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Domanda – In “Altre forme di vita”, canzone nella quale ribadite l’assurdità di considerare la Terra come l’unico pianeta in cui sia presente la vita, avete in un certo senso criticato il punto di vista cattolico. Il fatto che abbiate cantato al “Primo Maggio” di Roma, in un concerto sotto la benedizione del Papa, rappresenta in qualche modo un ripensamento?

ANDY – Assolutamente no! Noi abbiamo partecipato a quel concerto, politicamente molto discutibile, perché pensiamo che per portare un’idea, un pensiero, una musica, è giusto entrare nei contesti e dall’interno proporti per quello che sei. Io penso che sia stato molto stimolante partecipare a un concerto come quello per poter dire la mia, che non è una protesta, ma solo un punto di vista.

Domanda – Ma un po’ tutti i ragazzi che vanno al “Primo Maggio” astraggono dalla politica…

ANDY – Io personalmente sono stanco di politicizzare la musica perché penso che questo si sia rivelato un gravissimo freno nel tempo.

Domanda – E cosa sono, in un aggettivo, le vostre canzoni?

ANDY – Credibili. Anche se hanno un approccio molto discutibile e sono soggette alle più svariate interpretazioni, sono sincere dal di dentro, non si tratta di una costruzione sul nulla, non si inventa. Si parla guardandosi allo specchio, anche delle proprie fobie. Per cui se possono indurre un individuo a guardarsi dentro e a riflettere sulla sua condizione, in modo meno banale delle produzioni musicali che circolano nel nostro paese, sono ben contento. A noi non interessa avere un target più esteso perché quella è una questione imprenditoriale, legata al lavoro pubblicitario. Si ha a che fare prima col marketing e poi col concetto che sta alla base.

Domanda – È in questa prospettiva che va analizzata anche la canzone “Sono = sono”, in cui si afferma che si può essere sé stessi anche se si scopre di non essere buoni?

ANDY – È proprio perché si ha la consapevolezza di essere anche non buoni, che ci si sente come si è.

Domanda - Ma il modo meno banale di fare musica è soprattutto il frutto di messaggi molto forti, che se giungono ad un pubblico inadeguato possono subire diverse distorsioni, anche pericolose…

ANDY – Sì, è vero, c’è questo rischio. Avviene un continuo misunderstanding di quello che fai e di come viene preso dalla gente, ma questo non mi disturba: ognuno si appropria di quello che ascolta e lo fa suo, se gli interessa.

Domanda – Non vi sentite responsabili di questo?

MORGAN – La responsabilità l’abbiamo solo in merito ai pezzi che facciamo in studio, non credo che ci sia niente di pericoloso. Anzi, ragionando, mi viene in mente ce c’è senz’altro qualcosa di pericoloso in quello che facciamo, ma questo è il lato migliore, il lato buono. Quindi preferisco essere male interpretato, non essere compreso, diciamo così. Come Pavese.

Domanda – A questo proposito, recentemente hai pubblicato un libro di poesie. Che cosa spinge un cantante a cambiare genere?

MORGAN – Non ho pensato deliberatamente di scrivere un libro di poesie. Per me il confine tra le poesie e le canzoni è molto labile. Ho scritto delle cose che possono essere canzoni o poesie. Dipende dal contesto in cui vengono inserite, in un libro sembrano poesie, in un disco sembrano canzoni. Ma per me rimangono identiche.

Domanda – Anche tu Andy, oltre alla musica, ti dedichi a un’altra passione, quella per la pittura…

ANDY – Un individuo può vivere delle sensazioni che cerca di convogliare in un risultato, che può essere raggiunto ricorrendo a più forme di rappresentazione. Le mie sono la musica e la pittura.

Domanda – Ma le coltivi separatamente?

ANDY – Cerco il connubio. Per me la tela bianca e le casse mute, mentre stai per comporre qualcosa di musicale, hanno delle somiglianze ed è su questo che sto lavorando. Sto cercando di ottenere un risultato partendo dalla mia attività di grafico illustratore e mettendo le mie illustrazioni su tele.
Sto sviluppando un linguaggio sul fluo, sui colori fluorescenti: sono dei grandi fumettoni!

Domanda – E in che modo concili queste tue attività all’interno del gruppo?

ANDY – Faccio il coloratore degli arrangiamenti, metto gli effetti e mi occupo delle ambientazioni.

Domanda – Siete uniti tra voi?

ANDY – Molto

Domanda – E il messaggio è unico o no?

ANDY – No, differente. Il progetto è di Morgan: si tratta dei suoi pensieri, a cui io mi associo musicalmente molto volentieri. C’è un’ottima comunicazione tra di noi e sul palco di avverte una bella verve. Questo è importante. Il resto sono solo aggettivi dei media…

Domanda – Un tuo parere sulle altre realtà musicali?

ANDY – I Soerba sono una bella realtà degli anni novanta.
I Subsonica sono dei cari amici e stanno sviluppando bene il loro suono, sono bravi e sono contendo per loro. Ma un gruppo che, personalmente, ritengo vero nel coltivare il proprio progetto è quello degli Scisma.

Domanda – E della musica italiana degli anni novanta, genericamente, che ne pensi?

ANDY – Gli anni novanta sono stati gli anni del campionatore per poter prendere qualcosa da qualcuno e utilizzarlo col proprio linguaggio. Questo è stato l’unico vero approccio.

Domanda – Tu menzioni, comunque, gruppi italiani di musica rock che sono poco conosciuti, con un seguito ridotto…

ANDY – Il rock italiano è come babbo natale: inesistente…
È considerato un fermento insulso che non ha mai interessato le case discografiche maggiori, proprio perché queste non possono trarne un grande fatturato.

Domanda – Ma se le case discografiche non investono è perché pensano che non ci sia gente interessata all’acquisto di questi album…

ANDY – Esattamente. Mentre negli anni ottanta c’era il Burghy come luogo di aggregazione e di massificazione, bisognava avere un certo tipo di vestito per essere figo e se non ce l’avevi eri sfigato (a tal punto che il povero fregava il moncler al ricco), negli anni novanta è stato peggio: il ricco si vestiva da povero… Il ricco andava al Leoncavallo o in altri centri sociali, per farsi le canne quando mamma e papà non c’erano. In un contesto così artificiale è ovvio che la musica rock fosse solo un pretesto e non interessasse realmente.

Domanda – La vostra prospettiva?

ANDY – Fare esattamente quello che vogliamo, perseguire un’idea fino alla fine, senza lasciare che interferenze esterne possano intaccare la nostra integrità, specie se vengono da discografici, giornalisti.

 

Fonte: "Orizzonti" n.13, anno 2000 - paroleinfuga.it

 




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