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di Gianluca Mercadante

Rivista Orizzonti n.29 (2005)Saranno da poco trascorsi i primi minuti dopo l’una. Morgan, al termine di un suo concerto appena avvenuto, si stringe nell’abbraccio dei suoi fan, in all’erta presso l’uscita di sicurezza del teatro da cui probabilmente sanno che l’artista ospite uscirà. Nonostante l’esecuzione dell’intero suo ultimo album “Non all’amore, non al denaro, né al cielo”, presentato al pubblico in una scaletta che richiama fedelmente quella del cd, e un successivo secondo tempo che fa man bassa di canzoni nel repertorio solista, con qualche rapida incursione nella parte forse più intimistica e sofferta dei Bluvertigo, e un’ultima, toccante cover di Sergio Endrigo, il buon Marco Castoldi è ancora carico di energie e ha tempo per tutti.
Anche per chi poi decide di continuare ad attenderlo in camerino, per una chiacchierata privata, sigaretta accesa e qualcosa da bere. Il tempo, per quanto contato, da bravo si fa per un attimo da parte.

Domanda: "Orchestrare daccapo e per intero un album musicalmente molto complesso come “Non al denaro, non all’amore, né al cielo” di Fabrizio De André dev’essere di per sé un’impresa ardua. Ma senza gli spartiti originali di Nicola Piovani, che sono irreperibili, come hai affrontato un simile lavoro?"

Risposta: "Questo disco di De André per me non si limita a essere un ricordo da adolescente, ma una vera e propria pratica, diluita nel tempo. Appena l’ho ascoltato allora, dalle prime volte, ho subito inziato a suonarlo con la chitarra, nell’accezione forse più “deandreiana”. Ora, nell’accingermi a farne un disco mio, ci sono ritornato sopra con uno spirito “piovanesco”, se mi passi il termine, cercando, nell’orchestrazione dell’opera, di mantenerne inalterata l’armonia originaria. Ho lavorato molto sulla forma, estendendo alcune sezioni… allungandolo in generale, e da tutti i punti di vista praticabili, un po’ come fosse diventato un elastico. Tirandolo. Per quanto, rispetto a un canone di paragone nella musica pop, ci troviamo di fronte al disco forse più formalmente articolato dal punto di vista musicale, se confrontiamo il tutto alla partitura di un’opera sinfonica ecco allora che un lavoro di ricostruzione degli spartiti originali di Piovani può perfino apparire come semplice da eseguire. Se parliamo di musica in senso tecnico, ciò che riscrivi e riarrangi nella dimensione del pop, è infinitamente meno complicato al confronto di un lavoro analogo effettuato però nell’ambito della musica classica."

Domanda: "Franco Battiato ti aveva forse suggerito qualche soluzione diversa, da quelle che hai poi utilizzato."

Risposta: "Sì, Battiato l’avrebbe cominciato cantando immediatamente, senza overture. Ma me l’ha detto a disco ormai finito e impacchettato. In ogni caso, non credo avrei raccolto il suo consiglio, se mi fosse giunto in un momento precedente della lavorazione, perché a me piace molto usare suite introduttive musicali. Anzi, anche in questo caso l’ho allungata rispetto all’originale, che partiva col tema del primo brano, “La collina”.
Io invece ho “clonato” la coda che Piovani aveva pensato di mettere alla fine dell’album e l’ho spostata sull’inizio."

Domanda: "Se perciò un confronto c’è, in questo disco, non sembra nascere fra due cantautori, come verrebbe spontaneo presumere, ma fra due musicisti: Morgan e Piovani."

Risposta: "Tutta la macchina sonora che ruota attorno a un qualsiasi disco di Fabrizio De André esiste perché mossa e suggerita da lui stesso. Sceglieva sempre collaboratori direttamente funzionali all’idea che aveva in testa per questa o per quella canzone, agendo forse per una sua insicurezza di base. Si lasciava completare, pur rimanendo lui il “deus ex machina” dei suoi lavori. Per l’adattamento poetico in italiano dai testi in inglese di Edgar Lee Masters si fece aiutare all’epoca, se non sbaglio, da Bentivoglio. Perciò, ripeto: qualsiasi elemento sia andato a finire là, nei suoi dischi, è stato voluto, determinato, scelto da De André. Certo, l’aspetto dell’arrangiamento assume un’importanza tutta sua quando dico che la mia reinterpretazione di “Non al denaro, non all’amore, né al cielo” è sì una reinterpretazione vocale, ma è soprattutto una ricostruzione degli arrangiamenti, un’interpretazione in chiave attuale di come l’album sia stato inciso all’epoca, del senso finale che aveva e continua ad avere in qualità di opera musicale. Un disco in vinile del 1971, inciso praticamente in presa diretta, con l’orchestra che dialoga nello studio d’incisione insieme al gruppo ufficiale."

Domanda: "Anche nel tuo caso hai scelto di operare così, sebbene le voci e certi effetti siano poi stati registrati in un secondo momento."

Risposta: "Il modo in cui abbiamo lavorato per incidere questo album è addirittura collocabile all’inizio del decennio precedente. Immagina una situazione simile nel 1963, con un registratore mono a disposizione e la band costretta per forza di cose a suonare in diretta tutto. Non dico per dire: il sistema a quattro piste sarebbe nato sul finire degli anni Sessanta, il trentadue piste analogico agli inizi degli anni Settanta, per poi arrivare ai primi Mitsubishi digitali negli anni Ottanta. Ma stiamo divagando. Quello che volevo dire è che il mio modo di lavorare, già maturato nell’esperienza del precedente album “Canzoni dall’appartamento” si ispira tendenzialmente agli anni Sessanta, mentre il disco di De André è nato dopo, in un periodo che consentiva la possibilità di effettuare sovraincisioni, per esempio, cosa che faccio per altro pochissimo comunque. Sono andato ancora più indietro nel tempo, in questo senso, e l’oggi ha finito con l’emergere poi solo al momento di processare l’intero lavoro digitalmente."

Domanda: "È questa la dimensione dell’oggi che intendi esprimere quando affermi che <<hai aggiunto a De André quello che De André non aveva>>?"

Risposta: "Siamo in un’altra epoca. Non ho mai detto di aver aggiunto a De André quello che lui non aveva, ho detto piuttosto che De André ha aggiunto qualcosa di veramente suo alle poesie originali. Nell’Antologia di Spoon River erano più corte, più sospese – e laddove queste sospensioni si percepivano meglio, De André è andato avanti, le ha oltrepassate. Io non ho lavorato sul testo, ma ho lavorato nella musica in maniera analoga al suo modo di interpretare quei testi."

Domanda: "Durante l’ultimo Festivaletteratura di Mantova, hai dedicato l’intero tuo incontro pubblico al teatro Bibiena a un altro cantautore: Sergio Endrigo. Sembra ci sia nel tuo accostarti ai cantautori un rispetto che va al di là della loro stessa memoria. Una specie di debito."

Risposta: "Assolutamente sì. Un debito verso l’eleganza di Endrigo nel comporre canzoni, qualcosa di raro. Era un cantautore completo, ha inventato uno stile e questo stile è diventato poi interessante non solo dal punto di vista strettamente vocale, che apprezzo tantissimo perché ho sempre amato molto il modo che Endrigo aveva di cantare. Ma il particolare cinismo delle sue canzoni lo trovo sconvolgente – e questo aspetto della sua arte forse non è mai stato abbastanza compreso, secondo me."

Domanda: "Rispetto a De André, quindi, che hai affrontato da un punto di vista più musicale, di Endrigo ti affascina invece la poetica…"

Risposta: "Anche di De André mi interessa la poetica. E comunque Endrigo ha scritto a sua volta musiche decisamente complesse, sempre mantenendo ben presente il contesto pop di cui parliamo. I cantautori, per loro natura intrinseca, fondono diversi linguaggi in una cosa unica, perfino narrativa, se ci pensi bene: il testo della canzone è un racconto, la musica è una ballata, insieme diventano un tutt’uno difficile poi da scindere, sebbene esistano testi meravigliosi e musiche ascoltabilissime anche se private delle parole e della voce di un cantante. Per quanto la ricchezza di una canzone rimane nell’armonia della musica fusa alla profondità dei testi – ed Endrigo sapeva scrivere canzoni estremamente compiute, in questo senso, molto moderne. Se penso a determinati passaggi armonici che ho trovato nel ritornello di “Canzone per te”, mi viene in mente che cose simili le avrebbero probabilmente composte addirittura i Pink Floyd. Avrei desiderato incontrare Endrigo, purtroppo non è stato possibile. Pare che fino all’ultimo sia rimasto lucido, profondo. Lo descrivono tutti come un uomo estremamente serio. Viene quasi da dire “uomini d’altri tempi”, pensando a lui, no? Ma poi ti accorgi che certe persone passano per rare semplicemente perché di rado si ha la fortuna di incontrarne qualcuna."

 

 

Apparso sulla rivista Orizzonti numero 29

 

 

Fonte: www.paroleinfuga.it/display-text.asp?IDopera=41221


 

 Morgan al Festivaletteratura - 08/09/2005
"La musica è terapia, tutto il resto è caos"
di Giorgio Maimone

 

 

Buio in sala, luce sul palco. Un piano a coda. Entra Morgan (Marco Castoldi), saluta, si siede al piano e inizia a suonare. Le note hanno un sapore antico. Questa la so, è il primo pensiero. E all’inizio del canto il dubbio si scioglie: “La festa appena cominciata è già finita”. “Canzone per te” di Sergio Endrigo, l’incontro inizia bene, con un omaggio, il migliore omaggio possibile a un grande esponente della canzone d’autore, morto appena la sera prima. Morgan dimostra di conoscere la canzone, la suona divinamente e la voce, in genere forte e sicura, ogni tanto si appanna e si incrina sulle punte più ossute, ma l’effetto d’affetto è ancora maggiore, perché le incertezze ricordano al meglio l’ultima voce dell’ultimo Endrigo, quando la sua sordità incipiente rendeva difficile cantare nei toni appropriati. Oh, intendiamoci, soltanto un accenno. Morgan ne dà davvero una grande versione della canzone per intero.

Stupisce il pubblico che applaude cortese: non hanno capito l’omaggio. Enzo Gentile è il sodale di Morgan in questo incontro ed esce in aiuto: “Ci sono artisti che non conoscono le radici della musica d’autore italiana. Che è un po’ come se un pittore o uno scultore non conoscessero Michelangelo. Morgan no. Le radici le conosce e le pratica. Fa eco Morgan: “Certo non ho imparato questa canzone in queste ultime quattro ore. E’ pure una canzone complicata”. Quella che segue è la cronaca di un’ora di chiacchiere e canzoni, condotta con maestria e classe dai due protagonisti. Morgan molto sicuro, padrone del palco e del rapporto col pubblico, in grado di dare sempre riposte intelligenti e piacevole e per nulla affrettate. In mezzo ancora omaggi ai grandi della musica d’autore italiana. Un’ottima impressione per Morgan: cultura, sensibilità e coraggio.

EG – “Vuoi spiegare allora come un giovane entra in contatto per la prima volta con le tradizioni della musica d’autore? Perché tu, in fondo sei un giovane. Quanti anni hai?”

Morgan – “Io sono del ’72. Il primo contatto è stata la televisione e poi naturalmente i miei genitori. Che non erano patiti di musica, avevano una cultura normale e una passione media per la musica. Mia madre suonava il piano: musica classica in genere, che a me fungeva da sonnifero. Mi ricordo che a 5/7 anni sono rimasto sveglio per guardare in televisione l’ultimo concerto di Elvis Presley prima di morire. Era una grande emozione stare svegli a guardare la televisione! Un po’ mi chiedevo chi fosse quel signore che buttava via tutti quei fazzoletti bianchi. E poi non sapevo che nel repertorio che eseguiva c’erano canzoni di italiani come Pino Donaggio e Domenico Modugno. Di Endrigo, più o meno nello stesso periodo, mi ricordo “L’arca di Noé”, che non posso aver visto in diretta al Festival di Sanremo, ma che devo aver visto in qualche replica.

Da subito imparai che c’erano due categorie: chi si cantava le proprie canzoni e chi cantava quelle di altri. Ricordo che i miei genitori sostenevano che se uno le sue canzoni se le scrive da sé è più “importante” di uno che canta soltanto. Per cui Simon & Garfunkel erano importanti, i Beatles erano importanti (anche se mio padre sosteneva che suonavano bene, ma i testi erano un po’ leggerini).Chi scriveva testi importanti? Secondo mio padre Donovan. E così ho ascoltato moltissimo Donovan da piccolo. Ma, ripeto, i miei genitori avevano una conoscenza media della musica: non conoscevano i Velvet Underground, eppure i loro migliori dischi sono di quel periodo, non conoscevano (o poco e male) i Doors di Jim Morrison. Poi, crescendo, grazie a una sorella un po’ più grande di me, ho conosciuto le canzoni di Fabrizio De André e poi di De Gregori, di Edoardo Bennato e altri. Ma De André, i primi anni che andavo via in campeggio da solo, verso i 14 anni, era il mio preferito e soprattutto “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”. Uno dei primi dischi che invece ho acquistato è un vecchio disco dimenticato di John Mayall, l’alfiere del british blues. La musica comunque per me è terapeutica. Quando sento musica io sono sano, tutto il resto è caos”.Dopo De André mi ha folgorato Umberto Bindi, sempre intravisto in una replica televisiva. Mio padre mi ha spiegato la sua storia, la sua solitudine, l’emarginazione. Io sentivo che Bindi portava nella musica leggera lo stesso studio dell’armonia della musica colta. Bindi mi ricorda un po’ Gershwin, lo stesso approccio, con questi spunti tra la classica e il jazz”.

A questo punto canta “Se ci sei” di Umberto Bindi

”Guarda, è finito l’inverno,
non poteva durare
perché se ci sei
ritorna l’estate” …

EG – E ti sei mai confrontato con gli altri artisti, con questi artisti “storici” diciamo?

Morgan – Mah, è un po’ difficile, perché a me in genere piacciono quelli morti (risate del pubblico). Ho conosciuto David Bowie, gli regalai una bottiglia di Brunello di Montalcino. Non so se la apprezzò.

EG – Però conosci Battiato …

Morgan – “Battiato sì. Ed ha un grosso vantaggio. Dal vivo è identico ai suoi testi! Quando ho fatto “Non al denaro” gli ho lasciato il disco in portineria a Milano. Qualche giorno dopo mi chiama e mi dice: “complimenti. E’ il tuo primo lavoro da interprete. Ma perché tutta quella introduzione all’inizio? Mettila alla fine”. L’introduzione era il “ta-tan-ta-tan che introduce “La collina”! A volte i consigli di Battiato non vanno ascoltati! (risate). Gli ho risposto che forse, avendo sentito tanto Bach avevo mutuato questo bisogno di spazi musicali … lui mi ascolta e poi mi fa: “evidentemente per te Bach è un problema!” Vabbè … (risate)

EG – Sgalambro? Non dice niente Sgalambro?

Morgan -. “Quando ho visto Sgalambro era sempre celato dietro certi tomi! Libri importanti come “La poetica” di Aristotele o i “Dialoghi sui massimi sistemi”. Mi ricordo che una volta gli ho fatto leggere un mio testo. C’era una frase che suonava all’incirca come “se avessi già capito la vita, sarei ad un passo dal cielo”. Lui ci pensa su e mi fa, con quel suo vocione: “Morgan … è interessante “già”! Tutto lì. Poi coi camerieri al ristorante passa un sacco di temo a parlare sul concetto di caldo, freddo, semifreddo… evidentemente ama di più parlare coi camerieri. (risate)!

EG – Parliamo del lavoro su “Non al denaro” …

Morgan – “E’ un lavoro eminentemente discografico. Non è un lavoro sul libro. Il lavoro sul libro lo aveva già fatto De André. A me interessava l’album, il concept, anche perché “Non al denaro “ è forse il miglior conceptc album italiano di sempre. Nel mio disco “manca” De André, nel senso che manca la sua voce, anche perché lui usa tonalità che io non ho. Io ho cercato di lavorare soprattutto sulle musiche di Piovani, che allora aveva 22 anni, ma ha inciso un lavoro che è un classico e che della musica classica porta tutte le caratteristiche di orchestrazione. Nessuno faceva dischi così curati e così strutturati allora. Ho cercato di mettermi in contatto con Piovani per procurarmi la partitura dell’album; volevo fare lo stesso lavoro che si fa su un’opera di Mozart. Uno prende “Il flauto magico” e gli dà una sua particolare lettura interpretativa. Finalmente ho raggiunto Piovani tramite Dori Ghezzi e la sorpresa è stata scoprire che la partitura non c’era. E’ evidente che ci deve essere stata sennò nona avrebbero potuto fare il lavoro che hanno fatto, ma è andata smarrita o perduta o chissà che. E allora ho dovuto rifarmi da solo tutta la partitura. E lì è scattato qualcosa e mi sono permesso “piccole correzioni”, ma può suonare presuntuoso, diciamo aggiustamenti, variazioni, anche “clonazioni”, nel senso che ho preso pezzi da un punto del disco, temi armonici, stacchi, per riportarli in altri punti, ma estirpando il materiale dal suo stesso DNA. Ne è venuto fuori un disco che è completamente diverso, ma del tutto rispettato.

EG – Hai compiuto un’operazione che al cinema è una costante, il famoso “remake”, ma che nel mondo della musica è ancora una rarità.

Morgan – Mah, sai, si fa, anche per riappropriarsi del catalogo discografico, e si faceva anche tempo fa. Modugno ad esempio ha fatto tante versioni diverse dei suoi successi, così tante che se uno andasse a cercare la versione originale di “Volare” non la troverebbe. Anche perché si chiama “Nel blu dipinto di blu”(risate!).

EG – Da cosa sei partito per afrontare “Non al denaro”? Quale è stato il punto di attacco?

Morgan – Sono partito dall’inizio, dalla prima canzone. L’ho solo fatta anticipare dal quelle poche note di piano che De André e Piovani avevano messo in fondo al disco. Ma poi siamo andati avanti in ordine: dalla prima canzone, dalle note che Battiato avrebbe voluto spostare in fondo al disco, fino alla fine. Che è stato anche un modo per imparare ad eseguirlo dall’inizio alla fine.

Canta “La collina”

”Dove se n’è andato Elmer che di febbre si lasciò morire,
dove Herman bruciato in miniera?
Dove sono Bert e Tom, il primo ucciso in una rissa
E l’altro che uscì già morto di galera?
E Charlie che cadde mentre lavorava
E dal ponte volò, volò sulla strada …
Dormono, dormono sulla collina …”

EG – Effettivamente sia la tua operazione, di reinterpretare un intero album, che quella di De Andrè di musicare un libro sono operazioni inconsuete. Esiste un libro che tu vorresti musicare? Tanto per richiamare il tema per cui siamo a Mantova a un Festival di Letteratura…

Morgan – No. E con questo la domanda è già finita (risate). Spesso vengo colpito da quello che leggo, ma ne prendo solo spunto e più sul piano dello stile che dell’argomento. Ci sono molti autori che frequento, soprattutto degli anni ’50 … anche loro tutti morti (risate). Nelle poesie, che poi è un altro discorso mi piace Leopardi, poi Dino Campana, Landolfi, Manganelli … ma non posso fare una canzone da Leopardi! Io ho iniziato a scrivere canzoni in inglese e il più delle volte erano fatte a slogan, frasi fatte. Poi ho iniziato a scrivere in italiano e vedevo autori come De André o Battiato che avevano uno stile proprio, qualsiasi cosa facessero. Allora la domanda era come farmi uno stile mio? Forse non ce l’ho ancora fatta, non lo so. Però Pavese mi ha aiutato: ho rubato intere frasi o pensieri da “Il mestiere di vivere” per scrivere la mia prima canzone in italiano (più tardi la eseguirà). Oggi, ad esempio, mi piace la matematica …

EG – Cerco di restare in tema. Tu hai scritto anche dei libri …

Morgan – C’è una raccolta di testi che non posso dire poesie e neanche canzoni, o almeno non lo erano quando li ho scritti. Si chiama “Dissoluzione” e, fedeli al concetto del titolo, quando è uscito il libro abbiamo usato poca colla per attaccare le pagine, in modo che il libro davvero si dissolvesse. Io ne ho fogli sparsi in mezzo alla libreria. A qualcuno è piaciuto questo sistema, ad altri no.

Voce dal pubblico – Se volevi che i fogli si staccassero bastava che te lo facevi pubblicare da Mondatori!

Morgan – Hanno i fogli che si staccano? Colpa di Berlusconi. No, Berlusconi in realtà fa sparire i libri. “1984” di Orwell, che è Mondatori non è più ripubblicato ed è introvabile. Forse perché nelò libro c’è la frase “chi controlla il passato, controlla il futuro” … (risate)

EG - Passiamo alle colonne sonore, perché hai fatto anche quelle! Ma dove lo trovi tutto questo tempo?

Morgan – Il tempo c’è. Ne ho fatto due, una per Infascelli “Il suono della vanità” e l’altra per Asia. Il principio è mettersi al servizio. Bach lo faceva con i principi e i re e io con i registi, ma distinguiamo le canzoni dallo “score”, la vera colonna sonora. I produttori pagano l’ira di Dio per avere le canzoni nella colonna sonora, ma non vogliono pagare le musiche di fondo. Danno davvero due lire. E io credo che se si andrà avanti così di nuovi Morricone in Italia non ne nasceranno più. Perché se uno deve mettersi a fare un lavoro faticoso e pure oscuro e non è neanche pagato, ma chi glielo fa fare? Ci sono comunque molti modi per fare le colonne sonore: prima si legge la sceneggiatura, poi si vedono le scene, ma adesso i registi, almeno quelli della mia generazione sono molto esperti di musica, quindi lo scambio con loro è continuo e proficuo. Infascelli suonava pure … Così nel film io ho fatto quello che voleva lui, ma l’ho fatto col mio stile. Mettersi al servizio, ti dicevo …

Canta “Una storia d’amore e vanità” dalla colonna sonora di “Il siero della vanità”, rivelando che il testo in realtà viene dritto dalle Metamorfosi di Ovidio, rispondendo così in ritardo alla precedente domanda di Gentile. Poi di seguito riprende gli omaggi a Endrigo con delle bellissime versioni di”Adesso sì” e “Dove credi di andare”.

EG – Un’ultima domanda. Tu mi dirai che non si sono mai sciolti i Blue Vertigo e che quindi non posso rimettersi assieme. Ma allora quando e se suoneranno ancora insieme?

Morgan – Non posso saperlo, posso augurarmelo, posso fare in modo di … ma essendo in quattro, dipende anche dagli altri. Noi siamo stati sempre completamente liberi e poi avevamo deciso dalla formazione di incidere una trilogia, poi un best e poi di scioglierci. Siamo rimasti impressionati di quanto siamo stati bravi a prevedere il nostro futuro … che poi invece è semplicissimo: basta dire una cosa e poi farla! (risate). Direi che i Blue Vertigo ci sono di più quando non ci sono. Posso anche dirti che ora sto scrivendo canzoni che potrebbero essere suonate da un gruppo. Ho chiuso la mia fase da interprete, per ora, e sto riprendendo a fare canzoni che i Blue Vertigo potrebbero suonare. Ma questo non vuol dire niente.

EG – Ma non hai nostalgia?

Morgan – Per ora no. Per altro anche il gruppo con cui suono adesso è ottimo. Poi devo dirti che rivedendo le canzoni che ho scritto con i Blue Vertigo qualche sprazzo di imbarazzo in me c’è! Le tappe immediate mie sono la partecipazione al prossimo “Premio Tenco” (potrebbe vincere la targa come interprete), la produzione del nuovo disco di Bugo che è un cantautore originale. Perché i grandi maestri muoiono e ci vuole qualcuno che li sostituisca! (Ndr – Morgan ha solo 32 anni, ha almeno 20 di carriera ancora davanti. Potrebbe anche essere lui una leva di ricambio? Forse sì. Almeno qui a Mantova ha mostrato ottime potenzialità. Speriamo! – Fine nota del Redattore).

Morgan si congeda cantando “Io che amo solo te”, ancora di Endrigo e chiude con il suo “La vita è impossibile”, il brano ispirato da Pavese. Applausi e ripetute chiamate in scena, ma l’ora tarda non consente bis.

 

 

Fonte: www.bielle.org/Articoli/Concerti/2005/Conc_MorganFestivaletteratura.htm

 

http://youtu.be/DMBAtGAg39A 

 

 

L'ex Bluvertigo rifà Non al denaro non all'amore nè al cielo (1971). Versione rispettosa, forse anche in teatro.

Intervista di Enrico Deregibus


E' la prima volta che succede in Italia: un disco di tre decenni prima integralmente rifatto da un altro interprete. Il disco è Non al denaro non all'amore nè al cielo di Fabrizio De Andrè (del 1971), tratto dall'Antologia di Spoon River del poeta americano Edgar Lee Master, scritto con Giuseppe Bentivoglio per i testi e Nicola Piovani per le musiche. Il nuovo interprete è Morgan. La sua versione è estremamente fedele all'opera originaria, filtrata attraverso il gusto del musicista monzese che peraltro ha potuto trovare terreno fertile per la sua creatività. Ne abbiamo parlato con lui e con Dori Ghezzi, presidente della Fondazione De Andrè.


L'idea

Dori Ghezzi: Il progetto c'era da tanto, ma doveva maturare. Prima ho pensato a un'opera teatrale, poi a un disco. Morgan non è stato pescato nel mucchio. L'ho sentito l'anno scorso a Roma mentre faceva due pezzi di questo disco. E lì ho capito che l'interprete ideale era lui.

Morgan: ...e Dori mi ha letto nel pensiero. Da tempo volevo fare un remake, che è una cosa che in altri ambiti viene fatta normalmente. Volevo valorizzare quest'opera come un grande classico, cristallizzato nella musica italiana. L'ho fatto in modo rispettoso, come quando nella musica classica si rifà un'opera senza alterarne la scrittura, ma lavorando sulla dinamica, sui timbri, sui tempi.


La realizzazione

Morgan: Ho chiesto a Piovani le partiture, ma erano difficili da recuperare. Proprio lì il progetto si è focalizzato. Ho capito che dovevo trascrivere quel disco, anche con un margine di errore, basandomi inizialmente sulla mia memoria. Anche perché era 15 anni che so suonarlo. Poi mi sono messo a sentire il vinile originale di mio padre. Lì ho avvertito la necessità di aggiungere più che di togliere. Come De Andrè con Lee Master, che aveva arricchito, aggiunto. De Andrè era andato sopra a Lee Master e io sono andato sopra a De Andrè. Il disco già era barocco, del Seicento, io l'ho reso ancora più barocco. E' stato inebriante, appagante, anche se molto difficoltoso.


In inglese

Morgan: Ora sto lavorando alla ritraduzione in inglese, partendo dal lavoro di De Andrè, dalle sue modifiche, dalle sue aggiunte. Di originale terrò i nomi e i luoghi. Secondo me De Andrè è stato davvero un poeta, adattando splendidamente queste poesie in canzone. Comincerò anche a cantarle in inglese queste canzoni. Spero poi che qualcuno voglia anche pubblicare il disco in inglese.


Estero

Morgan: La versione in inglese è di difficile realizzazione. Più che altro è un mio desiderio. Il problema è che la discografia italiana non ha un minimo di competitività. E' praticamente impossibile per un artista italiano fare qualcosa, tanto più per un artista che, come me, non fa musica italiota, come Ramazzotti o la Pausini. Forse all'estero ci sarebbe anche più spazio per le cose che faccio io. Conosco la musica inglese e Bowie tanto come la conoscono gli inglesi. Il fatto di non poter andare all'estero non è un mio limite, è un limite di chi mi gestisce. Questa può essere l'occasione: perché sono poesie di Lee Master, perché sono musiche di Piovani.


Live

Dori Ghezzi: Questo è solo un primo passo perché stiamo pensando a una rappresentazione teatrale.

Morgan: Sarà un atto unico di 40 minuti senza interruzioni e sarà arricchito da poesie di Lee Masters.


La fortuna

Morgan: Sono fortunato ad aver potuto realizzare e pubblicare un'opera come questa. Ci sono poche cose oggi con una profondità così. Questo per merito di De Andrè ma anche della grande libertà creativa degli anni Settanta. Oggi se avessi proposto io di fare una cosa così mi avrebbero riso in faccia, perché è tratta dalla poesia, perché è un concept e oggi siamo nell'epoca della frammentarietà.


Il futuro

Morgan: Non ho ancora pensato a un prossimo mio disco. Penso che sarà una cosa ancora diversa, qualcosa che non ho mai fatto. Anzi, in realtà ci ho già pensato: è qualcosa in cui la musica è solo uno degli aspetti. Penso a una scatola che suona, con tutti gli strumenti autocostruiti. Mi piacerebbe farlo con i Bluvertigo. Dopo un anno in cui non ci siamo visti abbiamo passato il Capodanno assieme. Gliene ho parlato e sono rimasti un po' perplessi, mi hanno detto "Non si potrebbe fare un semplice disco?".


Fonte: kataweb.it

L'artista presenta a Tgcom il nuovo cd

Ex frontman di Bluvertigo, Morgan torna con un nuovo progetto solista che vuole essere un omaggio a Fabrizio De Andrè. "Ricanto tutti i brani di Non al denaro non all'amore né al cielo - dice Morgan a Tgcom - e l'ho fatto in modo filologico". Poi ha aggiunto: "Ho inciso il disco a casa e mia figlia Ana Lou è rimasta affascinata da alcuni epitaffi. Per lei ho dovuto censurare un verso di Un giudice".

Morgan, De André (2005)Morgan (al secolo Marco Castoldi) ci tiene a raccontare di sua figlia Ana Lou, nata dalla storia d'amore con Asia Argento. "Ho avuto qualche problema con Ana Lou perché ho registrato il disco a casa - dice - e lei ascolta le canzoni che incido. Quindi inevitabilmente le ha imparate a memoria. Di De Andrè le piacciono molto "Il malato di cuore" e "Il giudice". In quest'ultimo pezzo c'è un verso che dice 'perché ha il cuore troppo troppo vicino al buco del culo'. Così per lei ho cambiato la frase e ho inciso 'vicino al cuore del mulo'. Non potevo fare altrimenti. Del brano Il malato di cuore ad Ana piace molto il verso 'da ragazzo spiare i ragazzi giocare al ritmo balordo del tuo cuore malato'.

Com'è nata l'idea di incidere questo album?
Nel settembre scorso, Dori Ghezzi mi ha proposto di inaugurare il centro studi intitolato a De Andrè, proponendomi un'esecuzione dell'album di Spoon River. Ho accettato l'incarico, ma ho lanciato una controproposta chiedendole di poter re-incidere tutto il disco di Fabrizio.

Questo non è un disco, ma l'hai definito una "dis-cover"...
E' un'idea sui generis. Cover è una trasformazione, una manipolazione e una personalizzazione di testi classici. Io, invece, sono stato fedele - filologicamente parlando - e aderente alla formula originale delle canzoni. Le ho conosciute entrandoci dentro e trasformandole come fossero un'opera classica. Ho apportato delle microchirurgie, grazie anche all'aiuto del pc. Mi sono tolto la libidine di maneggiare questa musica, un po' come ha fatto Gus Van Sant con il remake di "Psycho". Lui ha detto 'voglio fare le stesse inquadrature di Alfred Hitchcock, ma con i mezzi tecnologici di oggi".


Morgan, De André (2005)Cosa ti affascina più di "Non al denaro non all'amore nè al cielo"?
Ha un fortissimo messaggio etico con aspetti di varia umanità. Attualissimi. Poi è anche un disco sociale. Tocca persone più diverse e affascinanti, tutti lì a dormire "sulla collina", come dice il primo brano del disco.

La Fondazione De Andrè ha incaricato alcuni dei Conservatori più famosi di ri-scrivere il repertorio di De Andrè con partiture di musica classica...
E' quello che ho già fatto con la collaborazione dell'Università di Siena. Ho avuto tra le mani le partiture originali delle musiche di "Non al denaro...", cose che neanche Piovani aveva. Questo è un disco complesso e ho sfruttato le mie conoscenze accademiche suonando anche il clavicembalo (che avevo studiato a 16 anni).

Hai coordinato anche due orchestre "Le sagome" e "L'orchestra scomposta". Come ci sei riuscito?
Ho registrato le loro esecuzioni in session separate e ho diviso l'apparato 'leggero' del disco con la parte 'sinfonica'. Poi una volta creato lo scheletro di ognuna di queste due parti le ho messe insieme in un secondo momento. Era complesso mettere insieme l'anima classica di Piovani con quella pop di De Andrè.

E' un caso che degli otto epitaffi, il "suonatore Jones" sia l'unico ad essere in pace con il mondo?
No. Il suonatore segue sempre la sua inclinazione artistica, per tutta la vita. Quindi è appagato dall'arte. Gli artisti sono "persone espresse" o come dice De Andrè nella canzone "un ridere rauco ricordi tanti/ e nemmeno un rimpianto". Insomma il suonatore ha condotto sempre una vita piena ed appagante. Immagino anche che nel suo tempo abbia avuto un ruolo determinante perché narrava la storia degli altri personaggi del disco. Ne ha cantato le gesta, ha fatto il giullare di corte e la canzone del giudice magari l'avrà cantata davanti al giudice stesso.

Morgan, De André (2005)Come definiresti questo album?
Barocco. E' stato giusto riproporre questa musica dopo il minimalismo che ha contrassegnato gli anni '90. Ne "Il malato di cuore" ho inserito un arrangiamento libero su un tema tratto dall' "Inverno" di Vivaldi. Poi in "Un medico" c'è il tema regio de "L'arte della fuga" di Bach, "Un chimico" è impreziosito dalle note del "Canone" di Pachelbel. Infine "Il suonatore Jones" è stato arricchito da quattro note dal tema di "Dormono sulla collina". Ho reiterato solo alcuni momenti musicali del brano di apertura, allungando l'intero disco di 13 minuti.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Sicuramente un tour con il gruppo "Le Sagome", in estate. Con i Bluvertigo stiamo mettendo assieme un po' di idee per il nuovo album. E con i Lombroso mi sto divertendo molto, facendo serate con loro. Un ritorno alle origini quando bisognava andare in giro con la stessa macchina, scaricare e caricare gli strumenti e montare le luci del palco. Pubblicherò anche un libro edito dalla Isbn Edizioni.

I Lombroso sono Dario Ciffo e Agostino Nascimbeni. Come li hai conosciuti?
Dario (violinista degli Afterhours; ndr.) è stato quasi mio cognato perché fidanzato con mia sorella. Mentre con Agostino suonavamo anni fa a Brera con la chitarra in mano le canzoni rock and roll dai Beastie Boys ad Elvis. E' un ottimo musicista e polistrumentista.

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Curiosità - Alcune differenze con il disco di De Andrè: la versione di Morgan ha un totale di 17 brani per un durata compessiva di 43': 22''. Mentre l'album di De Andrè conta 9 brani e 31': 15'' di durata. Tra i componenti dell'orchestra scomposta, suona il violoncello secondo Roberta Castoldi, sorella di Morgan.

Fonte: TgCom

Morgan
Intervista Fuori dall'Appartamento…

13-04-2005

Incontriamo Morgan poco prima della sua data romana al Circolo degli Artisti, ci accoglie poco prima del soundcheck…
Rocklab: Prima domanda, questo nuovo tour, come va, cosa ci proporrai? ho visto anche un set molto particolare sul palco (N.B. un piano, un divano, un rhodes, synth, drummachine, theremin.. ecc…)
Morgan: Si il set da un pò di mesi a questa parte, è un set un pò variabile, nel senso che io ho un’esigenza di cambiare spesso l’assetto dei concerti, per proprio una mia pulsione a fare cose sempre un pò diverse e in qualche modo essere impreparato alle situazioni, cioè nel senso di avere quel margine di sorpresa, novità, imprevisto che secondo me determina l’originalità del concerto, infondo se uno vuole una cosa sempre uguale a se stessa si ascolta il disco, se invece vuole vedere qualcosa di speciale che ogni volta è nuovo, viene a vedere un mio concerto, e in effetti chi ha modo di vedere più concerti miei vede sempre concerti differenti.

R: Quindi anche la scaletta è sempre differente?
M: Si, la scaletta, i musicisti stessi, io convoco musicisti differenti ogni volta, e non li preparo più di tanto rispetto a quello che succederà durante la serata, cioè noi siamo pronti a suonare una serie di cose, diciamo un repertorio molto più vasto di quello che puoi suoneremo, a volte si decide la scaletta prima, che poi verrà modificata, alle volte non la si decide neanche, ci sono state serate in cui ho messo dei bigliettini in un cappello, dove non c’erano scritte le canzoni, ma c’erano delle parole, dei titoli di romanzi, degli eventi di cronaca, delle cose che determinavano un pò l’andamento della serata, quindi direi che è un pò un atteggiamento anche di auto-sabotaggio.

R: Stasera ci proporrai anche pezzi di De Andrè?
M: Per esempio c’è questa possibilità… chi lo sa? (ride)

R: Il capello coi bigliettini anche stasera?
M: Il cappello coi bigliettini no, perchè non c’è il cappello… (ride)….

R: Rimanendo su De Andrè, il nuovo album, com’è nato?
M: Il nuovo album è un remake, il primo remake di un’album, italiano almeno. Conosco altri remake che sono stati fatti… per esempio i Laibach hanno fatto Let it Be che però è più una trasformazione, quasi con sarcasmo, poi c’è “The Dub Side of the Moon” ma che è un’adattamento, uno spostamento di genere, i Pink Floyd trasformati in Reggae… No nel mio caso è un vero e proprio remake che si attiene all’originale…

R: Quindi cerchi di mantenere le stesse atmosfere….
M: Si perchè è un’oggetto di studio, è sempre stato uno dei miei punti di riferimento…

R: Perchè hai scelto proprio questo album di De Andrè, che è un’album un pò atipico nella produzione del Faber
M: Perchè quel disco è per me il concept album per eccellenza, si è un disco atipico per De Andrè ed è anche un’album auto-referenziale, a me piace procedere per auto-referenzialità, ad esempio una parola auto-referenziale è esasillabico perchè ha sei sillabe, cioè una parola auto-referenziale è breve, perchè vuol dir breve ed è breve, ecco questo è un disco auto-referenziale perchè è un disco che De Andrè ha sepolto, lo stesso De Andrè non ha mai suonato dal vivo, proposto in compilation, è un disco di anime sepolte, di personaggi sepolti, che è stato sepolto da De Andrè, quindi io adesso non faccio una cover, ma una dis-cover, un’anti-cover, perchè normalmente le cover coprono, sono degli occultamenti. Il lavoro che c’è dietro questo disco per me è interessante, è stato il lavoro musicalmente più complesso e articolato per come è fatto, perchè inizialmente ho pensato: approccierò questa esecuzione come se prendessi in mano un’opera, che ne so, il Don Giovanni di Mozart, quindi mi faccio dare le partiture, ma le partiture non c’erano, erano sepolte pure queste, e allora ho dovuto trascriverle come sotto dettatura, cioè mi son messo la con una specie di microscopio autoditivo e ho cercato di decifrare…. come si dice in gergo “tirate giù”, mentre le trascrivevo ho operato degli interventi di microchirurgia musicale, che non sono molto udibili, uno ha la sensazione che siano le parti originali, ma qua e là ci sono delle variazioni, delle correzioni armoniche, invece da un punto di vista della struttura l’ho allungato molto… innanzitutto la durata, confrontando la durata: 31 minuti l’originale e 43 il mio, quindi ci sono 12 minuti in più, questi 12 minuti vengono fuori perchè ho rallentato tutti i brani, per esempio, e poi anche esteso delle parti, e ho fatto riaffiorare le citazioni di Vivaldi. Quindi quando c’è la citazione di Vivaldi che Piovani aveva fatto per rendere il disco barocco, che già era barocco, io l’ho resa ancora più barocco mettendola per esteso tutta la citazione, quindi l’Inverno di Vivaldi alla fine del “Malato di Cuore” c’è tutta, poi ho aggiunto un’introduzione che Piovani aveva messo alla fine, io l’ho messa sia alla fine che all’inizio in moto tale da rendere circolare tutta la struttura, poi le parti strumentali dei singoli brani come ad esempio nel Blasfemo o nell’Ottico, o nel Matto, comunque in parecchi brani ho raddoppiato, triplicato o quadruplicato a volte i riff strumentali, per una sorta di feticismo musicale, cioè ci sono della parti che a me piace ascoltare e quindi le vorrei ascoltare più volte… Non mi sono permesso aggiunte testuali o modifiche alle strutture dei brani nel senso lirico, magari aggiungere delle strofe, la struttura delle canzoni è rimasta quella, semplicemente ho dilatato. Secondo me è avvenuta una specie di dilatazione del lavoro che in effetti mi sembrava un pò contratto… era nervosamente contratto, paradossalmente si pensa che negli anni 70 la musica era polissa, invece questo disco era molto sintetico, era molto stringato…

R: Aveva paura di dir troppo…
M: Secondo me De Andrè non aveva voglia di perdersi in troppe divagazioni strumentali perchè dava molta importanza alle parole, io invece che dò importanza anche alla musica, ho ampliato le parti musicali anche per un gusto mio personale, nel lavorare a questo disco, nel suonarlo, nell’eseguirlo, nell’orchestrarlo… è stato un lavoro abbastanza complesso, e secondo me è venuto fuori il mio miglior disco, lo posso dire anche perchè non è mio… (ride)

R: Il disco da chi è suonato?
M: Il disco è suonato dal mio ensamble, siamo in 14, è un’ensamble composto da due organici, uno è “Le Sagome” che sarebbe il mio gruppo pop, e l’altro è “L’Orchestra Scomposta” che è il mio gruppo classico, il quintetto d’archi più i fiati… che poi “Le Sagome” sarebbero gli stessi che hanno suonato ne “Le Canzoni dall’Appartamento” che si chiamavano “I Giaguari” nel disco precedente, e si chiamano “Le Sagome” adesso…. (ride)

R: Perchè “Le Sagome”?
M: Le Sagome perchè mi piace l’idea delle ombre degli spettri, cioè proprio nel panorama di “Spoon River”, nell’idea che stiamo facendo qualcosa che ha a che fare con la morte, con gli spiriti, con le anime… “Le Sagome” perchè è come se fossero dei musicisti da vedere in controluce, delle silouette…. questa è una band che ha quaranta nomi… ogni giorno ne cambia uno nel disco c’è scritto “Le Sagome” magari oggi ci chiamiamo “I Malandrini” (ride)

R: Abbiamo intervistato Bugo poco fa e ci ha detto che il suo prossimo disco sarà prodotto da te, come mai la scelta di Bugo?
M: Penso per affinità nella pazzia, lui crede che io possa essere uno che razionalizza i suoi percorsi creativi, e io invece penso che non sarà così, che invece sarà una specie di scontro atomico, tra due menti del tutto incontrollabili come la mia e la sua. Penso che amplificheremo le reciproche follie, e penso che verrà fuori qualcosa di paradossalmente forse normale… sperando che si annullino… (ride). Comunque a me Bugo piace molto, è nata questa cosa perchè in alcune interviste ho dichiarato che era l’artista italiano più interessante, e probabilmente era reciproca questa cosa, ci siamo incontrati ad un concerto, io mi sono scritto con la matita per gli occhi sul braccio “Osso Bugo”, lui è rimasto molto colpito dalla cosa… e mi ha chiesto di suonare dal vivo con l’organo in quella serata a Padova i pezzi che io non conoscevo, lui è rimasto stupito di come io non conoscendo i pezzi avessi azzeccato tutti gli accordi e gli ho detto: bè certo c’erano tre accordi non era molto difficile… (ride)

R: Allora vorrei chiederti qualcosa su “Canzoni dall’Appartamento”, innanzitutto ti faccio i complimenti miei perchè è un disco che ho consumato, è molto bello, volevo sapere innanzitutto se è nato inizialmente attorno ai contenuti o intorno alla musica, cioè avevi necessita di esprimere i contenuti inizialmente, o la musica e poi i contenuti?
M: Sono nate tutte le cose parallelamente, cioè nel senso nel momento in cui ho avuto l’illuminazione di come avrei dovuto procedere per fare questo disco sono arrivate insieme tutte le idee, evidentemente era arrivato il momento di farlo… si è un pò fatto da se questo disco. Diciamo che regna sovrano il vincolo su questo album, che è l’idea del luogo, lo spazio e il tempo, un paradigma spazio-temporale che è alla base di tutto il lavoro, dopodichè, quando ci si pone un vincolo creativo, come nel dogma cinematografico, uno decide dieci regole con cui procedere e poi quello che ci metti dentro viene fuori con più facilità e in qualche modo poi decidi se ancorarlo al vincolo o se magari discostarti.. però in qualche modo hai la strada già tracciata, è come avere dei binari sui quali procedere e a quel punto avendo deciso la forma di questo disco, poi dopo i contenuti ce li ho messi dentro in modo molto spontaneo e poco meccanico… in qualche modo sono riuscito a comunicare i contenuti, una volta che avevo deciso la forma che dovevano avere. E’ come in certa architettura, perchè la metafora architettonica c’è pesante nel disco dell’Appartamento, non nel titolo soltanto, ma proprio nell’estetica e nel riferimento con certi stili architettonici, sia con quella organica, sia con quella razionalista, sono stati un modello per questo vincolo che mi sono posto, e c’è un particolare tipo di architettura razionalista che determina l’esterno in base all’interno, cioè le esigenze dell’Appartamento come spazio abitabile della casa che determinerà la forma esterna, e non viceversa, questa è un pò una cosa che ho fatto lavorando alle “Canzoni dall’Appartamento”, poi tutte queste mie metafore, capisco che possano sembrare un pò intellettualistiche o incomprensibili alle volte, però a me mi aiutano a procedere, tant’è vero che prima di fare il disco Zero dei Bluvertigo, io avevo proposto ai Bluvertigo un lavoro che avrebbe dovuto chiamarsi “La Musica del Principio”, per principio io intendo questo vincolo: Laddove in ogni canzone doveva essere teorizzata a priori un vincolo e avevamo già scritto tutti i vincoli da adoperare, poi dopo non li abbiamo utilizzati, forse l’unico è stato il brano “Zero” che è stato costruito in base al vincolo del rumore digitale, cioè nel senso che i suoni di quel brano sono stati ricavati da delle session dove noi tiravamo fuori i rumori dagli strumenti, e non i suoni per qui erano stati costruiti, il jack che entra e esce dall’amplificatore, l’accensione del campionatore… tutti questi rumori che gli strumenti possono generare sono stati campionati e poi ri-intonati e utilizzati per creare l’archivio dei suoni che poi abbiamo utilizzato per il brano “Zero”, questo era il vincolo alla base di questa canzone, poi le altre canzoni sono state fatte molto liberamente. Forse “Numero” è stata composta tenendo presente un vincolo numerico, cioè andando a scomporre in modo abbastanza cerebrale la struttura del brano procedendo con, niente popò di meno che, la catena numerica di Fibonacci, cioè quella che si usava nel cinquecento, che è una struttura di numeri primi per cui il numero successivo è costituito dalla somma dei due precedenti. Quindi il porsi un vincolo… era una cosa che anche per Bach aveva un senso, ad esempio “La Fuga” come forma è una forma vincolante… io appartengo alla categoria di quelle persone che pensa che aver dei vincoli è la libertà, l’esser vincolati che ti permette di creare. Ad esempio, provate ad immaginare un mondo ideale dove non ci siano persone fuorchè te, non c’è nessuno spazio per poter parlare o per poterti relazionare, quindi all’interno di quello che è un vincolo di una relazione uno può agire la sua esistenza, se non ci fossero gli altri quale tipo di esistenza potresti avere?

R: Visto che si parlava di Bluvertigo, ho sentito che state lavorando al nuovo album, a che punto siete?
M: Si ci stiamo lavorando, io sto già scrivendo delle cose, siamo in fase compositiva e di telefonate, dove appunto si parla di vincoli e io regolarmente faccio la parte di quello un pò da domare, perchè se si seguisse quello che io prospetto probabilmente si andrebbe in direzioni un pò fumose, un pò poco concrete e molto fatte di immaginazione e di progettualità e poco di messa in pratica, gli altri che hanno invece un modo di fare un pò più concreto, più pragmatico del mio, tendono sempre ad abbassare i miei voli pindarici, anche il vincolo stesso che ci siano loro fa bene, io infatti pretendo che gli altri mi critichino, però ciò non toglie che è proprio per questo che io posso volare in alto.

R: Ma trovi molto difficile domare questa tua concettualità? Trovi difficile calarla in una cosa più concreta?
M: No, cioè in effetti lo trovo normale, è quello che infondo faccio, poi molto spesso capita di lavorare anche in una condizioni priva di apriori, cioè mi metto li con gli strumenti sotto mano e creo delle cose, dei giri, degli accordi, degli arrangiamenti, dei pattern di batteria, delle cose che non hanno per forza un’idea concettuale che le origina. Però trovo molto divertente il fatto di pensare prima le cose che si fanno, per esempio quando scrivi un libro puoi pensare già come andrà a finire, e di conseguenza scriverlo, oppure iniziare senza sapere dove andrai e poi trovarti a pensare il finale al momento in cui ci arrivi. Sono due modi diversi, l’importante è mettersi li e lavorare, spendere ore e tempo dietro le proprie idee, io sono uno molto teorico, però questo non vuol dire che nel momento in cui mi metto con le macchine sotto mano non tiri fuori delle cose, anzi sono uno abbastanza strumentista, mi piace suonare gli strumenti, diciamo che ho tutti e due gli aspetti, alle volte prevale uno. Nel mio disco ha prevalso l’aspetto concettuale che era: la metafora architettonica, il tempo e lo spazio, nello spazio son stato delimitato dall’idea che tutto quello che ho fatto è stato fatto in quell’Appartamento che ne ha determinato i suoni, l’estetica, mi son fatto guidare da quello che io potevo ascoltare acusticamente all’interno di questo ambiente che era, apparte i suoni che potevo produrre io, erano i suoni dell’esterno che entravano dentro di me, il rumore della città, il rumore dei vicini, il calpestio di passi, il rumore delle tende quando c’era il vento, i fruscii, le telefonate degli altri, il rumore del cellulare, e poi c’era il vincolo del tempo, cioè del fatto che tutto questo avveniva in un’epoca mai esistita, soprattutto in un’epoca sicuramente mai esista nel passato e non nel futuro.

R: Cosa significa un’epoca mai esistita?
M: Significa un’epoca non vissuta, cioè un’epoca in cui io non sono mai esistito, quindi il riferimento ad un’epoca che non mi apparteneva, non era la mia epoca, che non era il suono contemporaneo, il suono degli anni 80, era piuttosto il suono che c’era quando io addirittura ero o semplicemente pensato, o nel grembo di mia madre, in quegli anni la. Addirittura la musica che ascoltava mia mamma o mio papà, prima che io venissi al mondo che in qualche modo mi ha generato, la musica dalla quale io derivo senza averne avuto un’esperienza diretta, ma solo indiretta, allora ho provato a ipotizzare una musica che viene prima di me ma è tutta una cosa inventata che poi infondo non è che veramente queste canzoni c’erano negli anni 60, hanno una parvenza di anni 60, ma sono come io me li figuro ma poi non sono quelli. E’ come se io avessi magicamente trovato questo disco nella soffitta ed era un disco che era uscito nel 62 ma non ha avuto successo, queste canzoni non sono mai state conosciute, sono rimaste là ancora chiuse, ho provato a scrivere in modo non mio, come a scrivere delle finte cover, e mi son molto divertito ad estraniarmi completamente, al mettermi al di fuori da me stesso, in una posizione compositiva che non seguiva le logiche del mio essere autore di canzoni, negli accordi, nell’uso della melodia, per me cantare un pezzo come Altrove è come cantare una cover, come se non l’avessi scritta io, cioè io spontaneamente non scriverei quello, ponendomi quel vincolo sono riuscito a scrivere una canzone così che però mi piace, ma è come se non l’avessi scritta io, fare tutto questi esercizi di estraniamento poi alla fine secondo me produce di fatto, un percorso personale.

R: Quindi è un disco tuo, ma non tuo?
M: Si, esatto è un finto disco di cover, mentre quello che ho fatto adesso non è un disco di cover, ma la cover di un disco, una dis-cover…. (ride)

R: Un’ultima domanda, cosa ne pensi della produzione italiana di adesso?
M: Penso che ci siano cose interessanti, per esempio Bugo mi piace, mi è sempre piaciuto Gazzè, Nicolo Fabbi, certe cose di Tiromancino, ci sono molte cose che mi piacciono, però se posso fare una critica alla musica italiana, che è veramente poco audace, manca di slanci coraggiosi, di fantasia estrema, è come se non trasgredisse mai nessuna regola, fosse sempre troppo conforme e adatta, trovo che le musiche che piacciono a me sono musiche che hanno qualcosa di inadatto….

R: Cosa sta nel tuo lettore CD adesso?
M: Bè apparte il mio disco che sto ascoltando per capirne i difetti, ma ormai è troppo tardi perchè già è stato masterizzato, nel mio lettore CD stanno gli LCD Soundsystem, Peaches, anche se è un disco che è uscito un pò di anni fa, mi piace quel tipo di elettroclash la batteria elettronica usata in un modo un pò assurdo, ecco vedi in questo caso i ritmi di batteria elettronica di questo disco sono davvero poco prevedibili, il rullante sta al posto della cassa, c’è una sovversione continua dei ruoli che è quello che io chiamo audacia, coraggio, un pò ribaltamento delle visioni, è un espressionismo sonoro. In Italia siamo un pò perbenino, troppo contenuti, dentro delle certezze che fanno fare dei prodotti gradevoli ma a volte la gradevolezza non è tutto, mi piace anche l’invenzione, la stravaganza, la difficoltà nell’ascolto, a me piace ascoltare cose che ascolto con difficoltà, non delle cose facili da sentire, io ascolto molta musica contemporanea, che ne so Stockhausen che sono cose ostiche all’orecchio, non carezzevoli, stranamente io preferisco le cose che non capisco alle cose che capisco.

R: Per dire, siamo stati a vedere Megahertz dal vivo qui a Roma che ha un set molto particolare, bè eravamo 15 persone più o meno…
M: Si direi che Megahertz è abbastanza strano, anche se il suo disco non è abbastanza strano come dovrebbe essere, io non sono intervenuto nel suo disco, l’ho lasciato fare, mi piace la ricerca sonora che fa lui perchè è completamente analogica, è un pò una sfida tecnica, una cosa un pò fuori dal tempo diciamo, non si fa più così, è un pò un folle con le tecniche che ci sono ora digitali, potrebbe fare in un giorno le cose che fa in una settimana. Però mi piace il fatto che lui ha questa linea che probabilmente gli complica un pò la vita, ma che alla fine lo rende più originale.

R: Morgan produttore: continua tu…
M: Morgan produttore ultimamente non ha fatto molto, Morgan è sempre produttore di se stesso, mi sono anche un pò stancato di questo, mi piacerebbe essere un pò gestito da qualcun’altro che sia un pò più fuori di testa di me, perchè se quel qualcun’altro è più limitato di me allora è inutile. Io procedo per espansione voglio che le cose e le visioni siano sempre più larghe, gli orizzonti più lunghi, mi piacerebbe un produttore che mi tiri fuori delle cose, non che le lascia dentro, quindi continuerò ad essere produtto di me stesso finchè non arriva qualcuno…

R: Non hai voglia di produrre qualcun’altro, di tirare fuori le cose da qualcun’altro?
M: Io si ho voglia di farlo, adesso ho molta voglia di produrre Bugo, poi ho voglia di produrre un gruppo garage, cioè una specie di power trio…

R: A questo punto la cassetta finisce e dobbiamo salutare Morgan che va a fare il soundcheck… Un grazie particolare ad Emilio Zucca per il supporto nell'intervista.

Fonte: rocklab.it

Dal rock alla poesia, Morgan rilegge De Andrè pubblicando il suo nuovo album "Non al denaro, non all'amore, nè al cielo" un omaggio personale dell’artista a Fabrizio De Andrè. Un lavoro che arriva dopo la pubblicazione di “Le canzoni dell’appartamento” (debutto solista di Morgan, vero nome Marco Castoldi) e la colonna sonora “Il suono della vanità”.

Un’ operazione unica nel suo genere: il primo re-make discografico della musica italiana. Quasi fedelmente basato sull' omonimo album di Fabrizio De Andrè, a sua volta liberamente tratto dall' Antologia di Spoon River del poeta americano Edgar Lee Masters. Ri-arrangiato e Ri-prodotto da Morgan. Non è un disco di cover…

Alcuni cenni storici: “Non al denaro non all’amore né al cielo” fu pubblicato per la prima volta nel 1971 e subito definito “concept album” sia perché i testi provenivano tutti da un’unica fonte, sia perché il corpo musicale era un tutt’uno finito e autosufficiente, costruito “come una colonna sonora”. Le musiche, firmate Fabrizio De Andrè / Nicola Piovani, componevano una sequenza di piccole storie musicali connesse tra loro, alcune delle quali strutturate a mo’ di suite, non si trattava quindi d’una qualunque raccolta di canzoni ma di un’opera con i temi ricorrenti, armonie e melodie condivise, continui rimandi, citazioni barocche, passaggi psichedelici. Gli arrangiamenti erano di Nicola Piovani (allora ventiduenne) e affidati al suono di una grande orchestra classica supportata qua e là da un organico ‘leggero’, pop.
I testi, scritti da De Andrè con Giuseppe Bentivoglio, erano l’adattamento di nove dei 244 epitaffi che compongono l’intera Antologia di Spoon River. Poesie che diventano canzoni, ciascuna delle quali rappresenta un personaggio che ci racconta la sua vita, in forma di ballata o di mini-suite

Per conoscere le varie fasi del progetto abbiamo incontrato Morgan, accompagnato da Dori Ghezzi:

Da chi è partita l’idea di realizzare questo disco?

Morgan “ Prima di tutto non è album di cover , ma con questa operazione apro ufficialmente l’era del remake discografico, un’operazione logica accostandola al remake cinematografico considerata ormai una consuetudine. Come un direttore d’orchestra esegue un’opera classica io ho eseguito l’opera di De Andrè. Ho agito nel rispetto dell’originale, operando una sorta di ricostruzione filologica, soltanto filtrata inevitabilmente dai miei gusti, mezzi e possibilità…".

Ghezzi “Siamo noi che abbiamo deciso di affidare a Morgan questa operazione. Sentivo l’esigenza di tenere vivo questo lavoro per i giovani. Lui ha sempre adottato un atteggiamento diverso nell’interpretare la musica Pop attuale. Io volevo che Morgan facesse la sua personale interpretazione di Spoon River, ma lui ha deciso per il remake” . “Un desiderio che diventa realtà. I Miei genitori ascoltavano questo disco quando ero bambino, quindi lo conosco a memoria. De Andrè è uno dei miei artisti preferiti, un ammirazione che non ho mai negato” ha replicato Morgan.


Come hai operato il tuo remake ?

“Ho agito sulla materia in maniera rispettosa, ho eseguito un’opera senza alterare le note. Un’esecuzione con la partitura quasi originale, ho trascritto tutto il disco con quel margine d’errore minimo, con l’idea che avevo nella mente, con il ricordo della memoria…Ho operato onorando la Partitura di Piovani, sempre aggiungendo qualche elemento, mai eliminando. Ho integrato l’affresco dipinto da De Andrè. Di per se il disco era barocco, ora lo è ancora di più, con altri orpelli del ‘600…” “Su alcune parti ho dovuto effettuare un’azione di restauro, soprattutto i finali delle canzoni, realizzando, ma mai inventando, dei raccordi tra i vari pezzi. Era necessario mantenere integro un concetto, quello circolare tra vita e morte…"

Che rapporto hai avuto con i vari personaggi del disco?

“Ho trovato elementi di riconoscimento e autobiografici in ogni personaggio dell’album. Ad esempio mi ritrovo perfettamente nell’analisi della religione del Blasfemo (un ateo intelligente); o con il ‘matto’ e il ‘suonatore Jones’, due intellettuali uno il paroliere (matto) l’altro il musicista (Jones), due persone che hanno seguito la loro attitudine e sono felici…Un insegnamento che ho fatto mio: ho seguito la musica e sono felice..”

Come definiresti questo album e cosa ti aspetti da questo progetto ?

“E’ un disco Barocco. De Andrè è stato poeta nell’adattare la poesia (arte e valore universale) in Musica. Un lavoro che affronta l’aspetto sociale di una civiltà organizzata. Una materia cangiante da conservare e tramandare. La musica di questo set è come una colonna sonora di un film che non c’è. Per questo motivo ho deciso anche di realizzare l’intera opera in lingua inglese. La mia è stata una scelta contro tendenza. Oggi tutto è frammentario, mentre questo è un concept. Desidero che i giovani ascoltino ‘Non al denaro, non all'amore, nè al cielo’ senza pregiudizi, ovvero evitando il confronto con l’originale. La canzone personaggio è il modello predominate del CD, uno schema che ho sempre amato, che ho affrontato con “The Baby” nel mio debutto solista , ma anche con i Bluvertigo".

Ci sarà un’esecuzione live del disco?

“Si. Un tour estivo. Ci sarà l’esecuzione completa dell’opera senza interruzioni con l’aggiunta di poesie di Lee Masters, come per “The Wall” dei Pink Floyd. Un’operazione assolutamente inedita".

Progetti per il futuro?

“Oltre alla traduzione di ‘Non al denaro, non all'amore, nè al cielo’ in inglese, ho in mente una cosa molto originale, diversa, qualcosa di nuovo, che mi stimola. Una sfida personale, un progetto ambizioso che mi piacerebbe realizzare con i Bluvertigo. Quello che posso dirvi è che sarà una ‘scatola che suona’ , con strumenti auto-costruiti…la musica è solo uno degli elementi di questa proposta…”

Con la versione in Inglese potrai esportare il tuo lavoro?

“La versione in inglese è un mio desiderio e spero di trovare qualcuno che la pubblichi. Andare all’estero non è un mio limite , ma di chi mi gestisce. La discografia italiana non è competitiva. Io faccio parte della generazione di MTV, conosco la musica inglese come la conoscono i britannici, ho una preparazione adeguata e il mio operato è forse meglio collocabile oltre Manica. Questa iniziativa potrebbe rappresentare l'occasione giusta perché sono poesie di Lee Master e musiche di Piovani…".


Le differenze:

De Andrè
durata complessiva: 31’15"
numero brani: 9

Morgan
durata complessiva: 43’22”
numero brani: 17 (Nelle canzoni-suite c’è un ID all’inizio di ogni sezione)

Alcuni interventi
[di seguito elencati gli elementi di novità –aggiuntivi rispetto agli arrangiamenti originali]

inizio: tema de ‘il suonatore Jones’ eseguito da clavicembalo, organo e quintetto d’archi

Dormono sulla collina: pianoforte, sintetizzatore Moog, coda finale e collegamento al brano successivo

Un matto: struttura inizio, ripetizione temi (riff), clarinetto, arrangiamento cori polifonici su quarta strofa, bisbiglio delle ‘voci in sordina’

Un giudice: (arrangiamento ampiamente rivisitato), batteria e Rhodes Piano Bass, ocarina solista sostituita con flauto a coulisse, tema eseguito ogni volta con diverso strumento e nel finale dalla somma di tutti, ripetizione temi e ripresa finale con coda


Un blasfemo: tempo allargato, tema strumentale duplicato con variazioni armoniche, verso conclusivo 3volte reiterato invece di 2 , nuovo finale

Un malato di cuore: tempo molto allargato, sostituzione della voce soprano con theremin, variazioni armoniche nel ponte e nella sezione strumentale arrangiamento libero su un tema tratto dall’inverno di Vivaldi, in origine accennato con chitarra

Un medico: pianoforte, clarinetto basso, sintetizzatori, mellotron, voci processate con effetti nel ponte, nella terza strofa il clavicembalo espone il tema regio dell’Arte della Fuga di J.S.Bach.

Un chimico: tempo allargato; piano elettrico, contrabbasso, chitarra elettrica; dopo la terza strofa inserto di sedici misure del celebre Canone di Pachelbel eseguite dal quintetto d’archi (O.S.), dopo un’improvvisazione strumentale la tonalità modula alzandosi di un tono e mezzo.

Un ottico: (suite composta di cinque sezioni denominate ‘clienti’) pianoforte e clarinetto, voce con megafono nella seconda strofa e nel finale, riff di ottoni riassegnato a moog+clarino+archi, rielaborazione delle voci dei clienti, improvvisazione ‘free-funk’ del gruppo ‘le sagome’ che si conclude con cluster politonale psichedelico

Il suonatore Jones: il flauto è sostituito dal violino (cfr E.L.Masters, ‘Fiddler Jones’), pianoforte, batteria e basso dalla terza strofa, voce soprano nel finale sostituita dal Theremin, il finale è ripetuto una volta in un crescendo con variazioni armoniche.

Concludono quattro note dal tema di ‘Dormono sulla collina’, nel segno della circolarità.

Canta:
Morgan


Suonano:
il gruppo “le sagome” (Sergio Carnevale [bluvertigo] - batteria / Enrico Gabrielli - clarinetto / Giovanni Ferrario -chitarra e basso / Marco Causino - chitarra / Daniele” Megahertz” Dupuis - organo e theremin / Morgan – voce, clavicembalo, pianoforte, sintetizzatori, basso / Alessandro “Pacho” Rossi –percussioni)

orchestra scomposta
(Violino primo - Valentino Corvino / Violino secondo - Zita Petho / Viola - Sandro Di Paolo / Violoncello primo - Piero Salvatori / Violoncello secondo - Roberta Castaldi sorella di Morgan)

 


Carlo Cassani

(10 maggio 2005)

 

Fonte: newsic.it




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