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di Luca Sofri
Il Venerdì

6 giugno 2003


“Svincolarsi dalle convinzioni, dalle pose, dalle posizioni”: provo a prendere Morgan in parola. Provo a sottrarmi a un’impressione di antipatia e spocchia, a un pregiudizio sulle sue capacità derivato dalla lettura di qualche intervista, da qualche volta che l’ho visto in tv (in tv capita di sembrare antipatici e presuntuosi, ma a volte è vero). Mi è sempre sembrato che si comportasse come se pensasse di essere David Bowie, cosa che ritenevo un tantino esagerata. Infatti, quasi tutti conoscono David Bowie, mentre alcuni dei lettori del presente articolo potrebbero non sapere chi è Morgan. Dunque: Marco Castoldi, nato nel 1972 che era quasi natale, milanese, figlio di un artigiano mobiliere e di una maestra elementare, cominciò a suonare nei piano bar ancora minorenne, per guadagnarsi da vivere, come si dice. “A 14 anni suonavo in un pub di Varese. Mi accompagnava mio zio. Facevo i pezzi degli anni Sessanta riarrangiati alla Depeche Mode, con i sintetizzatori”. Pochi anni prima è esplosa la new wave, e grazie alla neonata Videomusic gli si è aperto un mondo: “quando vidi Howard Jones con tutte quelle tastiere, persi la testa. Mio padre mi parcheggiava nel negozio di strumenti musicali e io suonavo le tastiere lì, prima che me ne comprassero una. Poi però suonavo anche David Silvyan. La più grande hit da piano bar è “Forbidden colors”, secondo me”. Si scelse un nome d’arte, che niente aveva a che fare con il film di Karel Reisz “Morgan matto da legare”, come sarebbe fiero di raccontare oggi. Ma siccome è uno sincero, spiega che invece è un nome da pirati, una cosa da ragazzi. Cantava le canzoni da piano bar, spartiti degli anni Sessanta, appunto, cose di repertorio che non aveva mai sentito davvero. Poi cominciò a fare musica sul serio. Prima incise un disco con una boy band ante litteram – “il contratto lo firmò mia madre” - e poi ebbe qualche piccolo sucesso con una band che si chiamava Bluvertigo: divenne un po’ noto – non come David Bowie, però – come Morgan dei Bluvertigo. Si fece vedere in giro con vesti vistose, pizzetto mefistofelico e battute polemiche. Andava matto per Battiato e ci fece amicizia (poi dice l’influenza dei genitori: chi piaceva a tua madre? “David Bowie”. Chi piaceva a tuo padre? “Battiato”). I Bluvertigo fecero musica pop con pretese di ricerca e intelligenza. Non si fecero notare moltissimo, per quanto le recensioni sottolineassero sempre l’anomalia “intellettuale” dei loro dischi, ma Morgan si faceva largo. Poi conobbe Asia Argento e fecero una bambina, Anna-Lou, e lo si notò ancora di più. Si facevano fotografare parecchio e sembrava fossero convinti di essere David Bowie e Asia Argento. Lui, che di musica ne capiva e ne capisce, non si tratteneva dall’esprimere pubblicamente giudizi piuttosto severi nei confronti di colleghi più celebri di lui (non come David Bowie, però). “Io non vengo da una famiglia borghese”, spiega adesso che gliene chiedo conto: come a dire che se uno è l’ultimo della fila e ha fiducia in se stesso deve sgomitare come può, a costo di passare per antipatico: “Io sono per forme di comunicazione più sottili: se tutti i giovani venissero ai miei concerti mi spaventerei. Vorrebbe dire che faccio qualcosa che non va”.

Bene, così si arriva all’appartamento: Morgan e le sue ragazze ci abitano per un anno e mezzo, in questo appartamento di Milano, zona Città Studi. “Ma è stata una convivenza fatta di assenze, discontinua. In questi lavori non si trova davvero una stanzialità”. Quando lasciano l’appartamento, lui ha composto e raccolto musica abbastanza per fare undici canzoni e un disco che si chiama “Canzoni dell’appartamento” – con una forte “presenza delle femmine” - che due settimane fa è uscito nei negozi e una settimana fa è entrato nelle classifiche. Il disco è bello, di canzonette: in superficie sono leggere e orecchiabili, e sotto, un po’ alla volta, si capisce una grande tecnica ed elaborazione: “poi però c’è un sacco di gente che ascolta la musica e basta, e va bene così”, dice. Dice: “Pensavo di fare un disco di cover, ma l’avevano appena fatto Battiato e Robbie Williams, e allora ho scritto dei brani originali e ho fatto finta di farne delle cover”. In effetti, c’è un sound retrò, da “canzone italiana”, in tutto il disco, il suono degli spartiti del piano bar. “Sto ascoltando solo Bindi, ultimamente”, dice, e attacca a cantare “Marie Claire”, in mezzo alla strada. Due cover ci sono, nel disco, ben mimetizzate: “Non arrossire” di Gaber, e “If” dei Pink Floyd, tradotta. Morgan allora spiega che gli sembra una canzone molto italiana, con quell’ipotesi che ricorda Cecco Angiolieri. Una cosa che potrebbe dire uno convinto di essere David Bowie (“Ma no, io sono Morgan, e basta”, obietterà lui, aggravando la sua posizione). Molti suoni sono stati registrati nell’appartamento, altri con un’orchestra, poi Morgan ha messo tutto dentro un Macintosh e ci ha lavorato e ripulito per sei mesi. Ha scritto i testi, e si è inventato versi e immagini all’altezza di David Bowie, ed è stato attento a non cadere in banalità e cliché. Ha fatto un bel disco, insomma, e ci ha messo sopra una copertina raffinata, di architettura razionalista, che allude all’appartamento ma anche a tutto un ragionamento su forma e funzione: forse ridondante, ma sincero.

Adesso sta per andare in tournée: farà serate di solo pianoforte, altre più rock, e altre orchestrali, più simili al disco. Lo si vede di nuovo, in giro, ma sta più attento: “Mi sono accorto che parlo troppo. Mi sono in visto alla tv, e ho realizzato che le persone in tv non dicono tutte le cose che dico io. E dopo un po’ mi annoio di me stesso. Ero stato compresso dal periodo dell’appartamento. Mi sono visto al tg2 parlare della suite come forma canzone…”. “Svincolarsi dalle convinzioni, dalle pose, dalle posizioni”, dice la prima canzone del disco, “Altrove”. Non è così antipatico.

 

Fonte: www.wittgenstein.it/html/venerdi060603.html




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