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                                                                                                                                                                                          San Miniato, Domenica 21 Luglio 2019

All'attenzione del professor Alberto Bonisoli, attuale Ministro per i beni e le attività culturali della Repubblica Italiana

Illustre Ministro, mi chiamo Marco Castoldi, sono nato nel 1972 a Milano, in qualità di cittadino e musicista Italiano, conosciuto dai più con un nome d'arte, Morgan, Le scrivo da un luogo bello della Toscana da dove sento cantare il gufo, instancabile, da almeno 48 ore. Bel suono, ma un po' monotono, ammettiamolo, per quanto l'espressione degli animali possa essere piacevole è molto diversa da quella degli uomini, animali anch'essi, ma dotati di organi sonori-vocali e di mani, non di ali, per battere sul petto o sulla terra, e di questo fanno qualcosa di attraente per tutti gli altri esseri, anch'essi equipaggiati ma non così capaci di produrre quei fenomeni che con grande ammirazione si giudicano belli. Sono detti esseri umani e sono i soli ad avere la grandezza di sapersi riconoscere e di vibrare, connettere con gli altri, lanciando e ricevendo messaggi di bellezza, vampate di calore che se son chiamate amore aumentano spessore e la profondità di quei reticolati cui siamo collegati, da semplici animali le cose che pensiamo diventano reali, delle meraviglie di tridimensionalità, l'insieme di persone diventa società, diventano famiglie, diventa civiltà. Cos'è quella bellezza, chissà che nome ha?
È quello che ci piace è quel che ci rimane, son le tracce della specie, cose che qualcuno ha fatto con le mani, con gli occhi, con la voce, che sono tutte pratiche degli esseri umani. Ma se le fanno tutti, perché ci piacciono tanto? Che hanno di importante? Son cose fuoriuscite da qualcuno ch'era al mondo e l'han fatte ch'eran vivi e non ancora morti, con i battiti del cuore ed ecco allora gli altri , (sia questo sottinteso, altrettanto vivi al mondo) le hanno poi chiamate Arte. 

Le opere dell'arte non son sempre esistite, nonostante certe ci paian sempiterne, ed è per altro vero, ma nel tempo ad esse avanti, non andando indietro, perché come le altre sono state generate, partorite da persona, cosicché noi quindi adesso potessimo ammirarle. 
Scrivo a Lei per la duplice natura della competenza prevista dal Ministero e che è espressa nel nome: attività e beni (della cultura). Probabilmente ci sono casi in cui questi due concetti procedono come rette parallele, senza toccarsi, ad esempio se per noi un bene è una cosa materiale e statica, e l'attività è invece un movimento, un'azione dell'essere umano; oppure se intendiamo il bene come un lascito della storia e l'attività come una presenza viva nel presente. Entrambe queste contrapposizioni sono vere e suggeriscono come la cultura sia un prodotto dell'attività dell'uomo, e quando la rintracciamo nella storia è sotto forma di opera, e l'opera è una rappresentazione, non è una forma di vita, è la vita che prende una forma, quella dell'arte. La cultura è la cultura dell'arte, null'altro, e pure la storia per eccellenza è la storia dell'arte, perché attraverso l'arte passa la traccia dell'uomo. Ma se cultura è prodotto di opera (conoscenza) più messa in pratica dell'insegnamento artistico (attività), quale o quando sarà che i beni e le attività si incontrano, nello spazio-tempo, (cioè quando le rette si toccheranno)? 
È semplice: quando sono in vita, fintanto che lo sono, e su di essi si può intervenire, anzitutto nella fase della creazione, quando li si realizza, ovvero in quel passaggio metamorfico in cui si traducono le idee dalla mente alla realtà, in quel momento il bene e l'attività sono la stessa cosa, perciò quando l'artista è al lavoro. Poi, quando li si diffonde, (non quando se ne fruisce, perché l'azione che l'opera compie sull'uomo è statica, è l'uomo che stabilisce l'uso che vuole farne, ma l'opera in sé è immobile, e destinata all'eternità e da lì incomincia la necessità di conservazione, visto che il padre che l'ha creata è morto). La fase della conservazione ha inizio postuma, ma la tutela invece può essere nel presente, perché è la protezione dall'oblio, è una difesa a priori. E ovviamente tutelare un'opera che sta nascendo è tutelare l'artista. Quando succede che le opere d'arte siano rischiosamente esposte alla rovina? Quando non c'è chi le sorveglia o le custodisce nel modo adeguato di fronte all'intemperie o a chi non ne riconosce il valore, quindi le svaluta, le ignora o le vandalizza. Ma non è forse ancora più tremendo se le opere d'arte sono esposte alla impossibilità di esistere? Ed è unicamente quando l'artista non le porta alla luce. Ciò può avvenire per moltissime ragioni involontarie che si possono combattere in moltissimi modi, con fatica e dispersione di energie preziose alla creazione, ma è naturale combattere con vigore gli ostacoli all'artisticità siano essi personali, famigliari, sociali, o per sopravvenute cause di forza maggiore, ma quando invece le cause della negazione d'arte sono volontarie provocate dall'esterno e non hanno nulla a che fare con la capacità dell'artista ma abbattono la sua operatività? Non è forse molto grave? E non è aberrante l'idea che lo Stato possa attaccare colpire duramente l'artista? Si potrebbe parlare di anti-tutela, anti-salvaguardia, quando un'azione impedisce che l'opera esista, non solo come cosa che non possiamo apprezzare, ma come assenza, privazione di ciò che si può trasformare in beneficio collettivo. il rapporto dell'opera d'arte con il mondo è una relazione uno > a tanti. l'opera d'arte genera una struttura piramidale ribaltata dove lei da sola è il beneficio dei tanti, Forse le opere, cioè i beni, sono a rischio anche quando sfuggono dalle mani del creatore e divengono oggetto di un fraintendimento che li svuota di senso e di bellezza, quindi di valore. Quante opere sono state seppellite e poi riscoperte dalla critica che ne ha re-illuminato la bellezza? Quante invece sono state date al mondo perché il mondo intorno ad esse le ha colte, le ha capite, e ha perciò contribuito a consegnarle tramandarle fino a noi che oggi le conosciamo?

Obiettivi tecnici:

1- Salvare la casa, cioè il luogo dove l'artista lavora, per la salvezza della sua produttività artistica. È l'artista che va sostenuto e protetto, perché egli è più dell'opera, ogni artista è tutte le potenziali opere che in condizioni di vita e di lavoro adeguate potrà realizzare. Garantire ad un artista strumenti e spazio di lavoro è certezza che egli traduca materialmente in corpo ciò che ha immaginato, perché ogni opera d'arte non è altro che la versione reale, concretizzata, di un'idea originale di chi ha straordinaria capacità visionaria che trasportata nella dimensione fisica, essa viene al mondo cosicché tutti la possano vedere. Ogni opera d'arte è l'ingegno del singolo materializzato in forma d'oggetto ad uso dei molti.

2-Creare un registro che ufficializzi lo status di artista con criteri oggettivi per poter abilitare molte e determinanti procedure corporative e professionali, 'sindacali' o confederative a vantaggio della categoria e piano piano, a passi graduali si formerà una intorno al settore artistico con il conseguente beneficio che un ordinamento procurerebbe al funzionamento del Paese, anche in virtù delle potenzialità di questo Paese che difetta di competitività.

3-Vincolare il contenuto e monitorarlo in tempo reale, per garantire un sistema di archiviazione automatizzato che consenta al Dicastero di essere in possesso di informazioni su quantità, quotazione, nome e collocazione delle opere. L'utilità di questo è sia per l'artista che lo Stato, soprattutto per quel che riguarda i progetti e le opere digitali che con l'era del 'multitasking' possono facilmente andare fuori controllo per eccesso di possibilità combinatorie nel processo creativo.

Parallelamente agli obiettivi tecnici è necessario riformulare criteri di valutazione delle opere d'arte, non delle singole opere, ma del ruolo che le opere hanno per tutti, nel senso che il progresso può e deve essere un'azione dello spirito democratico, ma buona parte della popolazione italiana oggi sembra involuta nel discernimento, inconsapevole del valore, insensibile, cosa che si evince dall'inadeguatezza del dibattito su i cosiddetti "social network", dove risalta diseducazione al riconoscere, la difficoltà, che paradossalmente tempo fa era minore, ad avvicinarsi a questi temi perché la legislazione sul tema dell'arte e della sua tutela dovrebbero essere comprese e condivise consapevolmente. Proprio in virtù dell'immenso patrimonio artistico che l'Italia possiede bisogna domandare competenza e buon senso alle istituzioni preposte a tale missione. Riconoscere il valore dell'opera d'arte è una necessità sociale, umana, e civile quindi una responsabilità politica.

Ora sto chiedendo un intervento concreto e rapido da parte del Suo Ministero, per poter salvare un luogo che altrimenti verrà smantellato, il cui contenuto andrà disgregato e magari anche macerato. Quel che sto affermando in questo mio lavoro documentario è che perdendo la casa si perdono 3 entità:

- il futuro museo,
- l'artista attuale e funzionale nelle sue modalità non ricreabili altrove (con conseguente rottura della catena produttiva connessa)
- l'opera (presente e futura)

Solo un'iniziativa da parte Sua potrebbe bloccare l'esecuzione e restituirmi ciò che mi permette di funzionare, di lavorare di produrre, e mantenere nell'equilibrio estetico e poetico ciò che è stato il mio lavoro di ingegno e artigianato domestico, costruito con le mie mani di musicista- falegname. Le chiedo di trovare il modo di restituire la casa e il laboratorio (quindi la vita e l'opera) ad un artista vivo , non di dichiarare patrimonio artistico il luogo di chi è morto. E' dalla prospettiva delle 'attività' culturali che un artista è un patrimonio da vivo, quando è nel pieno delle sue forze creative, desideroso di produrre. Se per delle circostanze di cui non ha nemmeno diretta responsabilità egli si è trovato piegato da un punto di vista economico, questo non può essere il motivo di rincarare la dose e renderlo inattivo artisticamente, è in questo che chiedo il supporto di un Ministero responsabile delle attività culturali. Io non so per quale meccanismo è stato possibile giungere a ciò ma so che non è una soluzione a nulla, è soltanto una devastante distruttiva applicazione di norme che non hanno nulla a che vedere con il senso di ciò che rappresenta l'arte per un Paese civile e progredito. 
In questa relazione le 'racconterò' cosa c'è in quella casa moralmente ed artisticamente, perché possa conoscere sia l'essere umano che opera, e l'artista che vive. È come tornarci con Lei e accompagnarla in un viaggio nella memoria di quell'uomo e attraverso le immagini potrà rendersi conto dell'errore che sarebbe cancellare quel luogo, anche solo alterare, ma è indecente rimuovere tutta quella esperienza artistica, tutta quella dedizione e quella concentrazione di creatività e di razionalità del sentimento, svuotandolo, quando invece dovrebbe essere intatto e curato, a disposizione di tutti, scolaresche, studenti, bambini che suonano gli strumenti e fanno i percorsi sonori tra un teatro di marionette e un travestimento da pirata del futuro, giovani informatizzati che esplorano e si addentrano in un mondo di cablaggi e tecnologia della musica innovativa e sperimentale per la quale ho ricevuto numerosi attestati di merito dal mondo della ricerca in ambito, appassionati di musica dischi e libri potrebbero viverlo come una biblioteca cucita addosso a loro, designer di moda potrebbero toccare o indossare dei capolavori di arte applicata delle più grandi firme al mondo, fans potrebbero semplicemente guardare fotografie, amanti della cronaca di costume e del gossip potrebbero farsi una scorpacciata di lettere d'amore e di diari segreti trovando pane per i loro denti, poeti potrebbero dissentire ma essere incuriositi delle pareti di parole, musicisti potrebbero passare intere giornate e non riuscire ad imbracciare tutti gli strumenti che ci sono, e infine i più connessi alle energie sottili potrebbero verificare se davvero ci sono fantasmi e spiriti, come alcuni, me compreso sostengono. 5 Perché radere al suolo un luogo così intriso di arte e così curato? Io desidero che tutti sappiano e tutti vedano perché sono convinto che l'arte scuota gli esseri umani in risonanza simpatetica. Ho scritto questa ricostruzione rivivendo e rivedendo la mia vita ed è stato molto doloroso perché lei sappia cosa si sta compiendo ma soprattutto perché lei sappia cosa c'è in quel luogo, in cui, invece di disintegrare bisognerebbe valorizzare, esaminare con degli esperti contenuto e il luogo, e chiedere un inventario dettagliato una stima e una accurata archiviazione ricollocando tutti i documenti in modo da poterli consultare, e questo riguarda 'aspetto culturale dell'artista , poi c'è la parte pratica e da vivere che è musicalmente attiva e chiunque potrebbe dentro lì imparare come si fa la musica e che cosa è un luogo in cui vive la musica. Ma tutto questo sarà possibile e tramandabile nella storia e a disposizione di tutti solo se Lei interverrà con le ragioni dell'Arte, le uniche che possono vincere su tutte le altre.

Marco Castoldi. 
(Morgan, in arte)

Utopia, fascino e pericoli della canzone fai-da-te

di Gino Castaldo - la Repubblica del 27 settembre 2018

 

Che il mondo della canzone, per forma e contenuto, abbia bisogno di stimoli e tanta immaginazione, non v'è dubbio. E che sia Morgan l'uomo della fantasia? Nella sua inarrestabile veemenza ne ha inventata una che va contro ogni regola. Ha scritto una canzone e l'ha intitolata tautologicamente Cantautore, titolo identico a un vecchissimo devastante pezzo di Edoardo Bennato che già nel 1976 osava deridere il mondo dei suoi colleghi con frasi tipo: "tu sei forte tu sei bello, tu sei imbattibile, sei incorruttibile, tu sei, ah ah un cantautore, tu sei saggio, tu porti la verità, tu non sei un comune mortale a te non è concesso barare", prendendo in giro se stesso e il ruolo quasi messianico che il mestiere stava assumendo. Morgan dal suo canto non vuole fare dell'ironia, ma destabilizzare sì, almeno a giudicare dalla folle e originale idea di prendere la sua canzone, andarsene in giro a bussare letteralmente alla porta dei suoi amici cantautori, “senza passare attraverso i manager" ci ha tenuto molto a specificare, col risultato assolutamente straordinario di aver incassato una quarantina di versioni diverse della sua canzone.

Tra quelli che hanno aderito ci sono Guccini, Vecchioni, Paoli, Calcutta, Ruggeri, Zampaglione, tra quelli che hanno detto no ci sono De Gregori, Venditti e Baglioni. Ora al di là del fatto che il metodo è a dir poco spiazzante e aggira in blocco limiti e paletti che di solito generano ostacoli e difficoltà alla collaborazione tra musicisti, la novità è che a un certo punto tutto questo materiale verrà messo sul sito di Morgan e ognuno di noi potrà scegliere liberamente quale versione ascoltare. E non è finita. A sentire Morgan, sarà anche possibile “montarsi” una versione personalizzata: la prima strofa di Guccini, il bridge di Daniele Silvestri e il finale di Eugenio Finardi.

Si profila dunque un sorta di “fai da te” che sbriciola l'intoccabilità dei pezzi che vengono messi a disposizione del pubblico, idea ovviamente pericolosissima perché se il pubblico dovesse apprezzare la possibilità offerta da Morgan, non si accontenterebbe più di musica chiusa e definita, forse un domani, chissà, arriverebbe a pretendere versioni multiformi, possibilmente personalizzate o, meglio ancora, la possibilità di decidere, di intervenire sul prodotto dei propri beniamini, come già in parte succede coi multitracce dei capolavori passati che si trovano in rete con la possibilità di remixarli a piacimento. Fantascienza? Forse, ma intanto Morgan lancia il suo sasso e chissà quanto arriverà lontano.

 

la Repubblica - "Cantautore" di Morgan

sporting club monza 23022018

 

 SOLD OUT

 Venerdì 23 febbraio, alle ore 21.00, allo Sporting Club Monza, si terrà “Un dopocena con Morgan” .

Una dopocena di chiacchiere con il cantautore e polistrumentista Morgan e molti ospiti a sorpresa del mondo della cultura, della musica e dello spettacolo, per condividere e portare alla realizzazione un sogno dedicato a Monza.
Da diversi anni Morgan ha in animo di realizzare un evento dove la musica di grandi artisti internazionali faccia risuonare i luoghi straordinari della sua città, ma vorrebbe che il sogno non fosse soltanto suo.
L’evento è organizzato da Sporting Club Monza, con il patrocinio gratuito del Comune di Monza.

«Morgan suona la centrale elettrica»

Cultura e spettacoli

Intervista a Marco Castoldi in arte Morgan in occasione del Festival della Bellezza di Verona: «Non esiste suono senza visione perciò, per come la vedo io, non può esserci una performance vera senza che il musicista si metta a correre sul palco, a sudare, a inventarsi bravate»

di Grazia Sambruna

 

Artista, giullare, polemista di professione, personaggio - forse - suo malgrado. A Marco Castoldi in arte Morgan le etichette stanno strette, strettissime. "L'istrione, patologicamente, ha bisogno di essere amato" racconta al termine di un concerto tributo a David Bowie nell'ambito del Festival della Bellezza, a Verona, dove non pioveva da due mesi, si dice. Ma quella sera, sì, pioveva. Parecchio. All'entrata, la Croce Rossa vendeva cuscini per le sedie fradice fino all'inizio del live, al Teatro Romano. Un live che è stato uno show, un cabaret, un insieme di suoni, immagini e filosofia platonica. Un live che è stato sudore e pioggia. Poco Bowie, molto Morgan, anzi forse, verrebbe da dire, molto Marco. A giudicare dalle facce di chi usciva, al termine dello spettacolo, un'esperienza di difficile decodificazione, per usare un eufemismo. Quindi Morgan, l'istrione, vive e suona tuttora in disordine, senza scaletta, su e giù dal palco. Ma tra una cover di Heroes, un'imitazione parodica di Battisti e dopo qualche tapiro, avrà ancora, davvero, qualcosa da dire? Gliel'abbiamo chiesto. Perché questo giullare, questo polemista di professione, questo personaggio suo malgrado, Amici o no, convive da sempre con la croce e la delizia di destabilizzare. E quindi incuriosire. Questa la sua forza. E la sua fragilità.

 

Hai fatto una serata in omaggio a David Bowie in cui a un certo punto ti sei messo a suonare "Pippo non lo sa". Nel complesso, questo live, quanto è stato un tributo e quanto una supercazzola?

Partiamo da un presupposto: il rock'n'roll non è frivolo ma di sicuro è un po' cazzone. Non esiste suono senza visione perciò, per come la vedo io, non può esserci una performance vera senza che il musicista si metta a correre sul palco, a sudare, a inventarsi bravate, magari pure pagliacciate. Per fare uno show bisogna aderire a più registri diversi, dal drammatico al comico, per un unico fine: creare un rapporto, un'interazione, col pubblico perché senza pubblico non può esistere uno spettacolo. Non ho una scaletta non perché non abbia voglia di farla ma perché improvviso in base alle vibrazioni che mi rimanda chi è venuto a vedermi. L'improvvisazione, però, non è sinonimo di approssimazione: nel jazz esistono manuali di improvvisazione, mentre nel rock l'improvvisazione non è ancora stata codificata, probabilmente dovrò farlo io. Molti miei colleghi non lo capiscono e infatti non mi invitano ai loro show, hanno paura di me, in un certo senso, vogliono prove, certezze, prima di salire su un palco. Non capiscono quanto l'improvvisazione sia fondamentale perché rende ogni spettacolo irripetibile. Altrimenti tanto varrebbe andare a vedere una mostra di quadri. Durante il live era tutto perfettamente sotto controllo, nonostante il caos apparente.

 

E in questo caos non pensi che Bowie sia passato in secondo piano?
Bowie non può passare in secondo piano perché è un cadavere.

 

Cioè?
Ho una visione molto romantica della morte. Secondo Coleridge e Wordsworth quando un essere muore non finisce in paradiso o all'inferno ma va a far parte del terreno su cui camminiamo, dei fiori, degli alberi. Questo significa essere un cadavere: diventare spirito presente in ogni luogo. Perciò dico che Bowie, oltretutto mio spirito guida da sempre, non può essere passato in secondo piano durante lo show. Era lì, sopra di me, per tutto il tempo. "Le mie ossa regalano ancora alla vita erba fiorita", cantava De André in Un Matto. Bowie oggi regala ancora di più quello che è ovvero il più grande musicista e pensatore del 900.

 

E tu, invece, cosa regali?
Io regalo performance che non sono state né saranno mai deludenti, non vendo flop, non mi è mai capitato di farne. Poi passerò alla storia per le cazzate che dico e che faccio, anzi, per le cazzate che i giornalisti scrivono che io dica e faccia.

 

Pensi che il pubblico non ti comprenda?
Io sono fiero del mio pubblico perché è sempre diverso e non etichettabile, un po' come quello che faccio sul palco. Di solito vengono a vedermi un migliaio di persone ma non sono tutti ragazzini, tutti vecchi, o tutte famiglie. È gente che in genere viene ai miei concerti da sola, per i cazzi propri. Gente disposta all'ascolto. Poi mi rendo conto che sia difficile farsi un'idea di me leggendo ciò che si scrive sul mio conto ma questo non è un problema mio.

 

Probabilmente una buona fetta del tuo pubblico vorrebbe sapere cosa diavolo sia andato storto coi Bluvertigo. C'era stata una reunion sanremese, l'annuncio di un disco...E poi?
E poi io non ho più una band perché credo che i componenti di quella band siano stati completamente privi di rispetto nei miei confronti. Fui io ad avere l'idea della reunion, ho scritto il disco, un disco che c'è tuttora. Loro hanno perso la stima verso di me. Forse per rabbia e frustrazione. Questi mi odiano, non posso far altro che prenderne atto. Anche se da parte mia non è così, non puoi stare con gente che ti odia. Si sono comportati davvero da pezzi di merda.

 

Perché?
Non ne ho idea.

 

Alla luce di tutto ciò che stai dicendo finora, una buona soluzione potrebbe essere parlare meno e suonare di più.
Sei tu che mi stai facendo parlare, io sto preparando un live e sono presissimo dalla mia musica.

 

Ti stiamo facendo parlare appunto perché crediamo che molte persone vogliano saperne di più della tua musica, a prescindere dalle polemiche e dai tapiri. A proposito, c'è ancora, la tua musica? 
Quando usciranno le mie cose cambierà tutto. Si tratta della visione del musicista più libero che c'è. È musica esplosiva, a chi vorrà ascoltarla potrebbe esplodere la testa come succede al protagonista di Videodrome. Per adesso posso dirti che sto lavorando a un doppio disco.

 

Nel 2016 eri arrivato a postare su Facebook la tracklist di un nuovo album di cui poi non si è saputo più nulla. E non è la prima volta che annunci novità discografiche che poi non vedono mai luce. Ora dobbiamo fidarci? 
Sì.

 

Cosa direbbe il Morgan degli esordi al Morgan di oggi? 
Smettila di farti crescere il naso!

 

Ovvero "Smettila di raccontare balle"?
No, non in quel senso. Collodi non c'entra. È che davvero sto invecchiando male, è evidente se guardi il mio naso. Praticamente ho la caduta di Varsavia sulla faccia, da un paio d'anni non mi riconosco più nelle foto. Mio padre aveva il naso più lungo di quello di Battiato e diceva sempre che le belle chiese hanno il campanile alto. Ma a me non me ne frega niente, io voglio il naso di James Dean, mica quello di Lando Buzzanca! Piuttosto resto povero ma devo assolutamente contattare un chirurgo, uno bravo. Anche perché oltretutto fa malissimo: si sfalda la cartilagine, sembra che il naso ti cada, un'agonia...

 

Bene, ora si staranno sprecando doppi sensi nella mente di chi sta leggendo...
No, ecco, precisiamolo: non mi sta cadendo il naso perché pippo cocaina. È solo per via di un processo di invecchiamento che capita a tutti, anche a voi che state leggendo. Godetevi il vostro naso perfetto dai 16 ai 25 anni poi non potrà che andare sempre peggio. Però, davvero, io non pippo cocaina. Ho solo il nasone. Ma a quanto pare il nasone in tv funziona.

 

E ti interessa ancora la tv? A parte la mera questione economica, sembra davvero ai limiti del masochismo il fatto che tu ci torni ogni volta. Finisce sempre allo stesso modo...
In tv ci sono degli aspetti che mi affascinano, molte volte ci ritorno perché sono incuriosito da quegli ambienti, intravedo prosettive sempre molto belle e interessanti dal punto di vista creativo anche se sono tutti un po' troppo ansiogeni e io sono più frikketone. Se io avessi la possibilità di essere un po' più autonomo, di fare delle scelte, credo che le persone potrebbero vedere qualcosa in equilibrio tra arte alta e l'arte popolare. Il problema è un cortocircuito di base, a livello di comprensione: il pubblico è lì che aspetta di vedere delle belle cose, mentre chi fa tv pensa che i telespettatori siano di basse pretese. Personalmente mi scontro con questa idea perché è sbagliata e perché io stesso sono parte del pubblico e vado rispettato in quanto tale. Quando mi metto davanti alla tv e vedo solo schifezze mi incazzo perché non me lo merito. In televisione bisogna smettere di dare perle ai porci. No, ho sbagliato. Bisogna smetterla di dare porci alle perle.

 

E questo tu lo credevi davvero possibile in un programma come Amici? 
Sì.

 

Perché?
Perché ritengo Maria De Filippi una persona davvero illuminata, colta e assetata di cultura. Umanamente, mi spiace molto per come è andata a finire. Le premesse erano davvero ottime tanto che, a giudicare da quanto mi era stato promesso sulla carta dal punto di vista creativo, rifirmerei al volo anche oggi. Poi però quelle condizioni non si sono verificate, non potevo saperlo prima. Tra le altre cose, avevo pure il pubblico contro in studio.

 

Sì, un pubblico di ragazzine, però.
Va bene, sarà pur stato un pubblico di ragazzine. Ma allora perché non insultavano Saviano? Io parlavo di Endrigo, lui di Anna Achmatova. Almeno Endrigo ha scritto Per fare un albero ci vuole un fiore che chiunque ha sentito fin dall'asilo. Anna Achmatova è una poetessa che conosciamo in quattro, figurati quanto gliene potesse fregare alla ragazzine. Però quando parlava Saviano lì era cultura, quindi tutti zitti ad ascoltare. Io non facevo in tempo ad aprir bocca che subito mi fischiavano. Senza contare che questo Saviano parla col gobbo. Io dentro di me dicevo, volevo gridargli: "Levategli il gobbo! Levategli il gobbo!". Chissà che cavolo avrebbe detto senza gobbo. Io non ho mai avuto il gobbo perché so sempre di cosa parlo. Al massimo ho la gobba, quella sì. Ma il gobbo almeno no.

 

Il nasone e pure la gobba, un mostro, praticamente. Se questo mostro fosse rimasto ad Amici, la finale l'avrebbe vinta un ballerino?
No, l'avrei vinta io. Con Thomas. Ma non dico che l'avrei vinta. Dico che l'avrei stravinta.

 

Però...

Però non sono mainstream, come mi è stato rinfacciato da un ragazzo di Amici. Quando me l'ha detto, in senso squisitamente dispregiativo, io ho osservato un secondo di silenzio e poi sono scoppiato a ridere.

 

Se non sei mainstream, Morgan, non sei nulla. Arrenditi. 
Non mi arrendo perché so di non essere nulla. Sono un nonnulla. Quindi, alla fine, qualcosa.

Il cantante milanese ha debuttato come giudice di talent show a X Factor nel 2008. Quest’anno è stato licenziato da “Amici”

 

di Andrea Spinelli

 

Milano, 8 giugno 2017 - Vita d'artsita. Alle una e mezza di mattina, al ristorante, Morgan sembra pacificato con il demone che si porta dentro e finalmente padrone di quei fantasmi che gli tengono stretto il cuore. Sul palco del Teatro Romano, per il Festival della Bellezza, ha omaggiato David Bowie mettendoci i suoi incubi, le sue aspirazioni, il suo vissuto.

 

Morgan, qual è stato il suo imprinting bowiano?

«“Lodger”. Mia madre ascoltava soprattutto quel terzo capitolo della trilogia berlinese e “Aftermath” dei Rolling Stones, mica Morandi o Al Bano…”.

 

Scusi, cosa le ha fatto Morandi?

«Quando era al timone di Sanremo assieme a Gianmarco Mazzi, mi candidai con un pezzo veramente bello; un lavoro sulla Sonata in si minore di Liszt. Glielo feci ascoltare e mi riempirono di complimenti, dopo qualche giorno, però, mi mandarono un messaggio in cui dicevano di aver preso altre decisioni. Gli risposi: stronzi».

 

Li ha più risentiti?

«Dopo un paio d’anni incontrai Morandi che mi chiese se lo consideravo ancora in quel modo poco onorevole. Risposi: certo».

 

Ma com’è la musica oggi?

«Quella che va in radio è bella. E quella che va nei talent show è bella solo se ci sono io».

Valutazione un po’ soggettiva…

«No, assoluta. Da giudice, sono l’unico ad aver vinto sei talent su sette, parola del Guinness dei primati. E ad averlo fatto col mio intuito, con la mia preparazione e con la mia sincerità. Sa cosa diceva Moravia di Pasolini? “Pensa di dire la verità; e quando si pensa di dire la verità c’è qualcosa che ce la fa dire veramente”».

 

Lei pensa di dire la verità?

«No. Ma c’è qualcosa che me la fa dire lo stesso».

 

E cos’è questo qualcosa?

«Ho un senso di giustizia innato».

 

E cos’è il talento?

«Per alcuni talento è solo un mezzo con cui raggiungere profitto e ricchezza. Per altri è la bellezza. Il musicista esibendosi dà pienezza all’arte e bellezza alla vita. Ecco perché l’artista autentico è verità, mentre quello malato di guadagni, il suo contrario».

 

Bowie, però, ha sfruttato il suo talento.

«Ha sempre fatto dischi dissonanti, fuori dal coro.Mica come quelli che hanno la paranoia di ripetere il successo dell’album precedente e l’ossessione di andare in classifica. Secondo lei Ramazzotti pensa a fare il disco o andare in classifica? Esistono dischi di Emma Marrone che non siano fatti con lo stesso obiettivo?».

 

Beh pure “Let’s dance” era un disco strutturato per…

«Sì, ma con la sua anima pop completamente diverso dal predecessore new wave “Scary monsters” e questo bastava già da sola a metterlo a rischio. Si sa, infatti, che l’effetto Dire Straits funziona sempre. Knopfler e compagni hanno mai fatto un disco diverso da quello che la gente voleva da loro? Tutti bellissimi, tutti uguali. Come quelli di Bob Dylan, che sui testi fa una ricerca meravigliosa, ma musicalmente ’ndo sta? Mica è Peter Gabriel. Del suono, dell’arrangiamento, dell’armonia non gliene frega niente».

 

Un esempio di artista puro?

«George Michael. Era il più grande cantante della nostra epoca».

 

E di musica pura?

«Oggi il talent show s’è un po’ mangiato tutto. I ragazzi nascono in cattività; vengono al mondo e pensano che il talent show sia sempre esistito e che la musica è quella cosa là, come il tg è le notizie e lo sport è lo sport. Ma quella non è la musica. Quello è business, soldi. Punto».

 

Dove sta il problema?

«Nell’ignoranza. Nel vuoto. Nella vanità. Io l’ho vissuto sulla mia pelle: un’esperienza horror».

 

Dispiaciuto per com’è finita ad “Amici”?

«Amareggiato, direi. La parola giusta per descrivere la mia disavventura? Mobbing. Più che suonare Bach, parlare di Endrigo, cantare George Michael, cosa potevo fare?».

 

In questa situazione, come vede il futuro?

«Portiamo la politica dove deve stare: nei talent-show. Facciamo votare la classe politica attraverso la formula del talent. Il futuro è questo. Ben oltre la P2. Sono convinto che vincerebbe Berlusconi».

 

Fonte: ilgiorno.it/milano/cronaca/morgan-1.3182444




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