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I Still Love You
Bluvertigo
Acidi E Basi - 1995
(Marco Morgan Castoldi) 

Ho capito di essere pronto ad affrontare una ragazza quando la mia invidia nei confronti di altri diventava ormai una cosa insopportabile. La mia incapacità nei rapporti umani nel periodo adolescenziale era risaputa e particolare, per la sua immensità. Ho passato le scuole medie mettendo i vestiti di mio fratello, di 8 anni più grande: è il destino di ogni fratello minore.  Sarei stato un gran figo, nell’immaginario collettivo degli anni 80.

Invece erano i ninenties, e io non ero altro che uno sfigato vestito, nella migliore delle ipotesi, alla cazzo. Sinceramente non credo che i vestiti siano una prerogativa nella vita delle persone, ma alle scuole medie sono una discriminante non indifferente. Poi la vita cambia, per fortuna.

È intorno ai 13 anni che tutti i ragazzini fanno le prime esperienze con l’altro sesso: dichiararsi, dare un bacio, uscire con le ragazzine andando al cinema cercando di toccar loro le tette. Io, invece, niente. Non ricordo nemmeno a cosa pensassi in quel periodo, le donne non avevano per me quell’importanza vitale che sembravano avere per gli altri miei coetanei, con la mano destra ben allenata all’autoerotismo, che strabuzzavano gli occhi ad una taglia di reggiseno in più o ad una scollatura più procace. Ricordo soltanto che quando una ragazza mi piaceva MI PIACEVA sul serio. Mi dichiarai una sola volta. L’estate prima di compiere 12 anni. Lei si chiamava Alessia ed era bellissima (in realtà allora tutti i ragazzi trovavano che fosse un cesso, ma io la trovavo bellissima ed il tempo ha dato ragione a me: ora è una strafiga). Le regalai un pacchetto con dentro una poesia scritta da me, una cassetta con le migliori canzoni d’amore e qualcos’altro che nemmeno ricordo. La prese malissimo e smise di parlarmi. Ottimo, no? Non mi interessava fidanzarmi, volevo innamorarmi. Volevo sentire qualcosa crescermi dentro, volevo sentire le budella contorcersi, il cuore correre all’impazzata, le mani sudare, le pupille dilatarsi ed altre cose che non sapevo di desiderare perchè ancora non le conoscevo. Da quella esperienza capii che il romanticismo non va assolutamente bene per quella parte dell’adolescenza, quella in cui non si è nulla, nè bambini nè adulti, ci si trova in uno schifo di terra di mezzo, a metà tra i libri della Rowling e quelli di Douglas Adams. Quindi meglio la banalità: il foglietto con la scritta “Vuoi metterti con me?” ha una valenza ben maggiore di un sonetto di endecasillabi e settenari sciolti. Quindi: MAI scrivere poesie ad una donna che ha meno di 15 anni, non la capirebbe o ne riderebbe. La poesia, l’arte, sono cose troppo grandi per i ragazzini, che comunque a volte passano la loro adolescenza chiusi tra i versi di una canzone pop. Una volta un cantautore disse che si era rotto il cazzo di non essere considerato impegnato perchè non scriveva di politica ma soltanto d’amore. Uno non s’impegna scrivendo d’amore? Aiuta la gente a non suicidarsi, aiuta i teenager a trascorrere il pomeriggio stesi sul letto a piangere mentre il libro di letteratura italiana li aspetta. Ma forse questa è già roba da liceo. Dopo un po’ di adattamento era stato naturale e neanche difficilissimo inserirmi in un contesto di rapporti e sentimenti ovvi per il mio essere un adolescente. Ci convivevo. Non benissimo, ma ci convivevo. Adolescente era ciò che ero, ma non quello che volevo essere, non quello che sentivo di essere. 
A Londra fa freddissimo. Ed io sono sotto la tua finestra, con il cappotto a coprirmi il collo che altrimenti prendo la bronchite e domani al lavoro devo andarci comunque. Piove che Dio la manda e osservo le luci e il lampadario che hai scelto con me in quel negozio di Archway, acceso, che riflette delle inconfondibili ombre sul muro che cerco di fraintendere, per convincermi di avere torto, per fingere non sia così. 
Non so quanti amici ho perso ai tempi del liceo, ma ero perdutamente innamorato di una ragazza, questo lo so. E faceva malissimo vederla tra le braccia di un altro, con i suoi occhi castano chiaro ed i suoi riccioli maleducati che si incastravano nel velcro della felpa. Tutto ciò accadde solo dopo aver imparato come funzionava e dopo che la vita decise di accontentarmi e regalarmi il privilegio di un amore. Un amore vero. E quando finì mi lasciò vuoto al margine delle linee del tempo, le osservavo e non riuscivo a riconquistarle, non trovavo motivi e ragioni per ricominciare a vivere. Era il primo amore, era giusto fosse così. Mi erano rimaste poche cose, molti meno amici. Avevo soltanto vent’anni e sembrava che fosse passata una vita intera. Sono sempre stato una persona solitaria, piena di conoscenze, piena di persone, ma con la necessità apparentemente opportunista del voler stare da solo, in quel periodo però avevo paura di rimanere solo per sempre, soltanto perchè lei non stesse con me ma con un altro, mi chiedevo che fine avesse fatto tutto l’amore che provava per me, perchè ci fosse un altro nel posto che era mio, che doveva essere mio. 
Le ombre sono sempre più nitide sulla parete rosa della tua stanza. La copertura dell’ingresso di Tesco sotto cui mi sto riparando copre qualche centimetro del mio campo visivo, ringraziando il cielo. Altrimenti potrei pensare che quelle sagome intrecciate siate tu e il tuo nuovo ragazzo che fate l’amore. Nella stessa casa dove ad averti ero io, dove ho dormito decine di notti insonni cullato dal ritmo del tuo respiro irregolare.
Il tempo è così infinito che gli autobus sembrano veloci al punto che manca poco che il piano superiore si stacchi fino a diventare un autobus a parte. E tu sei là senza nulla addosso, mentre io sono qua con il cappotto pesante perchè (si, l’ho detto già ma) a Londra si gela e piove a dirotto.
Volevo un Hot-Dog, ma Tesco li ha appena finiti. Ho voglia di inseguire quello che ha comprato l’ultimo e dargli una testata. Mi darebbe un’emozione e non mi farebbe guardare alla tua finestra. 
Sono 2 anni ormai, che Papà non c’è più. Non parlava tanto, non mi ha nemmeno detto cosa avesse finchè non ne ho parlato con la mamma. È tornato a casa e ha detto “Sto male”. E basta. Lui non parlava mai, forse, ma allo stesso tempo mi ha spiegato troppe cose della vita, con i suoi sguardi ed i suoi silenzi. È stato lui a volere che continuassi gli studi, ad incentivarmi con regali immotivati per far sì che mi venisse voglia di studiare. E non mi ha mai detto “Ti voglio bene”. Sembrerà triste, ma quei regali erano il suo modo di darmi affetto, soltanto perchè era troppo timido per farlo sinceramente. Quei Walkman, quei Computer, quei bassi elettrici di terza mano erano ognuno una lettera del Ti voglio bene più grande che abbia mai ricevuto. E può sembrare quasi materialista, ma è il completo opposto. Papà mi ha fatto anche regali del cazzo, ma riceverne uno era il privilegio più grande per il mio ego da figlio di un padre silenzioso, rinchiuso nelle sue incertezze, quasi incredulo di poter dare sicurezza a me, proprio lui che da me cercava sicurezza e la conferma di essere un buon padre.
Ho studiato soltanto per renderlo felice, quello che si diceva a scuola non m’interessava, leggevo altro: filosofia, studiavo la letteratura che m’interessava. Non sarò un genio, ma non sono un ignorante, a scuola facevo il giusto ed andava bene così, ma questo “così” mi ha reso intelligente, mi ha dato la capacità di pensare con la mia testa ed è soltanto lui che devo ringraziare, dovunqu’egli sia. Quando eri a casa, scherzava con te, ti prendeva in giro, diceva che non mangiavi abbastanza o che mangiavi troppo, era il suo modo di mostrarti affetto. Chissà che direbbe se fosse qua con me. Forse mi darebbe una pacca sulla spalla, tirerebbe fuori 5 sterline e mi offrirebbe una birra. E basta. Senza dire nulla. 
La pioggia sta intasando le fogne, io alla mia età mi aggiungo a lei con le mie lacrime, mentre vi spostate sul letto che, guardacaso è adiacente alla finestra, e da giù si vede tutto…o quasi. Diciamo che vedo soltanto dei capelli che si muovono, il resto lo immagino io e fa malissimo. Sento quel senso di disperazione che hai quando tutto va a rotoli. Certo, io sono un caso perso. Ieri l’ho provato per le birre che erano finite nel frigo. Sono capace di sentire questo sentimento 3, 4 volte in una giornata, per ogni minuscolo problema che anche se è una misera cazzata mi sembra una tragedia incalcolabile, e son capace anche di piangerci sopra. Ora è bello riderci sopra, quando mi accorgo che lei non c’è più. Ho trent’anni che si fanno sentire, ho una posizione lavorativa molto desiderata, dovrei essere maturo, non una versione riveduta e corretta male del ragazzino vestito male che ero a tredici anni, eppure davanti alla sua finestra è proprio quello che mi sembra di essere. Un imbranato che non sa cosa dire e cosa fare, che ha portato nella borsa l’ultima poesia che ti ha scritto ed una compilation di canzoni d’amore, che si vergogna di sentire la lacrima scendere lungo la guancia. Ho paura di perdermi, ho paura di sprecarmi, mi manca la parte più importante che avevo, quel sorriso che attendevo, il buongiorno che quando appariva sullo schermo del cellulare faceva andare la giornata in maniera diversa. 
Da Tesco hanno rifatto gli Hot-Dog, mai un pound è stato speso meglio, nella storia umana. Sto decisamente meglio, più caldo, più fiducioso nel genere umano. Per un Hot-Dog? Si, mi basta poco. All’uscita dal supermercato, trovo lei, affacciata a quella finestra, con addosso una camicia azzurra da uomo, che mi osserva. Pensavo di stare male, invece no. La amo ancora, ma mi passerà. Un po’ spero di farle pena, di farla tornare da me, ma non è poi così indispensabile per il continuo della mia vita. 
Ti amo ancora.
Ti amo ancora, ma devo dimenticarti. 
Non riesco ancora a comprendere per quale motivo le cose finiscano in maniera diametralmente opposta a come siano state concepite. Ci desideriamo e poi ci amiamo, chissà perchè ad un tratto ci dividiamo.
E così, come ed insieme a noi, si dividono le nostre strade. Mi guardi negli occhi.
Ti amo ancora, ma addio. È proprio vero.
Chissà perchè ad un tratto ci dividiamo.
Me ne vado, ma ti lascio un Post-it sul portone. I Still Love You.
 

di Marco Mennillo  




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