Company Logo

Facebook Twitter Google+ YoTube Instagram 


Interviste di Morgan

Articoli su Morgan

Report Live di Morgan

Articoli sugli Album di Morgan

Interviste ed Interventi Radio di Morgan

Articoli ed Interviste di InArteMorgan.it

comunicati

 

ROMA - "SONO amareggiato e triste, è un lutto inaspettato. Come molti giovani degli anni Ottanta, come Prince, a 53 anni George Michael non aveva un'età adatta per la morte, mi aspettavo che producesse altre cose belle, perché era il più bravo di tutti. Ma anche sottovalutato. Gli voglio tanto bene, si merita un grande applauso".

 

Cos'è stato per la musica?

"Uno dei più grandi cantanti soul. Il primo disco degli Wham!, Fantastic, è un capolavoro di funky e uno dei primi dischi in cui si rintraccia il rap, una passione di Michael che pur avendo la faccia di un bianco aveva un'attitudine black. L'hanno confuso con la new wave, ma aveva più a che fare con Marvin Gaye che con i Cure".

 

I momenti che lo fotografano meglio.

" Listen without prejudice, uno dei primi venti album del soul. E un pezzo funky degli Wham! quasi commovente, A Ray of Sunshine, che parla di un giro di basso come di un raggio di sole, un ritornello che mi dà i brividi. Dal punto di vista della sua bravura, l'esecuzione di Somebody to love al "Tributo a Freddie Mercury": vedendolo chiunque capisce che era un grande. Di fronte a un portento incredibile come Mercury, Michael l'ha guardato in faccia e gli ha detto: adesso canto io, e lì per un attimo è scomparso Mercury, è diventato il palco di George Michael. David Bowie non c'era riuscito. Lo ricordo bene, perché ero nelle prime file: c'erano anche Elton John, i Metallica, Annie Lennox, Paul Young, gli Who, Michael diede una pista a tutti"

 

A 15 anni la riprese il Tg1 a un concerto di Michael a Milano.

"Era l'87, promuoveva Faith, chiesi a mia mamma di accompagnarmi all'Arena di Milano. Avevo preso i biglietti mesi prima. Conoscevo tutti i suoi pezzi, li suonavo, ho imparato la chitarra sui pezzi degli Wham!. Mi ero vestito in perfetto stile, con la giacca con le marsine. Arrivato lì vedo una troupe del Tg1 e così mi fiondo verso le telecamere e canto tutto Wham rap: si vede la voglia di farmi vedere, l'impegno, la pronuncia perfetta, insomma ero già bravino".

 

Si dice sia stato sottovalutato. Non da lei...

"Nell'83 quando è nata Videomusic avevo 11 anni, fino ad allora avevo guardato Jeeg Robot e Goldrake, quei cantanti erano simili, Nick Rhodes sembrava Actarus, i Thompson Twins con i capelli rossi erano manga, mi facevano tristezza i rockettari seri che venivano dagli anni 70 e che schernivano gli anni 80. Anche Michael sembrava il personaggio di un fumetto, invece dei fumetti cominciai a nutrirmi di album di musica".

 

Michael aveva una personalità complessa.

"Un solitario, una personalità schiva e delicata: negli ultimi dieci anni si è parlato di lui perché veniva trovato addormentato o in situazioni di alterazione chimica mentale, o in situazioni promiscue perché aveva perso il controllo. Mi faceva simpatia la sua voglia di mischiarsi, come Michel Foucault, Andy Warhol, come Pasolini".

 

Mick Jagger disse che era "un parrucchiere con velleità canore".

"Detto da un ragioniere sembra davvero il colmo. Jagger è stupido, andava con la coda tra le gambe a vedere le registrazioni dei Beatles per capire come facessero a fare cose così belle".

 

Fonte: repubblica.it

di Edoardo Semmola

 

In scena l’11 settembre al cimitero di San Miniato: Morgan canterà con Cristiano De Andrè, poi Lavia, Baliani, Iaia Forte e l’Ort

«Se non ho più paura della morte è merito di Fabrizio De André, dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, di quella “Collina” da dove i morti ti parlano della vita, del motivo per cui si vive e si muore, del senso. Per questo non vedevo l’ora, e sono dieci anni che ci penso, di cantare queste canzoni in un cimitero monumentale». Morgan è carico a molla: l’11 settembre «mi toglierò questo sassolino dalla scarpa che dal 2005 mi fa male ogni giorno». E sarà alle Porte Sante, tra le tombe di Collodi e Spadolini, Vasco Pratolini e Ottone Rosai, nell’omaggio cantato e recitato a Masters e De André per il centenario della pubblicazione della raccolta di poesie Antologia di Spoon River. Con lui il figlio di De André, Cristiano (sperando che nel frattempo risolva i problemi di salute che gli stanno facendo rimandare alcune date), l’Orchestra della Toscana e — grazie alla collaborazione tra Estate Fiorentina e Teatro della Pergola — un terzetto di attori di prestigio: Gabriele Lavia, Marco Baliani e Iaia Forte voci recitanti delle poesie corrispondenti alle canzoni.

di Marco Pipitone

 

In questo blog è capitato di incontrare anche Morgan. Sentite che cosa ha detto.

 

Caro Marco, sbaglio oppure sei tornato a “musicare”?

Porto in giro il mio miglior repertorio e in alcune occasioni ho la fortuna di avvalermi di un apparato musicale di grande impatto. Come ad esempio a Parma (mercoledì 20 luglio 2016); insieme al Maestro Beppe Donghia e l’Orchestra Toscanini, stiamo preparando un concerto di valore assoluto.

 

In effetti, avere a disposizione un’orchestra di cinquanta elementi può voler dire fare la differenza…

Scherzi? La prassi della musica leggera generalmente non si avvale di un apparato orchestrale di tale portata. Abbiamo arrangiato nuovamente il mio repertorio; pensare a ciò, mi regala un entusiasmo difficilmente descrivibile.

 

Il tuo repertorio che cosa prevede?

Oltre alle canzoni dei miei album, ripercorrerò le strade battute da altri grandi musicisti, attraversando gli ultimi trent’anni della musica anglofona. A cominciare da Scott Walker.

 

Certo è che se pensi di arrivare alla gente con Scott Walker… Non è un artista esattamente alla portata di tutti…

Sapere che le persone non conoscano un genio della musica di tale importanza mi lascia perplesso, allo stesso tempo mi rassicura, perché vuol dire che ho la possibilità di far scoprire al pubblico una figura estremamente importante.

 

Gente come David Bowie e Brian Eno lo ritenevano un faro…

Stiamo parlando di un artista tra i più importanti degli ultimi trent’anni. Musicalmente è andato nell’iper-spazio, la sua musica è completamente sganciata dai riferimenti a noi cari. Come ad esempio il supporto radiofonico oppure la categorizzazione della musica. Non assomiglia a nulla di quanto noi conosciamo.

 

Possiedi un’attitudine divulgativa che non passa inosservata, nemmeno in tv.

La cosiddetta televisione nazional-popolare dovrebbe essere uno strumento connesso al servizio pubblico, a prescindere che sia Rai oppure privata: tutti, devono avere accesso al sapere. Partendo da questo presupposto, ritengo la mia proposta televisiva figlia di un bel compromesso; passare artisti di nicchia, sdoganandoli, di fatto, al grande pubblico, non è per niente scontato.

 

La tv dovrebbe essere comprensibile ai più. Sei d’accordo?

Pier Paolo Pasolini in merito ha dato un grande insegnamento. Con la sua opera è stato capace di mettere in contatto il mondo degli accademici con quello degli analfabeti. A tutti aveva qualcosa da dire e soprattutto lo diceva in maniera comprensibile. È importante che il messaggio scaturito dalla televisione sia comprensibile, siamo stufi di vedere e ascoltare persone che dicono cose che non capiamo.

 

Non prendiamoci in giro, la televisione italiana – e mi riferisco a quella non a pagamento – offre un prodotto mediamente deprimente.

È un dovere di chi sta in televisione cercare di elevare la proposta, mantenendo il proprio pensiero integro, cercando di renderlo fruibile, e, come dicevo, comprensibile ai più, non eliminandolo oppure modificandolo soltanto perché difficile. Altrimenti, come dici tu, si volge lo sguardo verso il basso.

 

Tu pensi di riuscirci?

Ci provo! Questa è la chiave! (si infervora) ed è ciò che in realtà mi contraddistingue da molti miei colleghi. Oltre a essere un musicista sono uno speaking subject, piaccia oppure no, ho la consapevolezza di rivolgermi a persone che mi ascoltano e che sono sul mio stesso piano.

 

Marco, spiegati meglio.

Quelli come me devono andare in tv a parlare per alzare il livello, rivolgendosi a persone in grado di seguirti. Tanto l’ascoltatore distratto c’è sempre, che tu gli dica cazzate, oppure cose interessanti, non cambia, non ti ascolterà comunque. Tanto vale rivolgersi a chi invece ha voglia di ascoltare. Soltanto in questo modo si potrà forse un giorno alzare il livello della nostra televisione.

 

Visto che parliamo di televisione, quali sono i tuoi progetti futuri?

Io non ho progetti televisivi, è la tv ad averli con me. I miei programmi a lungo e medio raggio guardano all’interno di ambiti filosofici e letterari e ovviamente musicali. Poi, possono esserci declinazioni che mi portano alla tv, questo sì ma nulla è programmato dalla mia persona.

 

Cosa pensi dei talent show?

Mi spiace doverlo ammettere ma devo proprio farlo: in tv c’è più musica proprio grazie ai talent.

 

Oddio Marco… mi devo sedere.

La domanda però è un’altra: “Che tipo di musica è presente in tv?” Ecco, Il mio compito, all’interno di questi spazi, è quello di inserire qualità. Spero di poterlo fare.

 

Vabbeh, nei talent non si ascolta certo musica di qualità…

Non sono d’accordo, non in tutti o quantomeno non dove ci sono io. Attraverso la passione che nutro per la musica in questi anni ho lavorato seriamente – se vogliamo anche per mio piacere – portando qualità, ottenendo peraltro ottimi risultati.

 

Manuel Agnelli ad XFactor ha fatto sobbalzare dalla sedia più di una persona. Che ne pensi?

Che cosa vuoi che pensi? Lui era uno di quelli che diceva male dei talent. Vederlo ora lì, lo rende poco coerente. Nonostante ciò gli voglio bene, gli faccio tanti auguri, consigliandogli di rimanere fedele al suo modo di essere. E in questo nutro pochi dubbi perché è un puro.

 

Nick Cave afferma che durante i concerti riesce a rapportarsi soltanto con quelli della prima fila. Tu invece che approccio hai con il pubblico?

Meno male che riesce a comunicare almeno con quelli della prima fila. Personalmente a livello di empatia cerco di comunicare anche con quelli che non vedo. Lui, in ogni caso, non è certo un simpaticone. Intendiamoci, è un bravissimo musicista ma appartiene a quella cerchia di artisti poco comunicativi. E’ già tanto che riesca a esprimersi con quelli della prima fila, normalmente quelli come lui in concerto “si cagano addosso…” (risata generale)

 

Marco, viriamo! Che rapporto hai con la popolarità?

Complesso e contraddittorio. Generalmente è connesso con ciò che una persona ha fatto per diventare popolare. Nel mio caso la popolarità ha un grado piuttosto ampio, c’è gente che mi conosce e non sa nemmeno quel che ho fatto in vita mia. Ecco, a questi, gli farei pagare anche la foto che mi chiedono.

 

Sei spietato!

Non è così, ho invece un rapporto sereno con chi, invece, dimostra di conoscere la mia storia e quindi approcciarmi per quella; in quel caso sarei capace anche di dare il mio numero di telefono oppure invitare a casa mia.

 

Immagina se un giorno dovessi finire nel dimenticatoio, come ti ricicleresti?

Ma è impossibile una cosa del genere! Io sono già nella storia. Questo genere di cose – a gente come me – non possono succedere! (si agita) Senti, Pipitone, io però devo andare. Alle persone come me, capita invece che siano piene di impegni, lo sai vero?

 

Beh, qualcosa sulla New wave e sul Post-punk, dovrai pur dirmela! Come te, anch’io sono un appassionato del periodo…

Quel periodo l’ho vissuto completamente. È molto ricco ed è possibile vederlo da un punto di vista negativo oppure dal suo contrario. Io preferisco ovviamente concentrarmi sul lato positivo di quel tempo, il quale, non dimentichiamolo, resterà per sempre l’ultima epoca pre-internet, una sorta di ultimo baluardo della purezza, intesa come assenza d’incursione del cosiddetto “grande fratello”.

 

Marco? Siamo alla fine e in questo blog ci si saluta lasciando un testamento di nove canzoni…

Scordatele! Devi pagare per avere le mie nove canzoni! Quando lascio le mie compilation fornisco delle idee assolutamente nuove. Mi spiace, gratis non lo faccio!

 

Mah! Andiamo su Il Fatto Quotidiano e tutti gli artisti passati di qui si sono prestati…

Non m’importa se andiamo su Il Fatto Quotidiano anzi colgo l’occasione per fargli tante condoglianze (risata). E in ogni caso, non voglio dargliele le mie nove canzoni!

Ciao, buon lavoro, grazie di tutto.

 

9 canzoni 9 … Pre – internet

 

Lato A

Lady Shave • Fad Gadget

Leave in Silence • Depeche Mode

Love Song • Simple Minds

Seconds • The Human League

 

Lato B

Someone’s Calling • Modern English

You • Boytronic

Talk Talk • Talk Talk

Sleepwalk • Ultravox

Europe After Rain • John Foxx

 

Aggiornato da redazioneweb il 21 luglio alle 10,30

 

Nota del blogger:

In merito alle dichiarazioni rilasciate da Morgan secondo cui la sua risposta alla domanda – “Se un giorno finissi nel dimenticatoio, come ti ricicleresti?” – sarebbe stata non correttamente riportata, ebbene sono andato a verificare il registrato. In effetti, riascoltandolo, lui ha ragione. Purtroppo si sentiva male e in assoluta buona fede ho trascritto quello che ho compreso. Chiedo dunque scusa a Marco per l’errore e per avergli arrecato disagio per gli insulti ricevuti.

Per quanto riguarda le nove canzoni a margine dello scritto, è consuetudine del mio blog chiudere sempre con una playlist; così è stato fatto anche per questa intervista, non attribuendo la lista al cantante ma ad un tema derivato dal contenuto del pezzo (9 canzoni 9… pre – internet). Se Morgan, infatti, mi avesse dato il consenso (e relativi pezzi), avrei ovviamente fatto presente che le canzoni erano state scelte da lui, come peraltro succede con gli artisti che in questi anni mi è capitato di intervistare.

 

Fonte: ilfattoquotidiano.it/2016/07/20/morgan-sono-gia-nella-storia-presente-passato-e-futuro-di-unicona/2917761/

 


 

Leggi anche: Chiarimento di Morgan in merito a questo articolo

di Carlo Moretti

Il musicista e leader dei Bluvertigo commenta la scomparsa di uno dei suoi eroi musicali: "Il suo suono è inimitabile"

 

Morgan è in una pausa di lavoro ad Amici, il talent di Canale 5. Ha appena finito di rivedere la lezione che ha tenuto su Piero Ciampi e gli altri cantautori, montata per ildaytime del programma. I commenti su Facebook dei ragazzi sono tutti positivi: "Mancava uno come te nel talent, stai portando la poesia in un contesto in cui questi autori non sono poi così noti". Lui è soddisfatto del ruolo: "Qui sono il jolly, di volta in volta faccio ciò in cui mi sento di poter competere, non sono un coach, sono Morgan".

Da musicista e artista sensibile qual è, Morgan accetta di commentare la morte di Prince, uno dei suoi eroi musicali: "Stranamente avevo messo in programma una canzone di Prince per la prossima prova che avevo definito la "prova funky", che faremo però slittare di una settimana: i ragazzi dovevano competere sull'accompagnamento mio di grandi classici della musica soul e funky, una sorta di "vince chi ha più groove"".

Poi è arrivata la notizia della morte di Prince, cos'ha pensato?  
"Soprattutto trovo sia sbagliato che lo si definisca pop, come ho letto in tanti giornali: il grande artista che ha reinventato il pop. Non sono d'accordo: Prince è un artista funk, non pop, questo non vuol dire che non abbia saputo fare tutti gli altri generi. Pop è Madonna, Prince è un'altra cosa, è figlio di James Brown non dei Beatles, anche se ha saputo dimostrare che era molto eclettico. E dal punto di vista della black e della soul music, è stato l'unico che ha saputo sfondare tutti i confini".

Un artista che ha portato Sly Stone e George Clinton dentro il mondo del rock, insomma.
"Direi che ha portato se stesso nel mondo rock, perché se anche suonava la chitarra come un Jimi Hendrix era comunque il più grande chitarrista del mondo, dal punto di vista del frontman con la chitarra. Vorrei sapere chi pensa di poter competere con lui dal punto di vista strumentale. E di più: non era solo cantante e frontman, era il produttore dei suoi dischi. E la cosa fondamentale, quella che ha fatto successo dei suoi dischi negli anni Ottanta, era il modo in cui suonavano, tutti facevano riferimento al suono di Prince. Era considerato d'avanguardia ma come tutte le cose passate alla storia del rock e del pop, ciò che è d'avanguardia diventa punto di riferimento, significa riuscire ad accontentare il gusto del pubblico e allo stesso tempo quello delle menti più raffinate. Era pop nel senso di popolare, capace di essere largo, come si dice con linguaggio televisivo. Molti suoi successi sono stati successi commerciali, da juke box. Nonostante questo era sperimentale, d'avanguardia, un innovatore, un futurista, il suo suono era sempre avanti: si ascoltava il rullante di Prince, famoso per essere il più strano, tutti volevano imitarlo ma era irriproducibile, si facevano dei giri di effettistica pazzeschi senza mai riuscire ad imitarlo bene".

Quanto era avanti rispetto agli altri? Forse quasi venti anni come suggerì il titolo dell'album 1999 dell'82?
"Prince ha lasciato qualcosa profondo come un buco nero. Il suo periodo post-successo, quello che viene definito del declino, non era vero declino ma pazzia inventiva. Quando un genio come lui si mette in testa delle idee sono uniche, innovative e poco condivise. Impiegheremo anni per capire quel suo periodo buio. Il suo disco più bello per me non è il più famoso ma proprio quello che segna la porta verso il declino,Diamonds and pearls, l'ultimo della grandeur. Come i grandi della musica e del romanzo, come il Principe che si era immaginato di essere, Prince si è disegnato la parabola ascendente e discendente. Proprio come fece Bowie, the rise and fall, si merita di aver fatto Prince. E in quell'album della caduta c'è una delle sue più belle canzoni, Come".

E poi c'erano i suoi mitici live.
"Non aveva paragoni. Senza esagerazioni credo che Prince sia stato il più grande performer live di tutta la musica. Io non ho mai visto un musicista suonare la chitarra elettrica così bene dal vivo, da vero guitar hero, rendendo nulla gente come Slash, suonando come un Jimi Hendrix, o il pianoforte come un Jerry Lee Lewis e un Keith Jarrett messi assieme. Mi sembra che sia qualcosa di magico che ha a che fare con l'essere una star. Poi un giorno l'ho visto al basso, il mio strumento, e allora ho detto addio, suonava come Stanley Clark".

Era anche un grande selezionatore di nuovi talenti
"Come tutti i grandi leader, come Elvis, sono grandi personalità non solo per il pubblico ma anche per i musicisti. A Elvis bastavano i suoi gesti, il movimento delle sue braccia, per dirigere il suo batterista e gli altri musicisti. I musicisti che suonavano per Prince suonavano in modo diverso, suonavano per lui".

Il palco sembrava quasi chiamarlo, i 21 concerti di fila a Londra e nell'ultimo periodo i concerti annunciati a sorpresa, il giorno prima.
"Dal vivo non cercava il rapporto con il pubblico ma con la propria musica, perché era la sua quotidianità. Tenere un concerto come qualcosa che si mette all'ordine del giorno, non una cosa strana da fare o da imparare, da fare con prove, impegno, difficoltà. Per Prince la quotidianità della musica è suonarla, non andarla ad ascoltare perché la fanno altri, la musica viene fuori come acqua da un rubinetto, basta decidere di aprire il rubinetto. Una necessità quotidiana come un bisogno fisiologico".

C'era questa facilità ma anche una sofferenza profonda, la sua morte appare in queste ultime ore simile a quella di Michael Jackson.
"Ce l'abbiamo tutti questa sofferenza profonda, la capisco molto bene. E' abbastanza inspiegabile, però la comprendo. E' il risultato della sensibilità estrema, di chi si rende conto delle cose. Le persone particolarmente sensibili sono creativamente molto generose ma trasmettono su loro stessi tutto il negativo che colgono dell'esistenza. La sensibilità per loro diventa un'arma a doppio taglio, può produrre autolesionismo e spesso anche autodistruzione. E' qualcosa di commovente. Ma voglio sperare nel grande sogno che Prince sia talmente geniale che si sia finto morto. E che il mistero si concluda con un punto di domanda".  

 

Fonte: repubblica.it/spettacoli/musica/2016/04/22/news/morgan_ricorda_prince-138221576/

 

L'artista torna in scena al teatro Manzoni, con la rappresentazione della sua autobiografia. "La città offre tanto, ha un'anima e spaventa chi vuole solo il suo tornaconto"

di ANTONIO DIPOLLINA

 

Tutti dovrebbero passare un paio d'ore accanto a un pianoforte verticale. Ma vale solo se accanto all'oggetto c'è Morgan, il Marco Castoldi della Brianza e proprio lì, in Brianza, tra i suoi collaboratori efficienti e simpatici, totalmente a suo agio: a quel punto dopo mezz'ora hai vissuto in realtà quattro o cinque ore almeno, a vederlo balzare sui tasti al solo accenno di una cosa di musica di cui si parla, sfidarti a riconoscere una Variazione Goldberg (sconfitta totale) ma anche a suonarti la Voce del Silenzio. Martedì sera Morgan torna in scena, al teatro Manzoni, con l'idea vagamente stravolta di rappresentare via parole e musiche la sua autobiografia, "Il Libro di Morgan" - che aveva un sottotitolo impegnativo, "Io, l'amore, la musica, gli stronzi e Dio" - in un crescendo chissà quanto studiato e riscritto e rifatto oppure venuto così, di getto.

Per l'occasione ci sarà Mauro Pagani e la coppia garantisce in partenza la copertura pressoché totale dell'intero scibile musicale (suoneranno anche i Lombroso e Megahertz, tipi che si trincerano dietro nomi simili e poi squadernano meraviglie di complicità con l'Artista). Lo show è in realtà un happening in cui si può cambiare tutto ogni volta, Morgan ne sogna una sorta di edizione prolungata nel tempo e ogni volta diversa, invitando via via sul palco altri artisti sempre nuovi.

Avere di fronte il pubblico milanese è una storia che impegna o si porta con tutto?
"C'è una sana paura e un rispetto superiore: lo stesso che i milanesi riservano a te chiedendoti al tempo stesso parecchio. Vengono davvero per lo spettacolo, a Milano, non per esserci e raccontarlo dopo. Ci riconosci la natura della città, in realtà fatta soprattutto da individui, singoli. Ti ci puoi specchiare ma devi essere alla loro altezza. E sentendo Milano come la mia città, sempre e comunque, la paura di cui parlo è di quelle importanti".

Com'era la cosa del disco chiuso in casa in via Sismondi per mesi?
"Era il 2002, prendo e affitto un appartamento lì, a Città Studi. Mi barrico. Ascolto cose, metto microfoni sul balcone per captare i rumori là fuori, suono: il disco si chiamava proprio Canzoni dell'appartamento. In copertina una foto pazzesca di via Cermenate, le case popolari. Milano è incredibile".

Ovvero.
"Bombardata, vilipesa sempre come obiettivo primo, e i milanesi sempre lì, a ricostruire con un senso vero. Il fascismo che nasconde le foto della città aperta e coi canali, il tentativo bieco di nascondere il passato per mettere le mani sul futuro. Ma qui non funziona. Milano ha un'anima imprescindibile che fa paura a chi vuole metterci mano per proprio tornaconto".

Sintetizzandola per sensazioni?
"Milano per me è rispetto e rimpianto. È l'unica città del mondo che abbiamo: vengono pochi turisti, non la capiscono? Meglio così. A me piace il suo essere pianura, tutta, senti la pianura arrivandoci e non ti perdi mai. Ci sono i cerchi concentrici e non ti puoi sbagliare: se vedi la strada dritta davanti a te, sei su un raggio. Se vedi una curva, sei su un cerchio".

Quella volta dell'appartamento che le dicevano i vicini di casa?
"Lasciavano vivere. Lo so che vuole tirarmi dentro il luogo comune: a Milano non conosci i vicini. Bene così: non è freddezza, è lasciar vivere, te e gli altri. E che non ci sia freddezza lo dimostra questo: è la città che offre di più come occasioni fuori casa, la musica, la cultura in genere. E non ci vai per gozzovigliare, ma anzi lì conosci la gente, la frequenti, in nome di qualcosa che hai in comune. A me sembra perfetto così".

Ma non è edulcorato tutto?
"Non sto parlando del paradiso. Intendo le proporzioni: l'Italia, il Paese tutto, per dire, ha completamente smarrito il senso civico: a Milano un barlume lo ritrovi. Quanto meno una speranza di".

Ma lei non dovrebbe essere trasgressivo oltre ogni convenzione?
"Io sono estremamente dotato di senso civico".

Milano l'ha vissuta soprattutto negli anni 90, il boom dei locali di Musica, la prima scena indie, la nascita di gruppi importanti... 
"Un posto come Le Scimmie ha segnato una generazione. Soprattutto per il senso che dava a quello che c'era intorno. Ricordo un Ferragosto, caldo atroce, a Milano erano rimasti in duemila, per dire. E alla sera tutti e duemila andavano alle Scimmie. Ricordo una serata a fare musica fino al mattino con un effetto pazzesco".

Suonando cosa?
"Modugno. Per quattro ore".

Sì?
"Bello, eh?"

In quel disco, sempre l'Appartamento, c'era anche Non arrossire, di Gaber. Questo feticismo, condiviso con il suo amico Battiato, delle piccole e clamorose canzoni di un tempo è una gran cosa.
"La canzone intesa in quel senso è un gioiello inestimabile, non esiste nulla di simile nell'arte di creare, pochi minuti e c'è tutto, il vero punto di incontro tra cultura alta e bassa: peggio per chi si sente troppo colto e non lo capisce. Un disco dell'epoca era uno scrigno. Con Battiato ci siamo trovati subito su cose simili: ricordo uno dei primi incontri, una cena al Buon Convento in corso Italia, io, lui e Manlio Sgalambro".

Bel gruppetto.
"Io avevo i capelli tinti, un colore strano, vai a sapere. Il filosofo mi guardava un po' così. Franco si divertiva assai. Alla fine Sgalambro ordina un semifreddo e spiega che lo fa perché rappresenta l'armonia degli opposti. Magnifico".

Battiato ha una storia molto milanese.
"Scherza? Quasi per intero. All'epoca di Aries e Clic non se ne sapeva nulla in giro, molti lo immaginavano sperduto in qualche dimensione eterea: invece era fisso a Milano a divertirsi e produrre. Ma perché, la scuola genovese dei cantautori? Mettiamo anche che andassero a ispirarsi nei monolocali a Boccadasse, poi quando dovevano fare sul serio, incidere i dischi, trovare gente concreta partivano per Milano e qui restavano fino alla fine del lavoro".

Qui si parla di Bei Tempi: la prima cosa che le viene in mente?
"La prima edizione di X-Factor, le audizioni. Chiusi in un albergone al Corvetto: agli ultimi piani c'era una vista in direzione Lodi che non la posso descrivere. Era bello tutto, credevamo ancora nei talent perché erano le prima volte. Poi si sa come vanno queste cose".

Come tutto il resto.
"Le ho detto che Milano è come Vienna?"

Ecco, questo sfuggiva.
"La amo in quel senso, soprattutto. Le nebbie, certi grigiori e io impeccabile in giacca e cravatta che mi aggiro in qualche angolo in cui non mi vede nessuno, anzi nessuno vede nessuno. Bellissimo. La giacca, soprattutto, mi raccomando. Milano è la città della giacca. Peccato che non abbia capito Liszt".

Austriaco, peraltro.
"L'ho trovato in una sua biografia. Lo contestarono alla Scala, lui il giorno dopo affittò una carrozza scoperta e si fece portare in giro per il centro, ritto, impettito, rivolgendo sguardi di sfida a tutti. Sto lavorando su sue cose, voglio risarcirlo dopo tanto tempo e lanciargli un messaggio milanese come a dire: fermo, uno che ti ha capito c'è".

 

Fonte: milano.repubblica.it/cronaca/2016/03/20/news/morgan_milano-135899145/




Tutti i diritti sono riservati - © 2010-2013 InArteMorgan.it - Copyright. - Contattaci.