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Intervista realizzata da Lara Aversano (http://lailcammino.blogspot.it/) e lo staff di inartemorgan.it

 

"Io non sono Giuseppe Verdi" - Nuvole Production (2011)Ciao Andrea – o meglio –  Giops… Perché Giops? Da dove arriva?
Alle scuole medie, durante l’ora di educazione fisica, un giorno il mio professore mi disse che sembravo un “Gioppino” per il mio modo di muovermi. Il Gioppino è un marionetta. Da lì i miei compagni di classe continuarono. Alle scuole superiori il nomignolo crebbe e si trasformo in “Gioppo”, poi si abbreviò naturalmente in Giops.

Dalla fine di X Factor 2 ad ora ti sei dedicato solo alla realizzazione del tuo album che uscito di recente o hai portato avanti anche altri progetti?
Mi sono dedicato principalmente al disco: non capita tutti i giorni di lavorare con Dori Ghezzi. E’ grazie a Morgan che sono entrato in contatto lei.
Mi trovavo nel programma e una sera Marco mi disse che Dori aveva chiamato, chiedendo di me per proporci dei brani scritti da un autore, ai tempi amico di Fabrizio De Andrè, nel caso fossi arrivato alle fasi finali di X-Factor (che prevedono degli inediti).
La stessa sera venni eliminato, ma mandai una mail alla Fondazione De Andrè, chiedendo di poter ascoltare comunque il materiale. Venni accolto pochi giorni dopo da Dori e così nacque la nostra collaborazione, fino ad arrivare, dopo due anni, al disco “Io non sono Giuseppe Verdi”.

 Parlaci del tuo album: chi non lo ha ancora ascoltato ed ha intenzione di farlo cosa dovrebbe aspettarsi? E cosa puoi dirci della collaborazione con Fabio Cinti?

E’ un disco che riprende diversi generi musicali, quelli che fanno parte del mio percorso: principalmente reggae, funky e rock.
Un disco riconducibile, su molti aspetti, alle radici della musica italiana e dei cantautori: pur non essendo ancora un cantautore a tutti gli effetti, tutte le canzoni provengono appunto da cantautori, come Fabio Cinti, che ho conosciuto sempre grazie a Morgan.

Morgan. Qual è la cosa che ti ha colpito maggiormente di lui al primo impatto, appena conosciuti? E com’è stato questo primo incontro?

Lo conobbi ai provini di X-Factor. Mi richiamarono, dopo le preselezioni senza i giudici, a programma già iniziato per un provino con lui. Cercava un nuovo concorrente.
Mi ricordo benissimo quel giorno, portai “E la luna bussò” di Loredana Bertè.
Al primo attacco, per l’emozione, sbagliai testo e mi fermai. Marco, invece di rimproverarmi, mi sorrise con molto dolcemente e fece una battuta: “La luna non ha bussato? No? Allora aspettiamo che bussi! Tranquillo!”. Fu molto gentile e mi mise a mio agio.
Dopo l’ultima scrematura mi trovai solo a giocarmi il posto con una ragazza. Non avrei mai pensato di essere scelto. Disse queste parole: “Oggi è un giorno particolare, è il giorno della carogna, per questo io farò uno strappo alle regole”. Poi guardandomi andò avanti: “Lei ha cantato molto meglio di te, ma tu mi hai emozionato di più”. E così mi cambiò la vita.
Fuori dalle telecamere mi sorrise e mi diede “un cinque”, poi se ne andò, senza dirmi nient’altro.

DAndrea "Giops" - Foto di Leonardo Breccolaurante il percorso con lui, quali sono le cose che credi ti abbiano aiutato di più a crescere artisticamente? Che tipo di rapporto avevate?
Marco mi ha, in un certo senso, obbligato a lasciare momentaneamente il genere su cui ero concentrato, il reggae.
Ai tempi non capivo, lo capii dopo. Lo fece per il mio bene, mi aprì una strada che per me era sconosciuta, che è quella su cui ho lavorato gli anni successivi: la musica italiana d’autore.
Cominciai ad approfondire i cantautori, ritrovandomi molto di me in alcuni di essi, soprattutto negli anni 70. All’interno del programma in nostro rapporto era controverso, lui cercava di educarmi, ma su certe cose non ero ancora pronto; una volta mi sono anche ribellato, dopo un fiasco totale “Voglio vederti danzare” di Franco Battiato (una sorta di idolo per Marco, tra l’altro).
Fuori dal programma, invece, le volte che ci siamo rivisti, si è sempre comportato come un fratello, come se fossimo da sempre amici.

Dopo le tue esibizioni spesso c’era chi affermava che il tuo personaggio era più “forte” rispetto alla “voce”. Quanto conta per te “il personaggio”?

Probabilmente ai tempi era così: da una parte l’emozione, dall’altra una lingua e un genere al quale mi stavo avvicinando per la prima volta. Ho sempre preso come un complimento il fatto del “personaggio”, perché vuol dire che si percepiva la mia personalità; e la personalità nella musica come, in altre espressioni artistiche, secondo me conta molto.

Ricordo che Morgan si chiedeva talvolta, sopratutto all’inizio, se la tua fosse l’ interpretazione di un personaggio un po’ fuori dalle righe, esuberante e carico; o se il tuo modo di essere e stare sul palco fosse davvero quello che hai tuttora. Tu cosa pensi del “personaggio Morgan” e dell’ “uomo Marco”?

La distinzione tra “uomo” e “personaggio” trovo che sia semplicemente la differenza che c’è in un artista che non si sta esibendo contrariamente a quando è su un palco ad interpretare musica.
Ovviamente certe caratteristiche possono anche affiorare anche fuori da un contesto musicale, dipende dalla persona.
Jimi Hendrix senza una chitarra in mano era timido, introverso. Bob Marley era uno soldato, in ogni momento.
Nel caso di Marco, per come l’ho conosciuto, ho notato diverse sfaccettature, spesso opposte, che lo rendono quello che tutti conosciamo: una persona unica e molto interessante. La qualità che più ammiro in lui è la schiettezza: dice sempre quello che pensa, nel bene e nel male.

Hai affermato in varie occasioni che per te X Factor è stata una bella esperienza, che ti ha insegnato molto: credi dunque che un programma/progetto come questo sia un luogo adatto per far emergere un artista, oppure è più opportuno che un giovane cantautore si faccia strada lontano dai riflettori della televisione?

Oggi è molto difficile arrivare al pubblico: le radio sono per pochi; il web funziona più che altro in certi generi come l’hip-hop: è talmente intasato di gente che ti propone la sua musica che alla fine uno si scoccia e non ascolta più nessuno.
Per rispondere alla tua domanda la TV può essere sicuramente d’aiuto, dipende come uno vive quel mondo. Se ci si lascia trascinare dalla fama temporanea e dalla gente che ti acclama solo perché ti ha visto in un talent-show, è facile perdere di vista i veri valori della musica e cadere nella superficialità.

Andrea Giops ad X Factor 3Cosa pensi della sua scelta di tornare a fare il giudice di X Factor?

Penso che Morgan abbia contribuito molto al successo di X-Factor. Nel mio caso se non ci fosse stato lui probabilmente gli altri giudici non mi avrebbero mai scelto. Quindi sono felice che un programma che nutre tanto affetto delle persone abbia ritrovato Marco. Per me ha fatto bene.

Che musica ti ha influenzato durante la tua crescita? E cosa, invece, preferisci ascoltare ora?
Il disco che mi ha fatto capire che la musica era la mia  vita è stato Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers. Ho scoperto la magia del groove, del ritmo e delle melodie.
Successivamente mi sono avvicinato ad altri gruppi musicali stranieri: Bob Marley, Pink Floyd, Ramones, The Doors e molti altri.
Al momento mi sto concentrando sulla musica italiana e ascolto tutto quello che mi sono perso prima, in particolare dagli anni 60 e fino agli anni 80.

Quali sono i tuoi interessi oltre la musica?

La cucina.

Progetti futuri oltre alla promozione dell’album e il tour?

Per ora mi concentro su tutto quello che riguarda il disco. Però ho intenzione di approfondire la mia preparazione musicale: imparare a suonare il pianoforte e scrivere dei bei testi. Magari un giorno, se riuscirò ad affermarmi, dare una mano ad artisti più giovani.

Ti piacerebbe collaborare con Morgan? A che tipo di collaborazione penseresti?
Certo che mi piacerebbe. Benché non abbia lavorato al disco, Marco è stato indirettamente fondamentale per tutto quello che mi è successo dopo X-Factor.
Ovviamente penserei ad una collaborazione musicale. Magari nel prossimo disco, speriamo!

Dimmi qualcosa tu per chiudere, la prima cosa che ti viene in mente.

In base alla mia esperienza, mi sento di dare un consiglio a chiunque voglia intraprendere la strada della musica. Suggerisco di cercare chiunque creda in noi, al fine di crearsi un team. Tutti i progetti musicali che funzionano hanno alle spalle delle persone valide: da soli non si va da nessuna parte.
Ci sono tantissimi bravi interpreti in Italia, che spesso hanno l’unico pensiero di andare in TV per farsi conoscere, perdendo di vista la cosa più importante della musica: le canzoni.
Il team che intendo è questo: l’unione di compositori, autori, interpreti, arrangiatori e produttori; lo scopo è uno solo, fare della buona musica.

 




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