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di Massimo Giuliano

Nel "Da A ad A tour", Morgan porta in scena uno show controcorrente rispetto allo stile del suo ultimo cd: coadiuvato da Daniele “Megahertz”, rilegge tutti i propri pezzi in chiave rigorosamente elettronica. E annuncia il ritorno dei Bluvertigo...


Nel "Da A ad A tour", Morgan porta in scena uno show controcorrente rispetto allo stile del suo ultimo cd: coadiuvato da Daniele “Megahertz”, rilegge tutti i propri pezzi in chiave rigorosamente elettronica. E annuncia il ritorno dei Bluvertigo...

Ciao, Morgan! Benvenuto su Musicalnews. Come descriveresti il "Da A ad A tour"?
«Quello che propongo è un concerto un po’ particolare: non è come ciò che ho fatto negli ultimi anni insieme ai Bluvertigo. Anzi, questo spettacolo non ha proprio nulla a che vedere con il senso del gruppo, che mescolava l’elettronica al rock. Dopo essermi separato da Livio, Sergio e Andy, ho scelto di cambiare e così mi sono buttato in un pop classicheggiante. In concerto suono molte cose dal vivo, ma siamo solo in due, e quindi, inevitabilmente, ciò che il pubblico si trova davanti è una roba un po’ elettronica. Sul palco utilizzo molte tecnologie, tra cui il Midi, che era in voga negli anni ’80: nel Midi ci sono più hardware che si legano tra loro, e c’è come un rapporto di sadomasochismo tra le macchine. Io credo che questo spettacolo rappresenti un po’ una metafora degli organi del corpo umano, che sono interconnessi tra di loro: anche qui ci sono più elementi che si connettono. E poi, il Midi ha 127 livelli, quindi a livello creativo offre varie possibilità».

Vedo che questo discorso ti affascina molto…
«Lo trovo molto interessante, anche perché ciò che io suono viene filtrato dal fonico, che miscelandolo lo rimanda alle casse: ne consegue che ciò che io e il pubblico ascoltiamo non è esattamente quello che io ho prodotto, ma una sorta di riflesso della mia intuizione. È come se l’idea di me stesso dipendesse da ciò che gli altri mi trasmettono».

E in questo scambio reciproco le macchine vengono ad avere un ruolo attivo…
«Sicuramente sì. Le similitudini tra noi e loro sono tante. Il sistema nervoso è acceso o spento, come il control voltage. Nelle macchine esiste il master ed esiste lo slave, cioè c’è il capo e c’è il servo. Il ritmo del corpo dipende dal cuore, e i polmoni sono gli arpeggiatori. Ecco, io credo che l’uso delle macchine nell’elettronica sia come il rapporto tra cuore, muscoli e cervello. Però le macchine hanno qualcosa in meno rispetto a noi: non sono dotate di liquidi. Se ci fossero i liquidi, le macchine potrebbero cadere in depressione, e sarebbero meno prevedibili. Secondo me, in futuro le macchine avranno al loro interno sangue e acqua, e funzioneranno meglio. Ora ogni tanto si inceppano, e forse ciò è dovuto anche alla mancanza di liquidi. In concerto, con loro, a volte mi va bene, altre volte no: questo comporta che spesso ci siano tempi morti».

È un bene o un male, secondo te?
«Dipende dai punti di vista. Secondo me è un bene. Nel 1989 andai a vedere David Bowie a Modena, e mi ricordo che lui era incazzatissimo perché non gli andava bene nulla di ciò che stava accadendo. Cominciava le canzoni e le interrompeva poco dopo, insultando i suoi tecnici. In quel concerto c’erano parecchi tempi morti. A me tutto questo è piaciuto molto, mi ha interessato, mentre i più se ne sono andati ritenendo fallimentare un’esibizione del genere».

In Italia sei uno di quelli che hanno riportato in auge il Theremin, e anche in questo spettacolo lo usi. Che rapporto hai con questo strumento?
«Un rapporto bellissimo: ne ho uno piccolino, con il quale gioca mia figlia. Lo uso perché è lo strumento base dell’elettronica, e perché mi piace il fatto che “suoni l’aria”. Theremin era uno scienziato geniale: peccato che, oltre ad aver inventato questo strumento, sia stato anche – involontariamente – l’ideatore dei campi di concentramento, visto che ha creato anche il filo spinato e le cimici! Comunque Theremin è un personaggio che ammiro molto: con Max Gazzè facevamo interminabili discussioni su di lui. Io parlavo di Theremin, e Max mi parlava di Tesla, sua grande passione».

In definitiva, Morgan, come ti è venuta questa idea basata sulla contrapposizione organismo-strumenti elettronici, considerando anche che il tuo ultimo cd, “Da A ad A”, è basato su una presenza importante dell’orchestra?
«Le idee vengono fuori dal “divertimento” nel senso di divergere, cioè quando stai pensando ad altro. Vengono quando si cambia rotta. La conoscenza, l’esperienza, la frequentazione del mondo… tutto è interessante, ed è da questo che scaturiscono le idee. “Da A ad A” è un lavoro che ha molte sfaccettature, ed effettivamente questo live è diverso dalle sonorità sulle quali è impostato il cd. Però bisogna considerare una cosa che lega idealmente questi elementi: io compongo da sempre con il computer. Lo faccio da quando ho comprato il mio primo Atari. Per comporre non ho bisogno di strumenti: ho tutto in testa, anche perché sono convinto che una persona sappia già se una struttura linguistica funzioni o no. Il computer è la cosa migliore per fare degli schizzi. Non è stato da meno il processo di scrittura di “Da A ad A”: è vero, in questo disco ho pensato di utilizzare l’orchestra, ma ho scritto tutto al computer, e poi ho dato le partiture ai musicisti. Fondamentalmente, in questo tour suono i provini delle mie canzoni. Ho reinventato tutti i pezzi dall’87 ad oggi. Tutto ciò in previsione di un ritorno con i Bluvertigo, dove le cose dovranno necessariamente essere diverse».

Giorni fa è morto Stockhausen, un maestro dell’elettronica: cosa ne pensi della combinazione dell’elettronica con altri generi musicali?
«Credo che l’elettronica nel pop sia commerciale, ma a tratti ci sono cose molto belle. Invece l’elettronica nella classica, tipo Stockhausen, mi piace solo ascoltarla: non trovo che sia così incisiva come può esserlo nel pop».

In certe piccole città fatica ad affermarsi una scena musicale vera e propria. Secondo te in provincia è più difficile emergere?
«Non penso che sia questo il nocciolo della questione. Il problema di una scena che non riesce a svilupparsi è un problema tutto italiano: a Milano non c’è niente, a Roma meno del meno. La situazione è deprimente, ci sono modelli sbagliati. Non si comprano dischi, a nessuno frega niente della musica. Se vai a Londra vedi che tutti suonano, c’è una maggiore offerta, un maggiore interesse, la musica è più presente nella testa delle persone. Milano, che può essere un “mito” per chi vive in provincia, in realtà è arida, e nonostante ciò è la migliore proposta che abbiamo nel nostro Paese. Non c’è per niente la cultura della bellezza. Manca la capacità di produrre cultura di prima mano: al contrario, qui in Italia spiccano le imitazioni. I discografici sono interessati solo a ciò che vende. Non capiscono niente di musica: ascoltano Frank Zappa, ma uno così non lo produrrebbero mai. Quando io ho presentato “Da A ad A”, mi è stato detto che “Tra cinque minuti” era un pezzo su cui si poteva lavorare, ma non perché fosse il migliore del disco, bensì perché era il meno peggio. Mi è stato detto che la mia musica non è nuova ed è difficile: un’affermazione contrastante, secondo me, perché è difficile la musica nuova, non quella vecchia. La verità è che il discografico che avevo davanti non riusciva a capire come vendere questa musica. Ma forse aveva ragione lui, perché questo disco non si vende».

Le radio ci mettono del loro?
«Le radio commerciali sono inascoltabili: non c’è più una musica. Si ascoltano sempre le stesse canzoni: ma perché? Io non vedo mica un film 10 volte al giorno! Il mio consiglio è di fregarsene dei riferimenti e di pensare di non stare in questo mondo. Io sono sempre stato in contrasto con questo mondo, e infatti sono riuscito a fatica a fare dischi. Poi ci si mette anche la politica, che è totalmente disinteressata al bello».

Hai sollevato una questione interessante: come ti poni nei confronti della politica? Hai mai pensato di “scendere in campo”?
«Dico subito che io sono uno che si interessa di politica: non sono di quelli che si lamentano che fa tutto schifo. E dico anche che io questo governo me lo sognavo la notte. Però, se decidessi di entrare in politica, lo farei per stare in Parlamento, dove andrei volentieri, non lo farei di certo per “tirare la volata” a qualcuno. Vittorio Sgarbi ha provato più volte a coinvolgermi, ma io continuo a rimbalzarlo perché lo ritengo un furbacchione, uno molto intelligente, che vuole usarmi solo come testimonial. Ma io non sono disposto ad apparire sui manifesti insieme a lui, soprattutto per quello che la gente pensa di lui. Sgarbi è una persona molto colta, ma con la quale si può parlare tranquillamente solo di arte e letteratura».

In conclusione, Morgan: tu nel 2000 cantavi “Ti piace Springsteen? Non c’è problema”. Cosa volevi dire?
«Secondo te cosa volevo dire?».

Che anche se abbiamo gusti musicali diversi, siamo amici lo stesso.
«Bravo!».


Fonte: musicalnews.com


Il recital non ha una vera scaletta: «Posso fare quello che mi va»

Il cantautore milanese venerdì alle Scimmie con un nuovo look: «Somiglio un po' a Clooney e un po' al Tom Cruise di "Top Gun"»


Dal vecchio Morgan al nuovo Morgan. Il cantautore milanese preferisce non parlare delle pene d'amore con la sua compagna, l'attrice Asia Argento — «non ho più la forza per farlo» — e in attesa di voltare pagina cambia look. Zac, un taglio netto alla folta chioma nera: «Ora somiglio un po' a George Clooney e un po' al Tom Cruise dei tempi di "Top Gun"». L'occasione per vederlo e ascoltarlo è venerdì sera sui Navigli: «Le Scimmie è un locale speciale, dove posso fare quello che mi va». Così il recital non ha una vera scaletta. Si comincia con brani dall'ultimo album «Da A ad A» alternati alle cover che più lo hanno ispirato: «Ci saranno De André, i cantautori italiani ma anche John Lennon, i King Crimson e i Pink Floyd». Appena rientrato da una tranquilla («e un po' noiosa ») vacanza in Val di Fassa («ho passato notti a fare il karaoke»), Morgan si concede ora lunghe passeggiate in città («mi piace perdermi, osservare le persone soprattutto quando sono ferme ai semafori»). Nel concerto di venerdì sarà da solo, almeno all'inizio. «Se qualche sconosciuto musicista vuole farmi compagnia sul palco è bene accetto, purché suoni uno strumento elettronico: l'ideale sarebbe un theremin o un sintetizzatore modulare monofonico».

Fonte: corriere.it

Severino Colombo
30 agosto 2007

 

Morgan - chitarra (2007)

 

Una sera di giugno. Presso la sua villetta con giardino Marco Castoldi riceve cordialmente Massimo Coppola. Dapprima gli offre una bistecca con patate e un bicchiere d’acqua. Quindi lo invita all’ascolto del suo nuovo disco, suonato nella living room della piccola dimora. I due, alternando le parole all’ascolto, si intrattengono per quasi tre ore in conversazione sopra diversi aspetti di alcuni dei brani che compongono il disco, intitolato Da A ad A… Marco: «Amore assurdo, il primo brano era Amore assurdo».

Massimo: «Sembra un musical».

«Sì, è fortemente sinfonico, c’è un grande dispiegamento di forze orchestrali, con archi e legni, in questo pezzo tratto da un mio racconto. Ognuno di questi brani viene fuori da un racconto di prosa. E quindi c’è uno stile fluido, non “poetico” nel senso della metrica poetica. È discorsivo e un po’ stream of consciousness. In questo caso il riferimento può essere anche Battiato, che l’ha poi mixato, per la prima volta ha fatto il fonico di mix… lui non era d’accordo sul volume del basso perché quello che avevo ottenuto io era estremo».

Qui come nel tuo disco precedente c’è un uso di espressioni tipiche della canzone d’amore – cuore in frantumi – insieme a qualche elemento estraneo… la parola di questo pezzo secondo me è passamaneria…

«Be’ sì, com’era cosmogonia in Altrove!».

«Un ultimo sguardo commosso all’arredamento e chi s’è visto s’è visto». Finiva così se non ricordo male…

«Sono tutti dischi di prigionia. Mi ero chiuso in un soggiorno di Milano, stavolta mi sono chiuso in un basement di Monza. Però la sostanza è quella, io entro in me stesso, sono solo quando faccio questi dischi, in una casa».

Prodotti da una specie di unheimlichkeit… una “angoscia” da luoghi (non)familiari…

«È una tristezza, è una desolazione della casa. Immagina un campo lungo: vedi tutti gli oggetti della casa, apparentemente fanno parte di un vissuto quotidiano normale. Ma più ti avvicini, più c’è una malattia degli oggetti, e più sembrano parcheggiati là, da tanti anni, inutilmente. I giornali dell’anno scorso, i libri aperti alla stessa pagina che è ingiallita. Questo ha a che fare con il “lasciare le cose là come sono”, senza spostarle, per la paura del cambiamento. E anche per la paura dell’abbandono, sono tutte canzoni d’abbandono. “Belle scatole da conservare. Stivare per ricordare, accumulare… nastri, carte, fotografie, passamanerie”. Accumulare ricordi che io non vado neanche più a consultare ma so che stanno lì… e che mi fanno piangere. È un angosciante ricordo chiuso in una scatola, della serie “speriamo che non succeda mai più che io sia così solo”».
Brano numero due. Da A ad A. Hai delle dichiarazioni spontanee?

«Da A ad A è la teoria delle catastrofi, una teoria che comincia così: “Due corpi A e A sono ‘vicini’ ma ‘lontani’, sono ‘uguali’ ma ‘diversi’…”. È tutta così. In sintesi dice che quando un corpo da A vuole andare a B accade qualcosa di imprevedibile, che fa parte delle leggi del caos per cui questo corpo è costretto a ritornare in A anche se è “convinto” di essere in B. Allora implode, diventa l’anti-se-stesso, un buco nero…».

Teoria applicabile alla condizione umana…

«Totalmente». Da A ad A ha una fase pseudo-dark molto mitteleuropea, chitarre un po’ cupe, suoni metallici sullo sfondo e poi ripartono dei fiati settecenteschi…

«Siamo in piena imitazione barocca come stile compositivo».

A quel punto uno si aspetta la chitarra e invece parte una fuga di fiati. È una continua sorpresa, in questo è psichedelico. A ogni verso, cambia il pezzo.

«Questo brano l’ho composto come un caleidoscopio, cioè il caleidoscopio era poggiato sul mixer. Ho finalmente trovato un caleidoscopio che non fosse di pezzettini di vetro ma che fosse di liquidi. Lo guardavo per distrarmi dal computer. Mi ha fortemente influenzato…».

I temi affrontati in questo disco, come in quello precedente, sono molto personali e tristi… eppure Da A ad A è giocosa, come se ti avessero regalato cento giocattoli e ti fosse venuta voglia di giocare con tutti contemporaneamente… quante tracce ci sono?

«Più di duecento. E suonano tutto il tempo. E infatti ho perso il controllo. Il disco è il tentativo di ritrovare il controllo… era parte del gioco perdere il controllo, il disco è sfuggito di mano. Ha una sua volontà. Cioè io ho cercato di domarla questa bestia».

Il testo, non l’autore, è ciò che conta ecc ecc… E la A è la A di Asia?

«Sì, ma è anche la A di Anna Lou, mia figlia, e tutte le A della mia vita: la A di anarchia e di per aspera ad astra… È la A di assurdo, è la A di Albert Camus…».

Ecco, nel Mito di Sisifo Camus…

«…parla dell’assurdo, che è alla base di questo disco. Ero su un treno, andavo da A a B, cioè da Milano a Roma, e leggevo proprio Il mito di Sisifo, e ho capito come avrei dovuto fare il disco. E in effetti sono andato a Roma per niente, e sono tornato indietro perché non c’era niente da raggiungere. E son tornato al punto di partenza…».

Animali familiari è una canzone buffa con uno stile molto diretto che si rifà a stereotipi giocosi per rappresentare la condizione maschile. In natura i maschi…

«…subiscono. È un esperimento. È una “canzone-documentario”».

Ci sono molte onomatopee musicali. Hai usato strumenti che ricordassero i suoni della natura…

«…ho usato strumenti concreti, pezzi di legno, pezzi di ferro. E gli strumenti giocattolo. Qualsiasi strumento lì, è sostituito con la sua riproduzione giocattolo. Quindi la fisarmonica è una piccola fisarmonica, la chitarra è una piccola chitarra, il vibrafono era questo qui [ding!]».

Come hai fatto ad accordarlo?

«Niente… suoni le note che possono starci per dare timbro. È l’onomatopea musicale alla Tom&Jerry: il trombone per il momento grottesco, il clarinetto che viene usato anche in Pierino e il lupo, mi sembra per fare la papera, pepapopepe…».

A me è sempre piaciuto quella specie di glissato discendente che sottolinea delusioni e difficoltà dei personaggi… ecco, quel glissato, quella specie di onomatopea interiore è trasparente, semplice, maschile.

«Sì, è un’asciuttezza maggiore che hanno i maschi. O forse parliamo un po’ meno…».

Parliamo meno.

«Io per esempio sono un uomo piuttosto femminile, non nella mia sessualità, ma nella mia quotidianità, nei gusti, nel modo in cui gioco. Per esempio amo la fiaba, le tappezzerie floreali. Io sono anche vissuto soltanto in mezzo a donne, perché mio padre è morto quando ero adolescente. Mia sorella, mia mamma, le mie zie, le mie nonne: lavoravo all’uncinetto quando avevo 15 anni, facevo la maglia, mi sono fatto dei cappelli. Quando i miei amici andavano a giocare a pallone, io stavo a casa a scrivere, a parlare con le donne. Il fatto che abbia scelto di fare il cantante è per una certa voglia di conquistare, di essere amato, guardato. Alle donne piace questo, no? Cioè, queste sono generalizzazioni, sono cazzate. Possono essere tutte confutate immediatamente, quindi, così, un po’ all’acqua di rose…».

Alla carlona! Alla carlona! Ma è giusto così, perché siamo le formiche, gli oranghi, e tutto quanto. Passando a un altro pezzo, Demone della notte… la prima cosa che mi è venuta in mente è il tuo telefono di casa… uno chiama sente dieci squilli, poi a un certo punto ecco un altro suono e altri squilli di un altro tono, poi altri suoni e squilli ancora diversi…

«E c’ho lavorato tanto… a un certo punto c’è anche un finto fax. Abbiamo studiato tutto, è stato molto complesso. Fa parte del budget dell’album, sempre sonorità della casa…».

Poi ho pensato a Nick Cave non so neanche perché…

«Il mio riferimento sui demoni e la notte sono gli Everly Brothers. Nancy’s Minuet. Ricorda la balera, quelle atmosfere lynchiane, il night club della tua camera da letto. Il pezzo racconta dell’unico vero grande incubo che ho avuto in tutta la mia vita, un incubo a occhi aperti. Ho avuto una grande visione, e a me non capita, neanche sotto stupefacenti potentissimi. Mi sembrano cazzate, quelli che dicono “ci sono i serpenti”, o “vedo gli alieni”, gli alieni ce li avranno dentro. Nel mio caso credo che il problema fosse il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. È stata una notte decisiva, credo che abbia rappresentato la morte della mia adolescenza. Insomma ho visto questo volteggio di bambini-vampiri che mi portavano con loro in una spirale demoniaca».

Merda.

«Una roba da cagarsi in mano… ero sveglio, sudavo di brutto. A un certo punto ho avuto il coraggio di dire: “No ma cazzo, cioè ma stiamo scherzando?”. Ma li vedevo, c’erano e avevo una paura pazzesca, allora ho preso la cornetta del telefono, ho ascoltato, faceva tu-tu e io ero sveglio. Ho acceso la luce, ovviamente la visione è sparita – ma io avevo una caga pazzesca – allora sono andato da mia mamma, l’ho svegliata, e le ho raccontato questa cosa, e mia mamma – che come dico nella canzone “non sa capire le malinconie” – mi ha detto solo: non avrai digerito…».

Genio!

«È un genio, perché a quel punto, io tac! Sono ritornato per terra…».

Esatto. Peraltro aveva sicuramente ragione.

«È quello che dico io…».

Nel Cantico dei drogati, De Andrè dice…

«“Come farò a dire a mia madre che ho paura”… io sono riuscito invece a dire a mia mamma che ho paura, e lei mi ha detto “non avrai digerito” e non avevo più paura. Per questo il suo non sapermi comprendere è stato positivo, in questo caso. L’altro riferimento che c’è nella cantilena finale della mamma è Major Tom, Ashes to Ashes di David Bowie, che dice: “My mother said to get things done. You better not mess with Major Tom”. In quel caso la madre lo comprende e dice: “Poverino sei un drogato di merda, te l’avevo detto io che non avresti mai dovuto fare quelle cose là”. Invece mia madre, essendo aliena dalla mia situazione…».

Sarebbe bello ricordare cosa avevi mangiato, questa sarebbe…

«Frutti di mare». Eh Eh. I frutti di mare, si sa, sono pericolosi… a un certo punto, in questa canzone, entra un basso, due note secche che ti fanno immaginare un seguito e invece no. Sembra che tu abbia volutamente rifiutato la ripetizione, cioè non vuoi dare quella soddisfazione all’ascoltatore…

«È il coitus interruptus dell’arrangiamento mio, troppo comodo. Ci sono ripetizioni un po’ segrete, nascoste, ma sono macroripetizioni, le vedi a livello di macrosistema, non di loop piccoli, che si ripetono…».

…mamma mia! È un concept album!

«Assolutamente. Io lo definirei anche più beceramente opera rock, perché…».

Per l’elemento sinfonico.

«Per l’elemento sinfonico».

Certo.

«Certo. C’era tanto materiale ma ho voluto tenere un campione di ogni elemento. C’era un bel giro di basso lì… e c’era anche dopo. E ho detto: “Cosa faccio, a quale dei due rinuncio?”. E allora ho detto: “No, li tengo tutti e due”. E questo succede su tutti gli elementi. I corni suonano un brano e mi piace un’esecuzione che fanno; poi gliela faccio risuonare e mi piace perché è molto diversa. Allora, allora le faccio suonare insieme così tu li senti tutti e due… Ovviamente dopo c’è il procedimento di smontaggio, e di rimontaggio che è stato lungo…».

Quanto c’hai messo?

«Sei mesi di lavorazione concreta; eseguire, suonare, scrivere partiture e farle suonare all’orchestra. Due anni di ragionamento sopra alla cosa. E non l’ho mai cantato questo disco… sono tutte delle voci-guida, c’è stata solo una session di due giorni, quando stavo per partire per l’Inghilterra. Disperato perché dovevo chiudere e andare a masterizzare il disco…».

Storia d’amore e di vanità…

«Sì. A te dico questa cazzata che poi non scriveremo…».

Qual è?

«Che in genere la divanità è l’idea platonica del divano. Storia d’amore e divanità».

La divanità è l’esser-se-stesso del divano, nel suo ritornare all’esserci del tuo culo, diciamo.

«Sì».

Allora il pezzo è diviso in due… una prima parte più tradizionale, cantata e poi una lunga parte strumentale in cui non si riesce a capire se stai scendendo o salendo…

«Compositivamente è una canzone stranissima. Come si dice delle progressioni “sale di quinta e scende di grado”. Sale e poi riscende, sale e poi riscende. Ho lavorato molto a questa cosa. L’ho trovata giocherellando col pianoforte facendo questi trucchetti un po’ alla Escher. Cioè vediamo se riesco a dare l’illusione di salire e invece sto scendendo? Oppure viceversa…».

Il patetico, nel linguaggio della musica, è una cosa precisa…

«È una cosa anche bella, cosa che nella vita non è. Quando tu dici a una persona quello è patetico, fa schifo».

È il classico termine che è diventato spregiativo e non si sa bene perché, perché deriva da pathos… Direi che nella prima parte del pezzo c’è una specie di neorealismo patetico…

«Che è la canzone romantica italiana…».

…nel senso che non si può evitare di compatire, no? Il pezzo si chiama Storia d’amore e di vanità, però è anche d’amore e di verità, perché il patetico secondo me è la verità.

«Sì. Quando uno fa capire quel che prova davvero, diventa patetico. È il sentimento dell’amore più tragico. Ma adesso arriva il bello dell’album, quel pezzo che è proprio il “capolavoro” vero del disco. Quello con la fumata di crack iniziale… senti…».

Titolo?

«Contro me stesso».

Sembra musica generativa…

«Si tratta di delirio musicale, di perdita totale della coscienza musicale. È anche la canzone più tossica che ci sia ma anche d’amore, perché ci si comprende nella sofferenza. È la canzone sperimentale del disco, si sovrappongono pattern assurdi senza nesso ritmico né armonico. Qui risiede tutta la ricerca che ho fatto, sia in termini di elettronica inorganica, sia di composizione orchestrale per clusters, cioè per dissonanze da orchestra usata per fare gli effetti, non accordi… ci sono mille versioni di questo brano e quella che ho messo nel disco è quella sbagliata, io ne avevo preparata un’altra….».

È il giusto finale per questa canzone. È interessante l’uso della chitarra acustica in un contesto quasi noise…

«Dove tutto il resto è completamente informe, la chitarra fa accordi di la maggiore, do maggiore… che poi la chitarra acustica è elettronica. Sono tre le chitarre. Campionate, e sono io che suono il tasto tran-tata-tran-ta-tran…».

Il pezzo finale tradisce le intenzioni del disco. Viene fuori quella specie di sporco, grezzo, destrutturante. Nega tutto il disco.

«Sì, completamente. C’è un clima berlinese…».

…questa sorta di abbandono che tu hai definito tossico… mi vengono in mente quei filmati dei jazzisti neri strafatti…

«Eroina».

Eroina.

«Ma questo è crack. E qui peraltro nessuno dei musicisti si è fatto niente. È un fatto concettuale… Anche perché c’è Sollima, violoncellista meraviglioso, che è capace di delirare consapevolmente. Poi c’è Liebestod, il pezzo che canto con Asia, partorito dal primo accordo dell’ultimo atto dell’opera Tristan und Isolde. Il testo è di Asia, la musica è mia. È stato bello farlo, abbiamo passato tantissimi giorni a lavorare insieme nel periodo di Natale. La situazione era molto romantica».

…il Natale mi fa venire in mente il finale del disco. Un accordo maggiore, solenne e improvviso adeguato come soundtrack della resurrezione di Cristo…

«C’è un’apparizione. C’è ottimismo».

Ma ti è uscito proprio per caso come sembra dal disco?

«Totalmente»

E poi ci sono degli archi un po’ simil minimalismo inglese… E all’improvviso…

«È un groviglio musicale, note molto vicine tra loro e alla fine esce questa luce. È simbolismo puro. Musica descrittiva, non c’è dubbio. Sto descrivendo, come dici tu, cioè ascolti Jardin sous la pluie di Debussy, e dici: “Qua c’è la pioggia”. Lì, vedi, c’è la luce. È il colpo di scena, il gran finale…».

Dieci minuti di roba scura, psichedelica, berlinese… e alla fine questa mossa tipicamente italiana, se non cattolica…

«Il lieto fine?».

La salvezza dopo le tribolazioni…

«Non te lo aspetti da questo disco. Nell’Appartamento c’è Canzone di Natale che non è…».

No. Canzone di Natale io non la posso ascoltare…

«Canzone, caaaanzoone…».

Noooooooooooo. Aiuto. Guarda, i miei Natali in famiglia erano una cosa veramente…

«Sì. Il lutto».

La famiglia è un lutto… ecco il pezzo in cui canta anche tua figlia, You Blue. C’è un finale, anche lì patetico: parli a tua figlia della separazione tra te e Asia…

«Sì. Bisogna essere sinceri con i bambini, non dire menzogne, far sì che imparino a gestire anche la sofferenza… Questa è la canzone che ho scritto per il suo quinto compleanno. Era un periodo in cui eravamo in rotta io e la madre. E c’era proprio una situazione molto brutta, Anna Lou andava e veniva. Le ho fatto un regalo, ho scritto una canzone, in cui c’è il gioco ma anche il momento che ho sempre definito “la patetica”, appunto».

Da qualche anno si parla della “sacralità” della famiglia. I laici, i libertari, quelli anche vagamente di sinistra, sono additati come nemici della famiglia. Se dici «i gay devono fare quel che gli pare», sei contro la famiglia. Se dici «non mi voglio sposare, voglio i miei diritti lo stesso», sei contro la famiglia…

«Sono follie…»

Poi quale famiglia. Io continuo a pensare che la famiglia “tradizionale” sia innanzitutto un luogo di malattia…

«…del quale liberarsi. È bizzarro che tutti quelli là che parlano di famiglia, poi siano tutti divorziati, gente che… insomma poi questa gente qua va a puttane, è proprio la loro ipocrisia che li porta a quello. Di quale famiglia parliamo?».

Per questo credo che la tua “patetica” sia una canzone politica…

«Certamente. Il concetto è questo: siccome oggi la famiglia è sfasciata, è importante avere a che fare con la realtà delle cose. Allora questo pezzo spiega: tu hai un rapporto con tua madre, ma hai anche un rapporto con me. E siamo due cose diverse: quando sei con me ci divertiamo io e te. Quando sei con la mamma ti diverti con lei. E io non ostacolerò mai questa cosa. Vuol dire semplicemente questo: guarda che anzi ne hai due di famiglie…».

Bene. Basta. Chiudiamo la registrazione. Abbiamo eseguito Conversazione sopra alcuni brani dell’ultimo lp di Marco Castoldi in arte Morgan intitolato…

«Da A… ad A. Com’è, in tedesco?».

Von A… zum A. Credo.

«Von A zum A».

Buonanotte.

«Notte».


 

Fonte: rollingstonemagazine.it

DaAadA è il nuovo album di Morgan, a quattro anni dal suo esordio solista e a due dalla personale rilettura di Non al denaro, non all'amore né al cielo di Fabrizio De Andrè. Un disco la cui lunga gestazione ha coinciso con un periodo difficile dal punto di vista affettivo per Morgan, che in questi anni ha invertito il giorno con la notte in balia dei propri sentimenti. Il risultato è un cd complesso, notturno, in cui si parla di amore, di divorzio (quello con Asia Argento), di figli e di molte altre forti emozioni, tutto nel consueto stile del cantautore, elaborato, un po' snob e molto classico. Ecco come ce lo racconta Morgan.

Quant'è autobiografico questo album?
Tutto quello che scrivo lo è. Durante la composizione ho vissuto determinate vicissitudini che sono state riportate fedelmente, anche con un certo gusto del particolare e della cronaca domestica. Anche quella A riguarda sia Asia che Anna, mia figlia.

Quanto è stata difficile la lavorazione?
Molto. A un certo punto la situazione è sfuggita di mano, con perdita di controllo su tempi, luoghi e costi. Durante la preparazione dell' album io volevo andare da A a B, ma alla fine mi trovavo sempre ad A. Volevo fare un album di un certo tipo, ma non ci sono riuscito, così come non riuscivo a impormi di lavorare di giorno. Ogni volta dicevo: oggi lavoro dalle 12 alle 23 e regolarmente mi trovavo a lavorare da mezzanotte a mezzogiorno. Ovviamente il risultato finale ha risentito di questo lavoro notturno, anche se sono molto soddisfatto del sound ottenuto.

C'è anche un forte accenno alla musica classica.
Assolutamente sì, dal punto di vista armonico è la madre di tutto il disco. Il brano Amore assurdo è l' elaborazione di un preludio del secondo libro del Clavicembalo ben temperato di Bach. Da otto misure di quel brano ho tirato fuori un pezzo pop usando un software che i dj utilizzano per la techno. Questa musica non solo ricorda la classica o ne ha il sapore, è partorita dalla classica, ha la stessa struttura ossea e armonica. Altro esempio: per Liebestod, il brano che canto con Asia, ho preso il primo accordo del Tristano e Isotta di Wagner e l' ho elaborato. Quello è un accordo abusato ma fondamentale, perché da lì parte la musica moderna. Sviluppandolo ho composto quel pezzo.

Com'è possibile questa sorta di Di.Co. tra classica e pop?
È sempre così: io amo mischiare e rompere la barriera tra cultura alta e bassa. Le cose completamene accademiche e lente, troppo intellettuali, mi annoiano, come d' altronde la superficialità di una cultura usa e getta. Mi piace quando si trova un equilibrio, come sono riusciti a fare David Bowie e Peter Gabriel coniugando la musica commerciale con quella colta. Anche Modugno è rappresentativo in questo senso, mentre Ramazzotti non mi piace, pur rispettandolo, perché non trovo nei suoi testi niente di interessante.

Il lavoro di composizione è stato molto lungo?
La composizione ha avuto peso in termini di tempo, ma niente rispetto al successivo lavoro di editing. Abbiamo realizzato numerose registrazioni, fatte in diverse sessioni con i vari musicisti, poi mi sono portato gli hard disk a casa, dove ho elaborato il tutto con l' uso del computer. Il che significa che ho preso pezzi delle diverse sessioni, ho allungato, modificato i tempi ed elaborato il materiale montando la versione definitiva del brano. L' editing è stato un ulteriore momento creativo nella costruzione dell' album; il più importante e significativo perché di fatto sono nati brani nuovi.

Le tue citazioni musicali e letterarie sono legate al classico, anche in senso rock. Nel moderno non c'è qualcosa che ti affascina?
I maestri sono sempre dei classici, sono eterni, senza tempo e luogo.

Come mai questa voglia di citare sempre qualcuno e qualcosa?
Perché niente si crea, tutto si evolve, ogni cosa è frutto di esperienze precedenti. Non puoi prescindere da qualcosa che c'è già stato. Citare non significa copiare, ma aggiungere del proprio su qualcosa che è già stato fatto, dandogli un valore creativo nuovo. Io mi sento un po' un puzzle, un prodotto culturale di tutto ciò che è passato attraverso me, filtrato dalla mia personalità. Non ho la presunzione di affermare che sono completamente originale, perché non è possibile esserlo. Anche i Beatles, che hanno fatto dell' originalità la loro forza, non lo erano. Cosa sarebbero stati senza gli Everly Brothers, Chuck Berry o Little Richard?

Tutto il materiale scartato dal disco che fine ha fatto, o farà?
In realtà il disco nasce come un doppio, legato a un progetto innovativo di marketing, che però non è piaciuto ai discografici. Avevo proposto questo album alla mia vecchia casa discografica che lo ha rifiutato, sono andato da un'altra che ha accettato, ma che nel frattempo è stata assorbita dalla prima. Quindi sono tornato al punto di partenza: DaAadA appunto! Solo undici ventesimi delle canzoni sono andate sul disco. Due in più saranno disponibili nella versione scaricabile da iTunes, mentre delle altre non so ancora cosa farne. Mi piacerebbe usarle magari con i Bluvertigo. Il fatto è che forse invecchieranno troppo presto, anche se un disco è sempre la punta di un iceberg, sotto c'è una grande stratificazione archeologica di canzoni.

Quindi hai in mente di tornare a lavorare con i Bluvertigo?
Francamente mi piacerebbe! C'è un problema però: dovrebbe rientrare nel gruppo anche Andy. Quando gli ho detto che avrei fatto un altro disco solista ha pensato che i Bluvertigo fossero definitivamente sciolti, così ha iniziato a fare il suo disco solista abbandonando ufficialmente la band.

Hai mai pensato di realizzare un disco di musica classica?
Mi piacerebbe molto, ma i budget non me lo permettono. Resta un sogno nel cassetto; non è da escludere che impegnando anche i mobili di casa si possa fare.

Nel disco c'è un fonico d'eccezione: Franco Battiato che ha mixato un brano.
È un episodio che ti fa capire anche la mia lentezza nella lavorazione. Ero andato a casa sua a fargli sentire dei miei provini, quando lui non aveva ancora cominciato a lavorare al suo album. Poi è uscito, mentre io ero ancora nella fase di editing del mio materiale. Franco ricordava che in Amore assurdo il basso secondo lui era troppo presente. Mi ha chiesto se glielo facevo mixare, cosa assolutamente inedita. Così ha tolto un po di basso e devo dire che il risultato mi piace lo stesso. Anche se credo che pubblicherò anche la mia versione, con più basso.

I 3 album preferiti di Morgan negli ultimi 3 anni

SCOTT WALKER
The Drift
È il disco più creativo e libero da ogni riferimento contemporaneo e passato. È musica della fantasia, dell'inconscio, della libertà, l' album che in assoluto non si può capire subito. Le cose che non capisco subito sono quelle che mi affascinano di più, le altre le abbandono immediatamente. Mi accompagna da un anno, da quando è uscito, senza mai abbandonarmi.

PAUL MCCARTNEY
Chaos And Creation In The Backyard
Un disco semplicemente strepitoso. Il Paul McCartney che amo di più è proprio questo. Non so se riuscirà a fare qualcosa di meglio di questo album. Non so dirti esattamente perché mi piace, ma mi fa stare bene. Anche questo disco mi fa costantemente compagnia dalla fine del 2005.

RAVEL
Concerto in Sol Maggiore per pianoforte e orchestra
Perché è bellissimo, non c'è altro da aggiungere. Non mi provoca solo delle good vibrations, arriva addirittura a farmi piangere, senza scherzi. Nei miei ultimi tre anni è stato senza alcun dubbio la mia colonna sonora più presente.

 

venerdì 06 luglio, 2007

 

di Luca Trambusti

Fonte

L'amore secondo Morgan ( Francesco Campione conversa con Morgan sull’Educazione sentimentale)


Premessa

La conversazione tra Francesco Campione e Morgan ha avuto luogo a Bologna il 5 maggio 2007 nei locali della Scuderia,Piazza Verdi,2 ,in piena zona Universitaria. Era il V incontro (intitolato “Amore e morte“) di una serie ideata da Francesco Campione(Psicologo e Tanatologo dell’Università di Bologna) e dedicata all’Educazione sentimentale. Vi hanno pertecipato anche Paolo Crepet(“L’incontro amoroso”),Concita De Gregorio(“Amore, famiglia, economia”),Cinzia Leone(“Amore e amicizia”),Marco Pesatori(“L’amore tra scelta e destino”),Vadimir Luxuria(“L’amore al di là del genere”)e Stefano Bonaga( “Forum conclusivo”).
Senza nulla togliere alle altre interviste,che meritano di essere pubblicate e lo saranno prossimamente, questa a Morgan è quella meglio riuscita per il calore e la sintonia della conversazione tra il cantante e i suoi interlocutori(Francesco Campione e il pubblico).
Sono passati alcuni anni e Morgan ,che era già poeta e cantante politicamente scorretto, ha conseguito fama e gloria grazie alla televisione,diventando ancora più scorretto politicamente grazie ad una sincerità in grado di surclassare le ipocrisie e i pregiudizi sul mondo dell’Arte e sui “vizi” degli artisti.
Tanto più interessante può risultare oggi leggere la generosa e profonda confessione pubblica di un protagonista della cultura contemporanea del nostro paese e percepirne vulnerabilità , modi di pensare e “gesti” che smentiscono coloro che gli rimproverano di essere un cattivo maestro per i giovani.

Apocrifi editore


CAMPIONE, MORGAN E IL PUBBLICO(1)


C.: Buonasera. Abbiamo un pubblico molto più giovane stasera . Grazie a te.

M.: Molto più giovane anche di me!

C.: Grazie per essere qui. Il tema del rapporto amore - morte, dal mio punto di vista che sono uno psicologo che si occupa di morte da sempre, è un tema molto interessante. Però qual è la ragione per cui parliamo di questo tema in questo ciclo di incontri sull’educazione sentimentale? La ragione fondamentale ,per me che coordino all’Università un servizio di assistenza psicologica per le persone che sono in crisi o che si separano, per me che ho organizzato il “Progetto Rivivere” per aiutare gratuitamente le persone in lutto...per me il tema è estremamente importante , perché il legame profondo tra l’amore e la morte attraversa tutto il nostro lavoro clinico. L’amore è impossibile e sembra che tu debba morire, un amore finisce e tu rischi di morire, ti suicidi o ti lasci morire, una persona ti lascia o muore e ti senti morire, sei felice e vorresti morire in quel momento perché temi che il momento dopo non sarai più felice. I legami tra l’amore e la morte sono molteplici e incidono profondamente sull’educazione sentimentale di ciascuno. E allora ti faccio la prima domanda : nella nostra cultura si pensa che il rapporto tra l’amore e la morte sia come il rapporto tra qualcosa di positivo, l’amore che produce vita, e qualcosa di negativo, la morte, che ovviamente è mortifera, e allora c’è chi,come Galimberti, dice che amore è precisamente a-mors, toglimento di morte, cioè praticamente l’opposto dal punto di vista linguistico. Nel cantico dei cantici, che come sai è l’unica parte della Bibbia in cui si parla dell’amore erotico si dice “forte come la morte è l’amore”, cioè banalmente fanno un pareggio. Ma tutte le volte che si mettono in contrapposizione c’è dietro l’idea che siano due opposti,l’amore e la morte. Ti chiedo:in che rapporto secondo te…, per te l’amore e la morte sono due opposti oppure possono essere visti in un’altra relazione?

M: Non mi sembrano due opposti, mi sembrano due vicini di casa perché…a parte che c’è un’ assonanza tra la parola morte e amore...sono proprio linguisticamente simili, no? C’è solo una t di differenza che forse è la t di “ti amo” ,che se la facciamo entrare dentro l’amore diventa morte. Ma molto spesso mi accorgo che nell’ambito mio, nella canzone, uno fa una canzone, dà vita a una cosa, la crea e quindi in questo caso per amore, per amore della musica, per passione, per questo demone della creazione. Si crea una cosa e quindi si dà luce, si dà vita, e questa cosa esiste. Ma esiste al di fuori di me e comincia a morire dentro di me. Quindi ecco che è creare ma distruggere nello stesso tempo. Per cui una canzone mia una volta che io la faccio è morta per me e comincia a vivere per chi l’ascolta ,e in questo caso sono perfettamente sovrapposti i due concetti, amore e morte. Io amo la canzone e la uccido per vederla vivere.


C.: Si, poi c’è un altro senso di questo, che potrebbe essere quello che deriva dal fatto che tu ami una persona e questo comporta un oblio di te.

M.: Perfetto. Questo calza per quanto mi riguarda. Nel senso che lo stato follemente depressivo in cui verso non è da attribuire altro che a un innamoramento. E questo trovo che sia tremendo ma purtroppo realistico, cioè naturale nel senso che nel momento in cui usiamo l’impersonale, ci si innamora, si scompare perché si privilegia l’altro, si ha cura di qualcun altro e si smette di avere cura di sé. Ovviamente questo in un modo che non è completamente sano, perché ci sono persone che riescono ad amare se stessi e ad amare anche gli altri e sono persone bellissime, luminescenti, ma dalle quali io evidentemente devo imparare qualche meccanismo perché per quanto mi riguarda io mi sento scomparire, mi sento andare in un baratro tremendo e in ciò a non rispettare più le mie esigenze, quindi io uccido me stesso nell’amore. Perché..come ad assecondare sempre l’altro, a voler costruire un mondo che non riguarda me ma riguarda l’altro…non riguarda le mie esigenze, la mia volontà. Perché la mia volontà è la volontà di amare, quindi nel momento in cui amo io divento la volontà dell’altra persona.

C.: Scusa, però in questo mi sembra che ci sia un che positivo, come una leggerezza...finalmente non ti occupi più di te stesso.

M: Io lo penso, però poi questo è autodistruttivo, completamente, perché finalmente io poi non esisto più.

C.: Si, però può darsi anche che quell’altra persona a cui ti dedichi poi faccia lo stesso con te e ti salvi lo stesso.

M.: No, no. Non è così. Cioè, sarebbe bellissimo.

C.: Io credo che sia preferibile questo tipo di amore, quello in cui tu smetti di rivendicare per te e ti dedichi alla cura dell’altro e uccidi te stesso, ed è l’altro che non pensando a sé, ma pensando a te, ti riporta in vita.

M: Evidentemente persone come me non si innamorano mai della persona…non m’innamoro mai della persona che potrebbe amarmi.

C.: Questa è una sfiga.

M.: Per cui c’è una perversione nell’andare proprio a cercare quell’essere umano che ti farà soffrire. E questa è una cosa molto antica, molto atavica. Atavica della mia persona che riguarda forse la mia infanzia, determinate carenze affettive alle quali mi sono adattato e per coazione a ripetere io vado a cercare. Quindi….

C.: Ma tu poi smetti di desiderare che arrivi una persona che invece…?

M.: Razionalmente si, razionalmente però. Razionalmente io vorrei essere amato, ma perché poi io sempre vado a cercare le persone che mi faranno male? Si ripete sempre questa storia di Narciso e Eco. Dove io sono Eco però. Perché canto e perché ripeto sempre la stessa cosa all’infinito e Narciso è colui che non mi guarda neanche in faccia.

C.:Siamo quindi di fronte a un problema. Bisogna trovare una soluzione.

M.: Diciamo che più forte di così una psicoterapia di gruppo non l’ho mai fatta.

C.: Allora Freud, per esempio, prende atto del fatto che l’amore è quella cosa lì che concepiscono quelle altre persone che tu incontri, cioè che è erotismo, che è massimo piacere, che è tendenza ad essere soddisfatto dall’altro, a soddisfarsi dell’altro. E’ sempre però anche constatazione che l’altro non ti soddisfa mai. Allora Freud che ha pensato? Dice: in realtà per fortuna c’è un’altra tendenza, cioè non c’è solo la tendenza ad andare verso l’altro per godere di lui, scaricando le tensioni, ma c’è anche la tendenza a tornare allo stato inorganico, cioè la tendenza a morire. Il che significa, in questa concezione, che la morte non sarebbe la nemica dell’amore, ma sarebbe il fine dell’amore. Cioè se l’amore è questa tensione che non si scarica mai, non puoi fare altro che desiderare di riposarti e ti riposi solo quando sei morto, perché da vivo non puoi riposarti. In questo senso la morte non è più la nemica dell’amore ma il fine. Se vuoi la vita preparati alla morte,perché l’amore è al di là del principio del piacere,si realizza nel nirvana della morte: se vuoi l’amore preparati alla morte. In realtà questo , che la morte è al servizio del principio del piacere e cambia l’amore, gli toglie la tensione dell’impossibile soddisfazione. Io vorrei sapere cosa pensi tu di questo perché c’è un’altra possibilità, e cioè che l’amore , e parliamo dell’altro tipo d’amore, proprio perché non si soddisfa mai, ti da la motivazione a vivere, ti fa desiderare di vivere e non di morire, proprio perché non si soddisfa mai. Quindi meno male che tu nell’incontrare quelle persone là che non ti soddisfano non ti rassegni rifugiandoti nel desiderio di morire, perché così tu continui ad avere il desiderio di vivere e incontrare altri che possano amarti.

M.: Sono anche meno giovane, cominciano a venire meno le forze. Quando ero più giovane potevo permettermi di pensarla così. Troveremo qualcun altro, questa intanto è una palestra. Adesso, secondo me, qualche piccola soddisfazione potrei anche prendermela prima o poi. Sarebbe legittima. Una settimana. Non chiedo di più, una settimana di essere corrisposto. Sarebbe strano già, perché ormai non mi ricordo più cosa significa essere corrisposto. Io penso sì che la tendenza a non essere soddisfatti porta a continuare a voler vivere a continuare a voler cercare. Io sono..non sono uno di quelli che quando ha una cosa poi non la desidera più, mentre la maggior parte delle persone che io incontro invece sono così. Io quando una cosa la desidero e ce l’ho, mi piace e me la tengo, mi diverto. Però forse sono ossessivo, cioè penso che bisognerebbe iniziare a vedere le cose in maniera più..cioè l’amore come amore pratico.

C.: Che vuol dire?

M.: Vuol dire che si riesce ad averlo. L’amore romantico, il grande desiderio dell’assoluto si riesce a praticarlo? Si può mettere in pratica? S’ha da fare! Allora facciamolo. Sennò siamo sempre dinnanzi a un amore letterario, che è romantico, meraviglioso, ci scriverei mille canzoni, però con un prezzo da pagare che è appunto la morte della nostra persona. Quindi ora io penso che per la mia esistenza serva un po’ meno romanticismo e un po’ più praticità. Cioè anche uscire e andare a fare la spesa, cioè anche accontentarsi di poco, della vita quotidiana. Che poi è l’amore che forse ho sempre visto come banale, ma che a una certa età comincia a diventare essenziale. Che è anche il volersi bene e non soltanto il desiderarsi che è un’altra cosa.

C.: Quindi possiamo dire che il tuo amore per il maledettismo, con la sua dismisura,si è un po’ attenuato?

M.: Io me lo auguro. Sto cercando di dirlo a me stesso perché vedo che non si riesce ad attuarla questa mia risoluzione.

C.: Quindi dal punto di vista educativo…dal punto di vista educativo tu saresti per quella cosa che sempre, prima o dopo, i genitori dicono ai figli: non ti fidare di quegli amori che ti convincono troppo, troppo passionali, troppo travolgenti, perché ti porteranno alla rovina, abbi misura, fai la spesa insieme a qualcuno tutti sabati al supermercato…

M.: Oggi come oggi non posso assolutamente pensare di dare un consiglio di questo tipo. No, era semplicemente che cercavo di capire come fare a preservarmi un pochino, perché è molto doloroso vivere all’insegna dell’amore impossibile, dell’amore ideale. E’ doloroso, è faticoso, è rischioso e non sempre poi così bello come sembra. Diciamo che sono un po’ stanco.

C.: Quindi toccherebbe ad altri aiutarti.

M.: Siamo qua per questo..

C.: Insomma amatelo!

M.: Posso fumare?

C.: Fuma, fuma. Anche se non si può fumare tu fuma lo stesso.

Domande del pubblico:

P.1.Ti è mai successo di incontrare, rispetto a quello che dicevi prima che ti sei innamorato e sei stato abbandonato, qualcuna che si è perdutamente innamorata e tu proprio non l’hai vista? Nel senso che lei ti ha detto, si è dimostrata, c’è stato un inizio e dopo tu…

M.: Mi capita di rifiutare l’amore. Ma non di illudere e poi abbandonare, cioè di sedurre e poi abbandonare.

P.1.: Ti è mai capitato di avere una storia con una persona che ti amava e di lasciare?

M.: No, ho lasciato una persona dopo 10 anni che mi martoriava. Ma non sarei riuscito, non l’avrei fatto, se non fosse che ho incontrato una più cattiva.

P.1: Si vede che questo è il tuo destino.

C: No, mi sembra che la signora volesse sapere se ti sei mai trovato dall’altra parte?

M: Bisognerebbe chiederlo agli altri, perché uno non si accorge quando è in quella situazione lì, probabilmente. Perché se no io socraticamente penso che se uno sapesse veramente quello che fa non lo farebbe. Voglio sempre salvarli gli altri, però io penso che quando sono così spietati non si rendono conto di quello che stanno facendo, se no magari si fermerebbero. Quindi io, in quella posizione dello spietato, forse mi ci sono trovato, ma non accorgendomene.

C.: Vuol dire che anche le persone che hanno lasciato te non si accorgevano forse di quanto tu soffrivi.

M: Si, però sempre per perdonarle penso questo. E invece dovrei pensare che sono state proprio cattive, che è la verità.

C.: Però tu vorresti perdonarle!

M: Io perdono, io sono disposto a perdonare non solo dopo, ma anche prima che venga commesso il reato.

C.: Allora, l’amore finisce.

M: Ecco questa è una certezza proprio. Però finisce per gli altri. Per me no.

C.: Per te no. Anche dopo che sono morti?

M: Si, certo. Se si tratta di amore ideale, di amore che non si realizza, che non ha niente a che fare con il qui.

C.:Vedi,Ci sono molte persone che noi seguiamo a cui diciamo: guardate che nessuno muore anche se è morto, se voi continuate ad amarlo. E loro ci rispondono “si d’accordo, ma io vorrei toccarlo”, “si d’accordo, ma non c’è, io lo chiamo e lui non mi risponde. Io ne ho bisogno”, “si d’accordo ma mi manca, voi dite che non muore nessuno, che basta continuare ad amare chi non c’è più, ma io vorrei essere amato, cioè riamato”.

M.: Dal morto?

C.: Cioè vorrei che non fosse morto.

M.: Qui siamo nell’ambito di una patologia però piuttosto grave e piuttosto severa. Quella di non rendersi conto che una persona è morta e non può corrispondere. Cioè ci sono persone che non riescono minimamente ad elaborare un lutto, ma minimamente. Quindi ci sono vari livelli di gravità di questo problema. Io sto parlando di una morte metaforica, che è l’abbandono. Se parliamo di una morte reale penso di essere in grado di capirlo, io personalmente, però capisco che lei fa lo psicologo e vede personalità anche più deviate della mia, che continuano ad avere una relazione con una persona che non c’è e non è più una relazione quella, perché vuol dire portare attraverso la relazione, quindi..se io ti do una cosa tu me ne dai un’altra, e quindi se una delle due non c’è non è più una relazione.

C.: Però molta della cultura umana è fatta proprio per stare in relazione con chi non c’è più. I rituali, per non offendere nessuno.

M: Dunque si, l’arte è un bel campo di contatto, un bell’elemento di congiunzione fra i due mondi, l’aldilà e l’aldiquà. Molto spesso avviene in una maniera così oscura, macabra, decadente come nell’ambito di tutta la produzione romantica, a volte avviene in modo più composto. Ad esempio un’opera d’arte con cui ho avuto a che fare ultimamente che è l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, che sono nient’altro che poesie in forma di epitaffio, quindi proprio stiamo parlando della voce dei morti, dell’anima di questi morti che prende voce in un canto e questo canto ci spiega la condizione della morte, come mai queste persone sono morte e cos’è ora per loro stare là e cos’era stare prima qua, quindi un giudizio anche molto razionale, lucido, paradossalmente più vivo ancora del pensiero dei vivi riguardo alla verità della morte, e noi qui vivi percepiamo questi canti e entriamo direttamente in contatto col mondo dei morti in modo chiaro, non oscuro, limpido, luminescente, quasi direi pomeridiano, così di luce. Trovo che un grande scrittore è colui che fa vivere insieme i vivi e i morti, come diceva Ivano Fossati in una bella canzone che si chiama appunto “La bella speranza”, dove lui dice solo che un grande scrittore mette insieme i vivi e i morti. Trovo che sia verissimo.

C.: E c’entra l’amore in questo?

M.: L’amore c'entra sempre…

C: Nella capacità di uno scrittore di mettere insieme i vivi e i morti?

M.: Nella capacità di amare quel che fa, di amare la missione della poesia, di amare la stessa umanità, perché un’opera di questo tipo ha a che fare con il risveglio delle coscienze. Quindi uno che si sente votato a scrivere una grande opera di questo genere, per poter anche illuminare gli altri sulla condizione della morte, compie un atto d’amore. Però considero ogni opera d’arte, ogni creazione artistica, una atto d’amore, un atto d’amore verso l’umanità, ma anche nei confronti delle persone che stanno vicino a noi, perché nel momento in cui un artista crea non lo fa per se stesso, sinceramente. Cioè è difficile trovare qualcuno che…cioè lo fa rimanendo fedele a se stesso, ma non per se stesso. Non è che uno fa un quadro e se lo guarda e dice “quanto è bello!” e se lo guarda tutta la vita. No vorrebbe che gli altri lo amassero. Quindi fare arte vuol dire desiderare di essere amati. Perché se noi togliamo, se estirpiamo un sentimento da dentro e lo portiamo in una materializzazione esterna che può essere fruita anche da altri, lo facciamo condividere, noi lo uccidiamo dentro di noi.

C.: Certo, e uccidiamo la particolarità, ciò che è nostro. Senti, c’è una domanda di una persona che ha scritto sul forum. Ha fatto una domanda per te, adesso io te la leggo. Dice così: “ L’amore fa dimenticare di essere mortali, e la perdita dell’amore fa soffrire al punto di desiderare la consolazione della morte come un sollievo allo strazio della perdita dell’amato bene. Quando il tempo peggiora le cose, come si può reagire positivamente?

M.: Me la rileggi? Perché non è proprio semplicissima.

C.: “L’amore fa dimenticare di essere mortali, e la perdita dell’amore fa soffrire al punto di desiderare la consolazione della morte come un sollievo allo strazio della perdita dell’amato bene.” Cioè mi sento morire perché non ci sei più.

M.:Quindi la perdita non dell’amore, ma dell’amato?

C.: Dell’amato bene, quindi dell’amore. “Quando il tempo peggiora le cose, come si può reagire positivamente?”

M.: Non c’è via d’uscita. Io non credo che si possa.

C.: Una buona parola di ottimismo…

M.: No, la consolazione è una parola che è molto bella, ma è anche molto ingannevole. Perché consolare significa mentire. Io non sono particolarmente abile nella consolazione. Mi piacerebbe a volte essere consolato, ma so che quando vengo consolato ho davanti a me un mentitore, una persona che dice: “ma no, non preoccuparti andrà tutto bene, tanto adesso le cose si sistemano” e sa benissimo anche lui che non sta dicendo la verità. La verità è che tu stai malissimo e la tua situazione è orrenda e tu, non sai se migliorerai, perché le cose se continui così andranno sempre peggio.

C.: Ma se tu gli aggiungi “se anche tu non ce la fai non me ne importa niente” è ancora meglio!

M.: E’ vero, non lo so se stai peggio, perché a me piace trovare delle persone franche, oneste, che sono in grado di consolare senza mentire, ma questa è un’utopia, non è possibile. Perché la consolazione ha a che fare proprio con la menzogna. D’altra parte, una persona è morta, mettiamo, fisicamente. Che cosa c’è da dire? Che cosa si può dire? Non preoccuparti? Ma si, dai, che morto un papa se ne fa un altro? Cosa si può dire? Niente. Consolare invece significa cercare di rattoppare, di far vedere altre cose: dai adesso andiamo al cinema, ti porto a fare altre cose, ti distraggo. Però se guardiamo il problema, il problema c’è.

C.: Però nell’elaborazione del lutto, per la perdita di un amore, di una persona cara, c’è il lutto inelaborabile, quello di cui stai parlando, in cui non c’è niente da fare e la soluzione è forse morire a propria volta, suicidandosi . Se il lutto si supera, si supera con un “lavoro”.del cuore,della mente e di tutta l’esistenza. Un modo di questa elaborazione l’hai evocato tu: morto un papa se ne fa un altro. Un altro modo è dire: dentro di me nessuno me lo può togliere, io me lo porto dentro e lo faccio vivere dentro. L’altra possibilità è dire: io vivrò anche per lui e quindi non lo farò morire perché non vivrò solo per me, ma per tutta la vita continuerò a desiderarlo e ad amarlo. Tu di queste tre possibilità quale preferisci?

M.: Stiamo parlando sempre della morte reale?

C.:Vale per qualunque perdita. E’ uguale, non c’è differenza.

M.: No, perché l’abbandono è irreparabile, mentre la morte reale è elaborabile.

C.: Dal punto di vista dell’elaborazione del lutto non c’è differenza.

M.: Ma è più facile, per quanto mi riguarda, riuscire ad elaborare una morte vera, e invece è difficilissimo elaborare un abbandono. Un tradimento di un amico è difficilissimo riuscire ad elaborarlo. Quella è una morte più dolorosa, cioè più dolorosa…più difficilmente elaborabile.

C.: Certo, ma tu potresti dire: quell’amico mi ha tradito, ce ne ho un altro.

M.: Non come lui però! Cioè non è lui.

C.: Certo… cioè tu devi fare un’operazione…cioè devi riconoscere...

M.: Di qualunquismo.

C.: No, non di qualunquismo.

M.: Devi riuscire a dire: no, alla fine non era poi così simpatico.

C.: No, quello è quando tu lo svaluti. No, per esempio, tu potresti dire: tutte le volte che mi è stato amico senza tradirmi, quello nessuno me lo può togliere. Neanche lui che mi ha tradito.

M.: Questa è l’unica cosa che non riesco a fare. In questo momento. Per un po’ è durata, è l’unica consolazione. Perdonare, perdonare non è un problema. Non mi è difficile. Però il dolore rimane anche col perdono.

C.: Si, certo, ma questo è ovvio. Sono d’accordo, se consolarsi significa superare il dolore per la perdita hai ragione, consolarsi non è possibile. L’unica consolazione potrebbe derivare dal fatto che tu riesci a riportarlo in vita quello che hai perso. Riesci a non farti più abbandonare, riavvolgi il film in senso inverso e tutto cambia. L’unica consolazione sarebbe questa. Il problema però spesso è che tu non riesci a risalire da lì. Per esempio, perdi un amico e non riesci ad avere più nessun altro amico, perdi un amore e non ti fidi più di nessuno e non riesci più ad avere un altro amore.

M.: Cosa dice John Donne nella poesia “il cuore infranto”? Dice:- dopo questo amore non potrò più amare-.

C.: Lo so, però questo, umanamente, lo possiamo accettare? In un mondo in cui sappiamo benissimo, per esperienza, che quell’amore lì durerà quello che durerà perché l’altro ha il diritto di abbandonarci quando non ci ama più? Se l’altro non ci ama più ha il diritto di abbandonarci e noi abbiamo il diritto di riprenderci.

M: Non capisco….No, no, capisco perfettamente. Beh, si può vivere all’insegna del pessimismo, come soluzione.

C: Certo, questa è una possibile via.

M.: E’ una possibilità.

C.: E’ una possibilità. Quella di vivere per affermare la verità del fatto che non c’è speranza.

M.: Casanova non sperava.

C.: Però quando alla fine della sua vita si è messo lì nel castello a scrivere “ora che non posso più vivere posso ancora raccontare..”.

M.: Ma non ci interessa. A noi Casanova ci interessa in altri momenti.

C.: Si, a noi ci interessa Casanova in altri momenti,nella sua inarrestabile vitalità,in altri momenti; però se non ci fosse stato quel momento lì di impossibilità noi non sapremmo nulla. Nessuno ce lo avrebbe raccontato.

M.: Forse sarebbe stato ancora meglio.

C.: Può darsi. Su questo posso essere d’accordo.

M.: Però Casanova non sperava e non amava…lui quando amava una donna la amava per sempre, in quel momento. Non aveva la speranza che durasse, perché aveva la certezza che stava durando. Infatti poi finiva. E’ molto interessante.

C.: Si, è un tema interessante perché filosoficamente questo è come dire: il modo per vincere la precarietà del tempo che passa e che si porta via le cose é renderlo eterno e totale,immobilizzando l’istante. Come dire che in ogni istante c’è tutto.

M.: Infatti Camus lo definisce “l’uomo assurdo”. Ma Camus considera la vita assurda l’unica vita degna di essere vissuta. Quindi io credo che vivere nell’assurdo è una soluzione.

C.: E’ possibile. È possibile. Adesso poi giriamo la domanda ai nostri amici che ci ascoltano. Senti, una domanda sul tuo lavoro, sulla tua abilità, non so se tu lo chiami lavoro, può darsi che tu dica “io mi diverto, non è lavoro”.

M.: Beh, anche se mi diverto sto lavorando però.

C.: Una domanda sul tuo lavoro: la funzione della musica, della poesia, delle canzoni, perché tu sei poeta, non sei…cioè sei prima poeta poi cantante.

M.: Chiamami poeta, come dice Carmelo Bene.

C.: Allora senta signor poeta, lei che fa il poeta, come considera per esempio…io ho letto delle tue..i testi delle tue canzoni e ce n’è una che è biecamente consolatoria. Come mai? Almeno una ce n’è.

M: Posso sapere di quale si tratta? Cercherò di…

C.: “Non arrossire”.

M.: Ah, non l’ho scritta io!

C.: Chi l’ha scritta?

M.: L’ha scritta Giorgio Gaber, anzi il testo è di Mogol, che è un consolatore per eccellenza.

C.: Certo però tu condividi…

M.: Io però l’ho cantata a mia figlia “Non arrossire” .

C.: Ecco, benissimo. La mia idea è questa: tu condividi quando si dice “Non indugiare, non si fa del male se puro è l’amor. Non è così?”

M.: E’ la frase più bella della canzone, quella lì.

C.: Benissimo, io mi consolerei volentieri così.

M.: Eh, anche io!

C.: Benissimo, allora perché non ci possiamo consolare?

M.: Beh, la musica è consolatoria, però siamo in un ambito di consolazione metafisica, che non ha molto a che fare con la realtà, è un mezzo che sfugge, che sta nell’aria, come dici tu, non è un monumento. La musica è molto consolatoria perché è qualcosa di molto carico di sentimenti, riesce a farci provare delle emozioni, e nient’altro riesce a farci provare delle emozioni come la musica. In effetti, molte volte la musica mi consola, però non quella consolatoria, cioè se è una musica che comprende il mio stato d’animo. Per esempio se sono a pezzi e ascolto “Sassi” di Gino Paoli che è una delle canzoni più tristi che ci siano, mi sento bene perché sento fratellanza.

C.: Perché tutto il mondo è come te.

M.: Si, perché tutto il mondo è come me. Quando c’è una giornata di pioggia e sono malinconico sto meglio, se c’è il sole il mondo è mio nemico e quindi mi incarto.

C.: Certo, non è in sintonia.

M.: Non è in sintonia, nessuno mi capisce se c’è il sole. Ma se c’è la tempesta io sono, diciamo, non allegro, ma diciamo che va bene così. Non mi lamento, non dico “che brutto tempo che c’è”.

C.: Quindi possiamo considerare che c’è un carattere anche un pochino, così, di consolazione metafisica nel tuo lavoro, e cioè che quando tu parli d’amore e canti l’amore in qualche modo stai anche combattendo la morte?

M.: Sto combattendo la morte e ahimè lo sto facendo per gli altri.

C.: Cioè la morte degli altri?

M.: Si lo sto facendo per qualcuno che sta male e gli dico “ascoltati sta canzone che magari stai meglio!”. Io sono al punto di partenza e lui magari sta meglio!

C.: Perché dovrebbe essere quell’altro che dovrebbe cantare anche lui una canzone a te!

M.: Eh si. Io infatti mi consolo…Le canzoni che faccio io ma anche quelle degli altri non sono canzoni di amore, sono canzoni di amore per tutto. Cioè le canzoni d’amore sono canzoni di morte dell’amore, quasi tutte. Ce ne sono pochissime di canzoni che dicono…c’è forse “Ti amo” di Umberto Tozzi che è proprio limpidamente attuale, proprio nell’atto. Mentre le altre canzoni, basta citare...adesso non dico i più funebri, De Andrè e Tenco, ma anche i più insospettabili come Baglioni, più faceti rispetto a quelli che ho citato prima, cantano sempre di morte dell’amore, cioè di amore che fu, di amore perduto, di amore sfuggito, di amore che non tornerà e quanto era bello quando eravamo innamorati. Cioè l’amore è interessante quando è finito. Per la canzone, eh!

Domande del Pubblico

P2: Allora c’è una tua canzone di qualche tempo fa in cui tu dici: “ora so odiare l’amore, amarne la fine”. Io ti chiedo a cosa ti riferivi, qual’era il tuo stato d’animo quando l’hai scritta.

M: E’ venuta in mente anche a me, prima, perché è una frase molto chiara sull’argomento, no? Amare la fine dell’amore. Mi riferivo a un suicidio, come ultima istanza quel che conta è l’atto finale. Se uno vive tutta la vita dicendo ti amo e poi si ammazza, vuol dire che non mi amava, cioè nel senso che sarà stato un amore un po’ contorto, però alla fine non era un amore, se no, scusa, che bel regalo mi fai? Era un po’ un modo per parlare di un atto di questo tipo che andava considerato, alla luce dell’atto…appunto, una vita intera che si conclude in quel modo, la cosa importante è l’ultima fatta, quindi posso pensare che non mi amavi. No perché se no uno impazzisce, appunto. Uno impazzisce, questa è la verità, quando si manda il doppio messaggio, no? Ti dico che ti voglio bene e ti do uno schiaffo, io cosa posso pensare? Vado fuori di testa di fronte a una cosa del genere. Quindi ora so odiare l’amore, virgola, amarne la fine, come sentirti anche liberato da una persona che diceva di amarti e poi…

C::Psicologicamente c’è qui , come dire, un tema che si può evocare che è quello dell’ambivalenza. Ti amo spesso significa anche ti odio e ti odio significa ti amo, mi fai vivere vuol dire anche mi fai morire e mi fai morire vuol dire anche mi fai vivere.

M.: Soprattutto “mi fai morire” si usa spesso per dire “mi piaci molto”.

C.: Esatto, mi fai morire. Beh, questo credo che evochi l’orgasmo di solito.

M.: L’orgasmo però è la fine del desiderio.

C.: Si, si, l’orgasmo evoca…infatti lo chiamano piccola morte, gli psicologi lo chiamano piccola morte, cioè come dire, muori alla coscienza, muori al fatto che sei te, ti rilassi, non ti rendi più conto di te stesso, vai oltre te, muori: in qualche modo, il sé muore.

M.: Ma soprattutto se hai voglia di fare certe cose…poi le fai e dopo con l’orgasmo non hai più voglia di farlo, immediatamente dopo, quindi significa che è morto quel desiderio che avevi 10 minuti prima.

C.: Infatti gli antichi dicevano: “ post coitum omne animal triste est”. A questo proposito l’ultima domanda...poi facciamo scatenare loro perché sono ansiosi di parlare. Appunto c’è una dimensione del rapporto tra l’amore e la morte che è come si ama è anche come si concepisce la morte. Perché nel modo di amare c’è sempre un modo per combattere la morte e l’assenza, per combattere la propria morte e per combattere l’assenza dell’altro. Cioè per esempio se uno ama fisicamente, lo scopo dell’amore è quello che se ne ottiene, cioè l’orgasmo, una piccola morte, una piccola morte di sé, che poi però non è definitiva...

M.: Fortunatamente...

C.: Si torna. Cioè poi il desiderio ritorna, cioè, come dire, è la stessa cosa di una certa concezione della morte. Ci sono quelli che dicono che morire non è altro che addormentarsi e poi risorgere. C’è per esempio una certa forma d’amore che non è quello fisico, ma è l’amore di chi si riconosce nell’altro, perché se l’è portato dentro, perché l’altro ti fa sentire in un certo modo, perché ti fa sentire proprio come ti vorresti sentire. Allora in questo caso cosa c’entra la morte? C’entra nel senso che tu facendo in quel modo esorcizzi l’assenza, cioè se l’altro si assenta non importa, perché ce l’ho dentro di me. Poi c’è un’altra versione ancora, nel senso che dicevi tu, nel senso in cui tendi ad amare tu: cioè di prendersi cura dell’altro, di volergli bene, di pensare a lui, di fare il suo bene..

M.: Cioè di non essere più te stesso..

C.: ...di non essere più te stesso, in questo caso tu esorcizzi la morte in un altro modo. E’ come se tu dicessi: “quando l’altro è assente non importa, lo rappresento io. Vivo io per lui, mi metto al suo posto”.

M.: Però c’è anche il momento in cui vivi più possibilità, cioè io la vedrei più, stranamente, ottimisticamente, perché il modo che descrivo io, diciamo, di perdita del sé e conquista del nuovo sé, è una possibilità che uno ha quando entra in una dimensione di amore “straniante”, chiamiamolo così, perché formi una nuova personalità nell’ambito di una nuova relazione e quindi è una possibilità di rinnovamento, certo di uccisione del tuo vecchio sé, ma di conquista di una nuova prospettiva di vita che è completamente diversa, spesso, proprio nelle idee, nelle azioni. E quindi c’è qualcosa di positivo nel non essere sé nell’amore e quindi uccidere se stessi. Ma in fondo cosa significa nell’amore essere se stessi? Nulla. Dipende dove sono, con chi sono, perché sono lì. A quel punto il me stesso acquista un senso, ma io sono sempre piuttosto scettico di fronte a uno che dice io sono me stesso, ma cosa significa essere se stessi in quel momento? Trovo che non abbia molto senso, perché si può essere molte cose, non c’è solo una via, un modo di essere. Io mi sono trovato ad essere un me stesso molto diverso a seconda della situazione in cui mi trovo, ma soprattutto è la situazione amorosa che fa si che il me stesso diventi di volta in volta un altro me stesso.

C.: Certo, tu adesso stai evocando quella forma di amore che ti cambia facendoti morire nel modo in cui eri e facendoti rinascere in un altro modo.

M.: Si. Si dice sempre “non puoi pretendere di cambiare questa persona”, e invece si può pretendere. Cioè non pretendere, si può forse cambiarla, non pretendere di, perché pretendere è brutto, perché poi scatta anche una sorta di maniacalità, di stranezza, di cosa anche un po’ pericolosa nel senso di agire per far si che una persona faccia una determinata cosa e questo secondo me non è molto bello. Ma invece il fatto di accorgersi che si cambia per gli altri per me si può fare. Quando uno dice: “ma cosa pretendi, tanto lei sarà sempre così, lei è così o lui è così, non cambierà mai”, io trovo che invece spesso non è vero, perché l’amore è una cosa veramente, diciamo, forse è l’unico ambito in cui io utilizzo la parola magia, perché si possono materializzare delle possibilità veramente inaspettate e le persone possono cambiare per amore.

C.: Certo, ma questo è estremamente ottimistico perché se noi rinunciassimo alla magia dell’amore non ci sarebbe niente che ci potrebbe cambiare, perché in definitiva le forze che spingono a rassicurarci dicendoci di restare se stessi , sempre come si è, vincerebbero. Solo che c’è la morte, perché se uno è sempre se stesso finirà per morire. Se invece uno muore come se stesso ma può diventare un altro ..

M.: Non muore mai..

C.: Non muore mai.

M.: Ed è un vampiro.

C.:Ti vorrei proporre, per concludere e per tornare all’inizio, una versione diversa di questo ottimismo. Cioè, probabilmente, potrebbe valere anche nell’abbandono tutto questo..

M.: Ti prego riportami al pessimismo, perché non mi sento me stesso in questo…

C.: Va beh, ma l’hai detto tu questo, l’hai detto tu e sei stato veramente, come dire, convincente nel dire quello che hai detto ora. Però io ti vorrei chiedere questo: nell’abbandono, che tu hai evocato tante volte, nell’abbandono una persona abbandonandoti ti mette… cioè tu attraverso l’amore puoi diventare un altro, ma quando uno ti abbandona ti mette di fronte a te stesso, e tu puoi..

M.: Purtroppo..

C: Si, ma tu puoi cambiare, sia diventando un altro sia essendo di fronte a te stesso. Quindi anche nell’abbandono vale. Ma è molto più doloroso.

M.: Non è bello, non è bello tornare di fronte a se stessi.

C.: E'' molto più doloroso, certo.

M.: Non è entusiasmante, perché uno deve accettarsi.

C.: Oppure non si accetta e, proprio perché non si accetta perché è fatto male, alla fine si gestisce in un altro modo, cioè cambia.

M.: Cambia, ma solo nella misura in cui si accetta, cioè cambia solo nell’accettarsi, perché se no non riesce a vivere.

C.:Secondo me uno può non rifiutare e non accettare contemporaneamente. Cioè uno non si accetta perché è fatto di schifo e non si rifiuta perché è così, che c’è da fare? Che è il modo in cui uno riesce a vivere nelle cose negative dicendosi: sono negative, sono fatto male, ma siccome sono fatto male e lo so, così sono.

M.: Ma è riuscire a dire “non ci posso fare niente” che è difficile. Cioè uno vorrebbe sempre fare qualcosa per cambiare.

C.: Vedi che vuoi sempre essere consolato anche tu!

M.: Certo, io voglio essere consolato, ci mancherebbe, sono qua apposta.

C.: Bene, io ti ringrazio, direi che come conversazione tra di noi è stata quasi “amorevole”, sono contentissimo di questa interazione tra di noi, adesso direi che chiediamo alle persone che sono qui di intervenire.

Domande e risposte col pubblico

P3: Dico due cose che mi ha messo in mente che forse ripeto, più che dirle io. Una è: vivere nell’assurdità è l’unica cosa vera. Sto pensando anch’io una cosa simile, ma forse perché quello che noi viviamo come assurdo per Dio ha un senso.

M: Per Dio?

P3: Per Dio, si, è l’unica cosa che può essere perché se no sarebbe una contraddizione di termini: vivere nell’assurdo ha un senso per qualcun altro e noi non sappiamo cosa può essere questo senso. Un’altra cosa: quando dici che quando stiamo con una persona che amiamo un pochino cambiamo, secondo me è vero, e diventiamo più simili a quello che vogliamo essere, per cui quando quella persona ci abbandona è come se morisse quella parte di noi che gli somiglia e per questo ci sentiamo morire insieme a lui(o lei), insieme a questo abbandono.

M: Si, sono solo affermazioni… per cui… sono d’accordo. Non so cosa dire perché non sono domande. Se invece ci fosse un punto di domanda alla fine, adesso ti direi cosa penso.

P3: E’ vero, ho ripetuto e compreso delle cose che hai detto tu. Ti posso dire, io non ti conosco benissimo..

M: Io non so chi sei!

P3: E’ vero, mi presento, io sono Roberta. Sei diverso da quello che dimostri di essere come cantante, come persona. Non so, mi dai questa impressione, questo impatto bello, bellissimo, sei simpaticissimo.

M: Grazie. Ho fatto un po’ pietà, ho fatto pena.

C.: Non era un complimento rivolto al cantante.


M: Io penso che ogni volta che ricevo dei complimenti così sulla mia persona è perché suscito commozione, suscito compassione.

C.: Anche se fosse sarebbe una cosa bellissima.

M: Come cantante invece non lo suscito perché nessuno si preoccupa di me come cantante, anzi giustamente, mi usa come prodotto commerciale e non come persona e per questo non ha pietà di me. Se un pezzo non gli piace magari dice “fa schifo” oppure “si è bevuto il cervello, non è più come una volta, è commerciale adesso, cosa succede” per cui vedi che non c’è cura, non c’è delicatezza, non c’è mai una posizione delicata e dolce nei confronti del tuo essere personaggio, nei confronti del tuo essere persona invece spesso. Io trovo però spesso gente che dice “sei più simpatico di come sembri”, ma io anche adesso sto sembrando qualcosa, non sono qualcosa, sembro. Quindi anche adesso io forse non sono me stesso. Quindi ti dico, non pensare che io sia poi così simpatico. Sto bluffando. In fondo il miglior modo per dire la verità è dirla facendo credere che si stia mentendo. Quindi un cretese dice che tutti i cretesi mentono, se mente dice la verità, se dice la verità sta mentendo. Ci siamo?

C.: Il paradosso del cretese. Sei molto sincero, invece.

M: Purtroppo.

C.: Sei sincero, si vede benissimo.

P4: Ciao. Ricollegandomi al modo autoironico in cui ti sei presentato, rispetto ai tuoi sentimenti, a come vivi l’amore, non pensi che a volte questo struggersi sia un po’ inutile, cioè sia una perdita di tempo?

M: Assolutamente si.

P4: E quindi non trovi una soluzione, cioè non cerchi di superare questa cosa? Cioè magari ti bei anche di…

M: No, cerco di riderci sopra perché almeno è un bel modo di passare 10 minuti in allegria. Tutto il resto della giornata però non è poi così allegro. Trovo anch’io che a volte sia un po’ assurdo e non ha alcun senso, cioè non ha senso nel senso che non c’è niente da ottenere, non viene fuori nulla al momento da questa situazione, e uno potrebbe dire perché non fai uno scatto, non cambi, no? Però tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, è difficile unire la mente razionale con la mente del cuore, cioè il cuore con la testa. A volte uno vorrebbe sentire delle cose che non sente, oppure vorrebbe uscire da una situazione però la sua situazione emotiva non glielo consente, cioè è complessa, voglio dire, una persona è piena di contraddizioni, è piena di frizioni di cose che combattono, agatodemone e cacodemone. Ci sono forze opposte dentro di noi. Anch’io spesso sono molto critico verso la mia situazione e dico “bisognerebbe fare qualcosa”. E’ molto difficile farlo però.

P4: Cioè l’emotività non può essere superata dalla razionalità?

M: Normalmente vince l’emotività, cioè alla lunga, nella valutazione di un periodo lungo di tempo dici: “sono stato guidato più dal cuore, dall’istinto, dal basso ventre, e invece la mente mi ha soltanto permesso di capire”. Ma vogliamo capire o vogliamo guarire? E’ diverso, perché capire non significa per forza uscire da una situazione, io tecnicamente sono … psicoanalisi, terapie di gruppo, psichiatri, cure con e senza farmaci, preferisco senza, ne ho fatte tantissime, poi mi piace anche in maniera perversa andare dallo psicoanalista perché è una conoscenza, un accrescimento proprio culturale oltre che di noi stessi, ma capire è molto diverso che guarire.

P5: Una domanda molto semplice. A parte che mi sono commosso quando ho saputo che per il disco precedente avevi usato l’ orchestra di Foggia, io sono di Foggia, del teatro comunale di Foggia..

M: Teatro Umberto Giordani

P5: Esatto, tu hai detto che fare musica è comunque il tuo lavoro, io ho un lavoro molto normale, quindi quando ho problemi d’amore, vado in ufficio lascio fuori i problemi e lavoro. Quanto invece i problemi d’amore influiscono sul tuo lavoro, quanto la musica che scrivi dipende da quello che provi in quel momento, o riesci ad estraniarti?

M: C’è tutto in questa domanda. Allora ieri per esempio stavo facendo un’intervista per “La vita in diretta” (il pubblico ride), è un programma come un altro, anch’io gli ho detto “ma perché siete venuti ad intervistare me, cioè vi interesso?” mi hanno detto “ma tu non lo sai che ti abbiamo fatto un sacco di servizi?” ho detto “No, proprio non lo so!” e la domanda era appunto…cioè mi accorgevo mentre stavo parlando, io sono uscito un attimo da me stesso, mi sono guardato e ho detto “ ma che cazzo sta dicendo questo qua!” perché stavo dicendo che fare un lavoro che piace ti fa essere felice e poi ho detto: “ma veramente io consiglio questo alle persone? Ma io non sono felice!” E’ inutile mentire su questo. Ma allora cosa posso consigliare? Fate un lavoro che non vi piace? Perché così andate in ufficio e vi distraete e non dovete pensare alla vostra vita. Invece la mia vita e il mio lavoro sono la stessa cosa, con presenza di tutto nello stesso calderone disorganizzato, con lo stesso caos anarchico dove il bene e il male sono mischiati, dove non ci sono regole, dove non ci sono orari, dove non ci sono luoghi, dove non c’è privacy, dove non c’è il mio spazio e il tuo spazio, cioè io non ce l’ho questa cosa, per cui quando io sono lì che scrivo una canzone chiunque può venire a rompermi i coglioni tanto…ma no scusa!

 

Fonte: clinicacrisi.it




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