. Ora mi sto apprestando a doppiare il personaggio cattivo di un videogioco. E’ la prima volta che faccio il doppiatore. Mi diverto a fare questo tipo di cose, anche se non sono principalmente un attore, anzi non lo sono affatto. Sono ambiti contigui ma molto diversi quelli del far musica e quello del recitare. Ogni tanto si contaminano. Io nei miei concerti, ad esempio, tendo a inserire delle parti di lettura: pagine di romanzo o poesie, senza avere, comunque una costanza in questo tipo di cose, quindi non mi sono mai concentrato particolarmente. L’ho fatto in modo un po’ distratto.

 

3- Tra le tue idee c’è quella di considerare i Bluvertigo come il luogo della sperimentazione dell’eccesso, del gioco, e di lasciare alla carriera solista il ruolo di rappresentare te stesso. Si presenta quindi un dualismo Morgan-Marco. Il desiderio di dar voce a Marco è giunto solo ora con la maturità, la raggiunta serenità o è stato sempre presente?
Morgan: Mi vengono in mente brani come “I Still Love You”, o “La Comprensione”, brani intimisti e quasi autobiografici.
Quei brani sono dei Bluvertigo, ma forse appartengono più alla mia dimensione personale e solistica. E’ strano, però, notare come tu parli di raggiunta serenità. Ti smentisco perché si tratta di una perdita di serenità, per quanto mi riguarda; anzi vorrei cercare di riacquistarla, la stessa serenità che avevo quando scrivevo canzoni inquiete. Infatti quando sono sereno, appagato, felice quando riesco a trovare concentrazione nella musica, scrivo cose inquiete, ma perché riesco a concentrami di più non avendo distrazioni. Ora è da un po’ che vivo un periodo confusionale, di perdita di uno stato d’animo sereno, della quiete, e questo è come se mi togliesse un po’ la direzione musicale precisa, come se fosse sempre più difficile fare delle scelte sagge, ferme, convinte, come se adesso fossi un po’ tremante in quello che faccio, insicuro, estremamente debole, attaccabile, indifeso, e non sono molto contento di vivere questo tipo di situazione; non vedo l’ora di superarla e mi sto molto impegnando in questo, per uscire da questo stato di irrequietezza ingiustificata che, a volte, raggiunge anche dei livelli di passionalità, di tormento romantico e passionale.
Tutto questo, però, non è molto amico della musica, perché quando uno scrive le canzoni, deve riuscire a pensare solo a loro e non alle altre cose, come ad esempio le persone da inseguire, o le situazioni da recuperare. Devo riuscire a concentrarmi di più su me stesso, cosa che fanno tutti quelli che svolgono il mio lavoro, e non solo. Normalmente gli artisti sono pieni di narcisismo vomitevole e strabordante, che è poi la molla, il motore principale, di quello che fanno, ma sono persone che riescono ad essere qualcosa solo all’interno di quello che fanno; appena escono da quell’ambito che parla di loro e del loro ego, scompaiono, non sono più niente, anzi non riescono proprio ad uscirne. Io invece, devo dire, che sono anche riuscito a rinunciare ad una megalomania tipica del narcisista, e ho, in qualche modo, rinunciato ad una serie di ambizioni e di presunzioni che fanno parte dell’artista con la A maiuscola, che si crede tale, e ripete continuamente a se stesso “io sono un genio, io sono un’artista”. Io questa cosa non la faccio, e anzi un po’ mi vengono i brividi a pensare che io dico a me stesso che sono un’artista. Tutto questo, però, non aiuta certo la mia carriera, perché mi pone addirittura a volte a livello di pubblico e non più sul palcoscenico.
E’ un periodo di conflitto.

 

*** A cura di Amnesia e Zule ***
(Eleonora Brunetti e Elisa Pasetto)

 

Fonte: www.sallon.net/randomzone




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