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I Bluvertigo e il Rock’n Roll, un bell’intreccio?
Si, i Bluvertigo sono una divertente band di rock’n roll. E il rock’n roll in Italia onestamente non c’è, non c’è comunicazione nel modo in cui si pongono i cantanti, e in tutto l’ambientino musicale non c’è niente di rock’n roll e questo si trasmette nella musica. Noi ci stiamo provando.

Qual è il gruppo che ascoltate volentieri?
A noi piacciono i Rolling Stones seriamente, cioè non è che ci piacciono perché fanno musica anni ’60. Ci interessa molto il rock’n roll più puro, come quello di David Bowie. E onestamente credo che il vero rock non piaccia a nessuno, cioè mi accorgo di come alla fine fingano quelli che dicono di apprezzarlo.

E i Duran Duran?
Sono un argomento molto scottante per me! Li abbiamo conosciuti recentemente, noi siamo stati sempre fans dei Duran Duran. Nick Rhodes ha anche firmato la tastiera di Andy, ha fatto una specie di opera d’arte. Dei Duran Duran consiglio l’ascolto del primo album che è un’opera geniale che si chiama appunto “Duran Duran” e risale all’81.

Il pubblico musicale è diviso: chi ama i Bluvertigo e chi ne parla male. Pensare in negativo vuol dire comunque avervi ascoltato!
Penso che sia normale e che evidentemente il pubblico si è posto nei nostri confronti in maniera critica, quindi ha apprezzato o ha disamato, però in effetti questo significa comunque che un contatto c’è stato. E’ normale soprattutto quando si è singolari, e noi lo siamo. Non a caso siamo considerati degli animali da baraccone.

La critica è comunque dalla vostra parte e anche il pubblico in fondo vi ha scelto…
Benissimo! Penso che così si debba fare, quando si ama della musica, questa deve essere amata e prescelta e quindi quando si ama, si ama per sempre, non è possibile che ci siano ripensamenti. Quando io scelgo per esempio lo faccio con convinzione, non apprezzo quelli che parlano bene di alcuni musicisti e poi magari dicono “questo disco non mi piace”, questo vuol dire che ascoltano freddamente. Quando invece ci si pone con amore e con scelta di convinzione, si apprezza tutto, il bene, il male e gli errori, anzi soprattutto gli errori.

Nella tua arte, nella tua capacità di andare anche oltre la musica, cos’è che ti piace fare in particolare?
Mi piace scrivere, ho scritto delle poesie, poi me le hanno rubate e le hanno pubblicate. Si, mi è successo anche questo!

Parliamo di un grande maestro Alfred Hichcock, Vertigo fa pensare immediatamente a lui, c’è qualche riferimento nella scelta del nome?
C’è anche il riferimento a “Vertigo (Do The Demolition)” che è una canzone dei Duran Duran dell’album “Notorius” dell’86. Ma effettivamente c’è anche il riferimento a Hitchikoch, abbiamo colto due piccioni con una fava.

Chi cura il tuo trucco?
Ho una stylist che mi segue e mi cura, non ho più capacità di intendere e di volere! Un tempo avevo un gusto ben preciso, oggi l’ho totalmente perso e così riguardo i vestiti, ma anche le persone, non mi sento più capace di scegliere. E se devo fare apparizioni pubbliche sono costretto a chiedere a qualcuno un consiglio su come abbinare i capi d’abbigliamento.

Nell’album colpiscono i disegni che richiamano alla mente minimal art e forme geometriche, li hai disegnati tu? Hanno un significato particolare?
Si, li ho disegnati io. Ho avuto l’idea di fare tutto il servizio fotografico ambientato in un paesaggio che NON fosse lunare, questo vuol dire che doveva essere lunare, ma che dal paesaggio lunare si togliesse quanto di luna vi fosse, per cui è un’astrazione. Però doveva essere uno spostamento in un’altra dimensione e ho quindi pensato alla geometria come filo conduttore di tutto il disco, sia nelle foto che nel modo in cui questa catena di sinonimi di “Zero” gira completamente come una circonferenza e questo è il senso ciclico di “Zero”, il concetto geometrico, per cui abbiamo fatto cubi, piramidi e così via.

Che rapporto hai con internet?
Normale, quando mi serve qualcosa utilizzo internet se voglio percorrere la strada più breve.

Tolti i panni dell’artista cosa fa Morgan?
Dormo, esco con la mia ragazza, vado al parco, compro lo zucchero filato, prendo le navicelle per tornare avanti nel tempo, faccio del mio meglio per mantenere i rapporti cui tengo di più, e faccio in modo di troncare quelli che non mi sono mai interessati, è un lavoro pazzesco che si svolge al telefono. Insomma faccio le cose che fanno tutti. Poi suono e studio anche musica classica, sto cercando di riprendere il pianoforte perché voglio diplomarmi al conservatorio entro un paio d’anni, spero. Questi almeno sono i miei buoni propositi!

Intervista di Michael Bonelli
si ringrazia Paola De Simone

 

Fonte: http://musicaitaliana.co/bluvertigo_20000814/

 

Cosa pensi della reazione della Chiesa riguardo al Gay Pride?
Penso che sia normale che la Chiesa reagisca così, da millenni si oppone ai moti liberatori degli individui. Quando le persone vanno al di là dei loro dettami, la Chiesa si oppone e cerca di ricondurre ad un ordine. Succede da talmente tanti secoli che non mi sono stupito. Nell’antichità, nella società più evoluta che io possa immaginare, che è quella ellenica, frequentare dei ragazzi era vista come una cosa normale, anzi, come una raffinatezza mentale, che è precedente alla nascita della Chiesa, che non può opporsi a cose che esistono da ancora prima di lei.

Faresti un "outing"?
Io detesto dire la verità in ambiti dove non si deve dire, dove anzi cercano di strumentalizzarti, come per esempio la televisione. Non credo che bisognerebbe mai scendere nel privato fino al punto di ammettere quello che si è. Quello che si è si vede guardando una persona negli occhi e non è un problema conoscere le loro abitudini. Io non mi sono mai dichiarato gay e non mi sono mai dichiarato non gay. Penso però ad un’estetica dei gay molto interessante. Sono molto innamorato di Bowie, che è stato il primo in assoluto a dire che lui lo era, almeno nell’ambito del pop. Credo che ci sia da difendere il gusto gay, il comportamento, la raffinatezza e la sensibilità dei gay, sia uomini che donne e soprattutto difendere la loro unicità e non cercare di omologare le persone.

La mia domanda nasce dal fatto che molti ragazzi trovano un aiuto nell’esempio di persone famose.
Allora ti dico che addirittura lo ammetterei senza esserlo. Se fosse di aiuto a questi ragazzi, a difendere i loro diritti, lo farei. Se c’è bisogno di fare il gay, lo faccio volentieri.

Ci sono persone che non seguono la loro natura per paura e arrivano a mentire a se stessi e a sposarsi, rovinando la vita loro e delle persone con cui vivono.
Esatto. Infatti io preferirei parlare dell’ammissione verso se stessi, non verso la società, perché non me ne frega niente di quello che la gente pensa di me, l’importante è che io sia libero di amare le persone che voglio amare. Questa è la cosa importante.


Fonte: edicolaweb.net

Che i Bluvertigo abbiano talento, non è una scoperta recente. Che a volte – a partire da Rockol – non si resista alla tentazione di criticarli – oltre che per la musica – anche per l’atteggiamento, è una devianza consolidata. Di certo però Morgan, preso a tu per tu per un’intervista, si rivela anzitutto una delle persone musicalmente più preparate in circolazione, e in secondo luogo un ottimo conversatore. Insomma, è molto difficile non ammirarlo, soprattutto per un talento musicale e artistico che è molto più prepotente dei suoi 26 anni. In nome di quello si possono accettare provocazioni, boutades e molti ragionamenti seri e circostanziati, distanti anni luce dall’atteggiamento pseudoamicale che spesso unisce artisti e addetti ai lavori. Per Morgan e per il Bluvertigo, sin dall’inizio, i nemici hanno goduto di rilievo e considerazione almeno quanto gli amici, se non di più. Con Morgan Rockol si è dedicato a ripercorrere alcuni argomenti legati all’album “Zero”, incoraggiato dalla scarsa attenzione dedicata dai media a quel soggetto rispetto alla voglia/necessità di far sfogare il cantante dei Bluvertigo nel ruolo di omniopinionista. Non troverete cattiverie di vario genere, quindi, in questa intervista, ma solo alcune considerazioni su musica, critica e Bluvertigo, condite da una certa dose di ironia.

 

Anzitutto, come stai?
In questo momento sto bene. Ogni volta che mi viene chiesto come sto, cerco di pensare che starò meglio, quindi diciamo “spero bene”...

 

Iniziamo bene...comunque siamo qui per parlare dell’album dei Bluvertigo, una cosa curiosamente poco comune, dal momento in cui – nonostante facciate molte interviste – capita spesso che nessuno vi chieda del vostro disco...
E’ vero...normalmente nella prima settimana di promozione, appena esce il disco, tutti ti fanno domande al riguardo: il problema è però che tutti ti chiedono le stesse cose, vale a dire: il titolo, il sottotitolo, cosa c’è di diverso tra questo disco e il precedente...dopo due giornalisti che ti chiedono questo io ho già esaurito gli argomenti, e siccome detesto ripetermi soprattutto verso me stesso, cerco di trovare delle risposte diverse, cosa che non sempre mi riesce, per cui a volte mi annoio. Sono contento che tu mi faccia delle domande sul disco, sperando che si tratti di domande mirate che non siano troppo tecniche ma sufficientemente interessanti...

 

Ok, ci provo....la prima cosa che ti chiedo è: è possibile che tu abbia questa smania di inserire tutto lo scibile musicale in ciascuna canzone?
...è un’ansia, questa, sì...denota ansietà. Quelli che sono i problemi si riescono a tradurre in musica...in fondo non lo dico io per primo...c’è anche Nietzsche – questo filosofo tedesco... – che ha detto in “Ecce homo” che si trasformano i propri difetti per fare l’arte...se si riesce a lavorarci sopra e a renderli gradevoli, spesso diventa più facile lavorare su quelli che sulle proprie cosiddette virtù. Per cui l’idea di mettere dentro troppo riconosco che è un mio difetto, che a volte riesce ad essere gradevole, altre volte è troppo denso. Le informazioni sono troppe...non so cosa farci, magari in questo senso il tempo sarà risolutore.

 

Parliamo ad esempio dei break contenuti in diverse canzoni...ne “La crisi”, ad esempio...
I Delta V dicono su Rockstar che non comprendono questo tipo di interruzioni all’interno di un brano come “La crisi”, che come canzone gli sembra bella dal punto di vista della scrittura – il loro voto per la scrittura è 10, però non capisco cosa intendano per scrittura, visto che il break è una parte della scrittura – ma carente sul versante della produzione....”non capiamo questi break...”, dicono...

 

E noi come rispondiamo ai Delta V?
Dicendogli che a noi i break piacciono, tutto qui!

 

Comunque il 10 per la scrittura te lo tieni stretto...
Io direi che si dovesse dare un 10 a questo disco – e io me la sento di darlo – è proprio sulla produzione, mentre nella scrittura mi sembra che abbiamo offerto buone prove anche in precedenza...La produzione invece è una novità per il mercato italiano, non sono per i Bluvertigo...

 

Hai detto che “Zero” è stato abbondantemente frainteso...
Sì, e tu mi dicevi che fa parte del gioco, soprattutto dal momento in cui noi non facciamo nulla per dare indizi certi. La verità è che in Italia abbiamo una pessima critica, un ambiente della critica musicale che mi sento male perfino a definire in questo modo, perché io con ‘critica’ intendo qualcosa di alto, qualcosa di molto importante, che abbia delle leggi e una formazione, per cui arrivare alla critica significa anzitutto studiarla come materia. Per farti un esempio, nella storia dell’arte ci vuole una preparazione incredibile per fare critica, non è che puoi dire “ciao, da oggi sono un critico e vi parlo di Michelangelo”. Invece nella musica pop ci si improvvisa, visto che si considera l’argomento come una cosa di poco spessore: mentre io dico che non è vero, lo spessore c’è, e chi ha fatto bene il pop è equiparabile a chi ha fatto bene la musica colta. Il problema è che per la musica colta ci sono critici colti, per la musica pop ci sono improvvisati e sedicenti critici: decidono che sono dei critici musicali. E quindi sono autorizzati a dire qualsiasi cosa, a parlare senza conoscere la materia... in fondo qua si parla di armonia, timbro, ritmo, esattamente come per giudicare una sinfonia di Beethoven, ma scherziamo! Allora io sono di fronte ad una serie di giornali che hanno la presunzione di parlare di musica e commettono dei disastri, soprattutto quando scendono nei giudizi più rigorosi e più netti. Essenzialmente i Bluvertigo non piacciono alla critica, essenzialmente perché non riescono a definirli. Sfugge per loro un bagaglio di definizione, tipo che genere fanno i Bluvertigo...poi si fissano sull’atteggiamento e allora è finita. Tutti presumono di essere psicologi o psichiatri e si mettono ad analizzare la mia mente, che poi è normalissima. Sono una persona normale che fa musica, divento aggressivo quando mi trovo di fronte all’ingratitudine, cioè di fronte a quanti non giudicano la mia musica ma il modo in cui mi pongo. Mi viene da dire, “ma fregatevene della mia faccia e ascoltatevi la musica!”, perché se qualcuno parla soltanto della mia faccia e del mio atteggiamento, allora è lui che ha il problema dell’immagine, non io. E invece alla fine i Bluvertigo sembrano pensare soltanto all’immagine...lasciate che io mi diverta con quello che è l’aspetto esteriore – come facevano i Roxy Music di Brian Eno agli esordi – e pensate alla comunicazione, alla ricerca musicale...

 

Dopo un lavoro ‘totalizzante’ come quello fatto per questo album, qual’è il fraintendimento che più ti infastidisce...?
Credo che non sia stata capita la complessità delle informazioni contenute in questo lavoro, e l’idea che questo sia un rock che vuole negare se stesso. E’ una musica che esce dal rock’n’roll e avesse esso stesso una punta di critica nei confronti del genere che è costretto a frequentare. Io utilizzo il rock come veicolo, ma non faccio assolutamente rock: questa cosa è molto difficile da comprendere perché in Italia evidentemente non c’è mai stato... Battiato è uno di quelli che ha cercato di fare la stessa cosa e a tratti c’è riuscito. Ha utilizzato il pop come veicolo per non fare il pop, ma per fare ben altro, e ancora oggi è criticato da molti per essersi alleggerito. Invece per me bisognerebbe avere gratitudine per la leggerezza di Battiato, che è il meccanismo che lui ha utilizzato per dire le cose. Quindi ha scelto la forma della composizione pop, e l’ha saputo fare con una padronanza e una lucidità superiore a quanti hanno fatto soltanto il pop. Un giorno ha deciso di fare un disco pop – dopo aver fatto sperimentazioni alla John Cage per dieci anni – e ha venduto un milione e mezzo di dischi...

 

...chissà se questo ha aiutato i critici ad accettare quella svolta pop, accompagnata da un grande successo...
Eh sì, perché poi c’è anche il discorso della fortuna commerciale. Però non si può giudicare un disco in base a quanto vende o a quanto non vende. Invece nell’ambito di cui sto parlando – la critica specializzata di musica rock in Italia – alla fine ci si occupa spesso soltanto dell’aspetto commerciale, con la risultante che quando un artista non vende risulta già più simpatico. Queste sono discriminanti assurde, secondo me...

 

Proseguiamo con un altro argomento: ti ho sentito dire da qualche parte una cosa da vertigine, e cioè che ogni canzone di questo album potrebbe essere sviluppata dando vita ad un intero album...non è un po’ forte come affermazione?
E’ vero... ognuna di esse fa parte di un genere diverso, e ci serve a consumare una rottura dei generi che con questa trilogia abbiamo consolidato. con questo disco abbiamo radicalizzato le cose, scrivendo canzoni di genere assai diverso. Diciamo che siamo partiti con delle indicazioni di massima, delle direttive su cui sviluppare il brano: poi naturalmente può sempre succedere che un pezzo non venga terminato, oppure che venga terminato in modo completamente diverso da quello in cui era stato pensato in un primo momento.

 

Hai anche detto che avete impiegato due anni a fare questo album, ma che sarebbe stato perfetto se aveste avuto altri tre mesi a disposizione...cosa sarebbe cambiato?
Che saremmo riusciti a chiudere più brani, visto che sull’album ce ne sono 16 ma noi abbiamo lavorato su 25 canzoni. Potevamo farli tutti e decidere di ripartirli in due album, di cui il primo sarebbe stato composto dai 16 pezzi di “Zero” e il secondo avrebbe avuto gli scarti, i brani malriusciti, quelli storti, quelli che non riuscivano a quadrare il cerchio, una sorta di “Zero B”.

 

Già mi immagino le giustificazioni teoretiche per spiegare la presenza del quarto disco all’interno della trilogia ormai conclusa...
Eh no, questo non conclude la trilogia, perché il vero sottotitolo dell’album dice “Ipotesi di epilogo di una trilogia chimica”, per cui l’idea era quella di provare a fare una fine della trilogia, ammesso che la trilogia esista...a volte cerco anch’io le motivazioni che mi portano a considerare quella appena fatta come ad una trilogia, per cui mi sta anche bene che poi tu mi dica che alla trilogia non ci credi poi tanto...

 

Sai, più che non ci credo io proprio non la capisco, ‘sta storia della trilogia chimica, mi fa pensare alla scuola...
L’idea della trilogia è un bisogno di strutture a monte... sta tutta nella volontà di farla esistere...non sono mica così convinto che esista, per il resto...

 

La tua poca convinzione a volte emerge senza schermi, come nell’introduzione del tuo libro “Dissoluzione”, in cui ti definisci comunque un non scrittore...
Lo so che sembra un po’ facile mettere le mani avanti, però in fondo è la verità, nel senso che queste sono delle potenziali canzoni che poi sono state raccolte in un libro. Tra l’altro ultimamente mi sono accorto di aver perso i tre quaderni in cui scrivevo le canzoni: dentro quei quaderni c’erano i testi di “Zero”, quelli messi nel libro e un centinaio di altri testi che non ho più e che sono persi completamente. In realtà ho un’ultima speranza, quella di averli chiusi in uno scatolone, ma la sensazione è quella di averli persi per davvero. Quindi non li sto cercando.

 

E sui testi cosa si può dire?
Che mi sembra di essermi semplificato, soprattutto rispetto ai testi del passato. Se ascolto “Acidi e basi”, che musicalmente mi piace ancora molto per via della sua energia, vivace proprio per il nostro essere agli inizi, trovo i suoi testi ‘acerbi’, anche se alcuni li considerano a volte ancora migliori di quelli di “Zero”. Mi sembra invece di aver migliorato molto la qualità dei testi, di essere cresciuto da quel punto di vista e di utilizzare le parole con tutt’altro peso. Se pensi al testo di “Iodio”, oggi non scriverei più una cosa tipo “la mia vicina che reclama...”, anzi, anche quando la canto mi sembra di fare un pezzo di un altro!

 

Cosa bolle in pentola adesso per i Bluvertigo?
Un nuovo singolo, “Sovrappensiero”, e un Cd che ospiterà una “Sovrappensiero suite”, gestita però in tempi e modi diversi da quelli della suite ‘ortodossa’. Si tratterà di varie versioni del singolo fatte da noi, come una sorta di ‘autoremix’. Poi ci sarà tutto il corale di Bach che appare alla fine della album version di “Sovrappensiero”, che poi è il pezzo su cui canta Battiato. Infine il nostro nuovo video, diretto da me.

 

E sul versante concerti cosa succederà?
Partiremo con la seconda parte del tour. Come sai abbiamo messo insieme una strumentazione avveniristica, non usiamo amplificatori ma entriamo direttamente nei computer. E’ stato difficile lavorare su questo sistema, soprattutto agli inizi, anche perché erano gli stessi addetti ai lavori a sconsigliarci quel tipo di approccio. Adesso, grazie ad un gran lavoro fatto da Livio, sono in parecchi a considerare il nostro sistema un’ottima invenzione, e pare che il nostro armamentario live verrà venduto anche a produzioni straniere. Comunque torneremo a fare concerti dal prossimo 2 marzo, credo che partiremo dall’Alcatraz di Milano, e saranno spettacoli più curati nel dettaglio di quelli della prima tranche, che era effettivamente un po’ abbozzata.


(24 gen 2000)

 

Fonte: www.rockol.it/intervista.php?idintervista=198

Domanda – In “Altre forme di vita”, canzone nella quale ribadite l’assurdità di considerare la Terra come l’unico pianeta in cui sia presente la vita, avete in un certo senso criticato il punto di vista cattolico. Il fatto che abbiate cantato al “Primo Maggio” di Roma, in un concerto sotto la benedizione del Papa, rappresenta in qualche modo un ripensamento?

ANDY – Assolutamente no! Noi abbiamo partecipato a quel concerto, politicamente molto discutibile, perché pensiamo che per portare un’idea, un pensiero, una musica, è giusto entrare nei contesti e dall’interno proporti per quello che sei. Io penso che sia stato molto stimolante partecipare a un concerto come quello per poter dire la mia, che non è una protesta, ma solo un punto di vista.

Domanda – Ma un po’ tutti i ragazzi che vanno al “Primo Maggio” astraggono dalla politica…

ANDY – Io personalmente sono stanco di politicizzare la musica perché penso che questo si sia rivelato un gravissimo freno nel tempo.

Domanda – E cosa sono, in un aggettivo, le vostre canzoni?

ANDY – Credibili. Anche se hanno un approccio molto discutibile e sono soggette alle più svariate interpretazioni, sono sincere dal di dentro, non si tratta di una costruzione sul nulla, non si inventa. Si parla guardandosi allo specchio, anche delle proprie fobie. Per cui se possono indurre un individuo a guardarsi dentro e a riflettere sulla sua condizione, in modo meno banale delle produzioni musicali che circolano nel nostro paese, sono ben contento. A noi non interessa avere un target più esteso perché quella è una questione imprenditoriale, legata al lavoro pubblicitario. Si ha a che fare prima col marketing e poi col concetto che sta alla base.

Domanda – È in questa prospettiva che va analizzata anche la canzone “Sono = sono”, in cui si afferma che si può essere sé stessi anche se si scopre di non essere buoni?

ANDY – È proprio perché si ha la consapevolezza di essere anche non buoni, che ci si sente come si è.

Domanda - Ma il modo meno banale di fare musica è soprattutto il frutto di messaggi molto forti, che se giungono ad un pubblico inadeguato possono subire diverse distorsioni, anche pericolose…

ANDY – Sì, è vero, c’è questo rischio. Avviene un continuo misunderstanding di quello che fai e di come viene preso dalla gente, ma questo non mi disturba: ognuno si appropria di quello che ascolta e lo fa suo, se gli interessa.

Domanda – Non vi sentite responsabili di questo?

MORGAN – La responsabilità l’abbiamo solo in merito ai pezzi che facciamo in studio, non credo che ci sia niente di pericoloso. Anzi, ragionando, mi viene in mente ce c’è senz’altro qualcosa di pericoloso in quello che facciamo, ma questo è il lato migliore, il lato buono. Quindi preferisco essere male interpretato, non essere compreso, diciamo così. Come Pavese.

Domanda – A questo proposito, recentemente hai pubblicato un libro di poesie. Che cosa spinge un cantante a cambiare genere?

MORGAN – Non ho pensato deliberatamente di scrivere un libro di poesie. Per me il confine tra le poesie e le canzoni è molto labile. Ho scritto delle cose che possono essere canzoni o poesie. Dipende dal contesto in cui vengono inserite, in un libro sembrano poesie, in un disco sembrano canzoni. Ma per me rimangono identiche.

Domanda – Anche tu Andy, oltre alla musica, ti dedichi a un’altra passione, quella per la pittura…

ANDY – Un individuo può vivere delle sensazioni che cerca di convogliare in un risultato, che può essere raggiunto ricorrendo a più forme di rappresentazione. Le mie sono la musica e la pittura.

Domanda – Ma le coltivi separatamente?

ANDY – Cerco il connubio. Per me la tela bianca e le casse mute, mentre stai per comporre qualcosa di musicale, hanno delle somiglianze ed è su questo che sto lavorando. Sto cercando di ottenere un risultato partendo dalla mia attività di grafico illustratore e mettendo le mie illustrazioni su tele.
Sto sviluppando un linguaggio sul fluo, sui colori fluorescenti: sono dei grandi fumettoni!

Domanda – E in che modo concili queste tue attività all’interno del gruppo?

ANDY – Faccio il coloratore degli arrangiamenti, metto gli effetti e mi occupo delle ambientazioni.

Domanda – Siete uniti tra voi?

ANDY – Molto

Domanda – E il messaggio è unico o no?

ANDY – No, differente. Il progetto è di Morgan: si tratta dei suoi pensieri, a cui io mi associo musicalmente molto volentieri. C’è un’ottima comunicazione tra di noi e sul palco di avverte una bella verve. Questo è importante. Il resto sono solo aggettivi dei media…

Domanda – Un tuo parere sulle altre realtà musicali?

ANDY – I Soerba sono una bella realtà degli anni novanta.
I Subsonica sono dei cari amici e stanno sviluppando bene il loro suono, sono bravi e sono contendo per loro. Ma un gruppo che, personalmente, ritengo vero nel coltivare il proprio progetto è quello degli Scisma.

Domanda – E della musica italiana degli anni novanta, genericamente, che ne pensi?

ANDY – Gli anni novanta sono stati gli anni del campionatore per poter prendere qualcosa da qualcuno e utilizzarlo col proprio linguaggio. Questo è stato l’unico vero approccio.

Domanda – Tu menzioni, comunque, gruppi italiani di musica rock che sono poco conosciuti, con un seguito ridotto…

ANDY – Il rock italiano è come babbo natale: inesistente…
È considerato un fermento insulso che non ha mai interessato le case discografiche maggiori, proprio perché queste non possono trarne un grande fatturato.

Domanda – Ma se le case discografiche non investono è perché pensano che non ci sia gente interessata all’acquisto di questi album…

ANDY – Esattamente. Mentre negli anni ottanta c’era il Burghy come luogo di aggregazione e di massificazione, bisognava avere un certo tipo di vestito per essere figo e se non ce l’avevi eri sfigato (a tal punto che il povero fregava il moncler al ricco), negli anni novanta è stato peggio: il ricco si vestiva da povero… Il ricco andava al Leoncavallo o in altri centri sociali, per farsi le canne quando mamma e papà non c’erano. In un contesto così artificiale è ovvio che la musica rock fosse solo un pretesto e non interessasse realmente.

Domanda – La vostra prospettiva?

ANDY – Fare esattamente quello che vogliamo, perseguire un’idea fino alla fine, senza lasciare che interferenze esterne possano intaccare la nostra integrità, specie se vengono da discografici, giornalisti.

 

Fonte: "Orizzonti" n.13, anno 2000 - paroleinfuga.it

 




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