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Estranea

Mentre ti guardo sono da qualche altra parte.

Ripercorro nella mente tutto quello che ho fatto in questi anni.
Nemmeno me ne accorgo ma sto piangendo. Già le lacrime mi hanno rigato il viso quando ne sento una gocciolina salata sulle labbra. Mi smuovo subito. Avvicino la mano destra ad un occhio ed è vero: sto piangendo. Tu sei ancora davanti a me, e suoni. Ma non so cosa.


Penso ad altro, sono altrove. Mi bombardo di domande. Perché, senza la minima contrazione facciale, ho iniziato a piangere? La risposta è dannatamente ovvia. Ci sei tu a pochi metri da me.
E sei un uomo così finito. Quindi di te cosa è rimasto? Cosa vedo adesso, se non un burattino?
Sto talmente male che decido di alzarmi. Alice è stupita e mi sussurra qualcosa, non riesce a trattenermi ma comunque resta al suo posto. Le note di Perfect day mi riportano alla realtà e sentendo all’improvviso i miei piedi a contatto con il pavimento, inciampo. Prima il destarmi, poi la caduta, ora la sua voce si spezza, spaventata dal brusco rumore. Alcuni in sala ridono silenziosamente.
Sono ancora a terra, nemmeno provo ad alzarmi. Mi giro semplicemente ad osservare la situazione.
Sono incredula. Lui si alza dal piano, preoccupato. Le luci gli impediscono di vedermi bene in faccia; non lo sa ma lo sto fissando. Ha l’aria così serena e così ansiosa allo stesso tempo. << Tutto bene?>> Alzandomi dico un “sì”, ma con voce sommessa, appena udibile, che forse esce fuori come uno strano lamento. Tutto ciò deve divertire molto, perché sento altre risate. Morgan si rimette al piano riprendendo da dove aveva interrotto. Esco quasi correndo cercando di non attirare ancora l’attenzione, nonostante ormai molti occhi mi siano puntati addosso. 
Da fuori si sente ancora la sua voce ma cerco di non farci caso, perché ora sta cantando Wild is the wind. Qui ci sono intorno una serie di locali in cui non ho intenzione di entrare. Per di più, scopro solo ora che mi fa male la caviglia e devo avere un livido sul ginocchio. Guardo distrattamente il cellulare, mentre vado verso il retro del Teatro, e vedo un messaggio di Alice. Non mi importa. Sono già le 11.45. Il concerto sta per finire. Non capisco nulla di quello che mi è successo negli ultimi minuti, così la migliore cosa da fare nell’attesa pare sia prendere le sigarette nella borsa. La sigaretta però finisce in fretta. Resto lì. Mi accovaccio a terra. Sto piangendo di nuovo. Ma questa volta so subito che è lui la causa. Mi pervade un senso di impotenza che mi fa sentire ancora più stupida di quanto non mi senta già. Sì, perché chiunque mi penserebbe stupida a guardarmi piangere per qualcuno che ignora la mia esistenza. Ma io non ignoro la sua, e il vederlo in quello stato, vestito di chissà quale delle maschere che conserva nell’armadio, mi fa stare male. Ed è una cosa senz’altro stupida. Eppure ogni colpo che subisce lui, risuona anche nella mia testa. Ma io chi sono?

                                                                                                               
                                                                                                        di Virginia Lentini
                                




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